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2020: sarà l’anno del Grande Giubileo?

new york post atomicaIl giubileo è un’antica istituzione ebraica, derivante direttamente dalle leggi date da Dio a Mosè sul Monte Sinai, per la quale, ogni sette anni, tutti i debiti devono essere annullati.
Nella Bibbia, il più grande libro di economia di tutti i tempi, si legge:
Ogni sette anni farai la remissione. E questa è la legge della remissione: ogni creditore rimetta ciò che avrà prestato al suo prossimo; non lo riscuoterà più dal suo prossimo, né da suo fratello, quando venga proclamato l’anno della remissione in onore del Signore. … [così] signoreggerai su molte genti ed esse non signoreggeranno su di te. (Deuteronomio 15)
Non esigere nessun interesse dal tuo fratello né per denaro né per viveri né per qualunque altra cosa che si presta ad interesse. Esigi invece l’interesse dallo straniero, ma non dal tuo fratello, affinché il Signore Dio tuo ti benedica…’. (Deuteronomio 23)

Oltre a questo azzeramento ogni sette anni, è previsto, nel Grande Libro, anche un Grande Giubileo, alla scadenza del quarantanovesimo anno (sette volte sette):
Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia’. (Levitico 25:10)

Nel cinquantesimo anno si dovranno restituire tutti i beni ai proprietari originari, o ai loro eredi, e si libereranno gli schiavi. Era anche detto infatti l’Anno della libertà.

In termini informatici si può dire che si faceva il ‘reset’, l’anno del ‘liberi tutti’ e ‘si riparte da zero’.
Le regole sono simili anche nella religione cattolica. Purtroppo non sembra esserci nemmeno una vaga coscienza di quello che il cristianesimo è stato e che non è più. Quasi nessun credente riflette su quello che dice quando recita il Padre Nostro: ‘rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Anche qui è scritta una grande verità economica: dopo un po’ i debiti non si possono più pagare e vanno ‘rimessi’.
Fa riflettere quando economisti e politici, che ambiscono a essere considerati cristiani, ci propinano quotidianamente severi sermoni sul debito dello Stato e sui pericoli dello spread.

In ogni caso perché Dio si era premurato di dare, direttamente a Mosè, istruzioni così precise per la guida economica di Israele?

Perché il sistema del debito è, a lungo andare, matematicamente insostenibile.

Facciamo un esempio di base, di una società semplice e primitiva, in cui ci siano solo 10 chili di oro. Chi li ha, li può prestare, ad esempio, a un interesse del 10%. A fine anno il debitore dovrà quindi restituire 11 chili d’oro. Come farà a pagare quel chilo di oro in più che non c’è?
Dovrà per forza consegnare le sue pecore, le sue terre, sue moglie e suoi figli come schiavi e, alla fine, dovrà accettare di vendere anche se stesso come schiavo per ripagare il debito, perché non potrà mai trovare quel chilo di oro in più che non esiste.
In cambio di un vile metallo, il debitore dovrà cedere i suoi beni reali.
Ma, quando il debitore avrà ceduto tutto, anche se stesso, cosa succederà?

Allora, dice implicitamente Dio, il sistema è destinato a saltare.
Perché quel chilo di oro in più, necessario a pagare il debito, continuerà a non esserci.

La cosa più intelligente che il debitore possa fare in quel momento è ribellarsi, uccidere l’usurario e riappropriarsi del maltolto. Ma su questa base non è facile costruire una società civile e ordinata.
E quindi Dio trovò la soluzione in anticipo: ogni sette anni i debiti si devono annullare, a salvaguardia sia degli usurai che dei debitori.

Anche se può sembrare difficile da credere, le cose funzionano proprio allo stesso modo anche in società complesse come le nostre.
Usando una terminologia più moderna ma senza perdere nulla della precisione del Dio della Bibbia, di può dire che il debito tende a crescere ‘a tassi superiori alla crescita economica’ e ciò significa che non sarà mai estinguibile. Ad un certo punto sarà, sempre e comunque, necessario un giubileo, un annullamento dei debiti per poter ripartire. Non è una legge divina, per noi moderni è una legge matematica.

Ai nostri tempi però, il giubileo  potrà assumere forme un po’ diverse dalla pura e semplice remissione.
La prima, la più ovvia, resta il banale default, cioè il fallimento. I debiti non si pagano e basta. Le leggi di oggi sono meno severe di quelle delle società antiche e non si deve più vendere se stessi come schiavi. Ci viene tolto tutto quello che abbiamo, se il nostro creditore ha l’autorità per farlo, o, nelle società a responsabilità limitata, tutto il capitale sociale, ma non di più. Insomma si fallisce, si restituisce quello che si può e il resto non si paga. Peggio per il creditore che doveva stare più attento.

Nel mondo capitalistico infatti siamo abituati a convivere con una serie di fallimenti a catena, una volta ogni 10-12 anni circa. L’ultimo fu il famoso fallimento detto della ‘Leman Brothers’ o dei mutui sub-prime, del 2008. Ma tutti ricordano il più famoso di tutti, la crisi borsistica del 1929 che portò, più o meno direttamente, alla seconda guerra mondiale.
Queste crisi sono, in fondo, l’equivalente del giubileo settennale imposto dal Dio degli ebrei anche se molto più inique e molto più disordinate.

Una seconda interessante forma moderna di giubileo, applicabile solo nelle società con monete cartacee, è detta, tecnicamente, ‘monetizzazione del debito’.
In pratica, chi ha l’autorità per farlo stampa la quantità di moneta necessaria a saldare i suoi debiti.
Se il debito è denominato in dollari bisogna stampare dollari, se è denominato in euro bisogna stampare euro, se il debito è denominato in oro invece no, esso non si può monetizzare perché l’oro non si può stampare. Peccato.
Il termine ‘stampare’ è usato qui in senso figurato perché oggi la moneta ‘cartacea’ non si stampa neppure più, sono solo bit di computer, ma rende meglio l’idea della creazione del denaro dal nulla, tipica del nostro sistema bancario.

Cosa capiterebbe se gli Usa decidessero, di punto in bianco, di stampare i circa 20.000 miliardi di dollari necessari a saldare il loro debito federale?
Formalmente niente, nessun creditore potrebbe lamentarsi perché riceverebbe il dovuto, essendo tutti questi debiti fatti in dollari (nel gergo tecnico si dice appunto ‘denominati in dollari’). E il debito, magicamente, scomparirebbe.

Succederebbero però una serie di cose nell’economia reale, tra cui un forte aumento dell’inflazione e una forte svalutazione del dollaro, con tutto quello che ne consegue.
Ma sarebbe tutto legale. La monetizzazione del debito, per chi è in grado di adottarla, è solo una forma moderna del giubileo di biblica memoria.

Fino ad una cinquantina di anni fa (per essere precisi fino al 15 agosto 1971, giorno in cui Nixon abolì la convertibilità del dollaro in oro, ultima moneta a essere ancora convertibile a tasso fisso) sarebbe però successa una cosa assai sgradevole: l’azzeramento delle riserve di oro di un paese.
Infatti, non appena si fosse diffuso il sospetto della fine della convertibilità di una moneta, tutti sarebbero corsi a cambiare le loro banconote cartacee in oro e, in brevissimo tempo, le riserve di oro di un paese sarebbero scomparse. Fin dai tempi dei Templari la prassi era che l’oro posseduto da uno stato non era mai sufficiente a ripagare le ricevute cartacee emesse, seppure, in teoria, convertibili in oro.
E prima di allora la monetizzazione del debito non era una forma di giubileo molto ben vista dalle nazioni.

Ma oggi nessuna moneta al mondo è più agganciata alle riserve di oro del suo Stato. La foglia di fico non c’è più ed è stato proprio questo fatto che ha permesso di ingigantire enormemente il debito complessivo sostenibile.

In termini tecnici, si dice che le nostre monete sono ‘fiat’, in quanto sono prive di valore intrinseco. Sono accettate solo perché le leggi dello Stato obbligano ad accettarle per pagare i debiti. Senza le monete fiat, cioè a costo forzoso, il sistema sarebbe già saltato da un pezzo a causa del livello di indebitamento raggiunto.
Il termine deriva dal latino: ‘fiat voluntas tua’, cioè ‘sia fatta la tua volontà’, dal Vangelo secondo Matteo. Un modo simpatico e suggestivo, sempre riferito ai libri sacri, per intendere: ‘Che Dio ce la mandi buona’.
Ma per gestire queste monete ‘fiat voluntas tua’, la regola non cambia: ogni 50 anni bisogna programmare un Grande Giubileo, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Altrimenti qualcuno ci rimettete la testa.

Nel 2020 saranno passati esattamente 49 anni da quel 15 agosto 1971 in cui il dollaro perse la sua convertibilità in oro, e, volendo credere nella Bibbia in senso letterale, il 15 agosto 2020 dovrà essere promulgato il Grande Giubileo, il cinquantesimo anno in cui tutti i debiti saranno rimessi, gli schiavi liberati, le proprietà restituite ai loro proprietari e comincerà, finalmente, l’Anno della Libertà. Parola di Dio.

A noi, scettici del terzo millennio, potrebbe sembrare ridicolo che un libro scritto migliaia di anni fa, possa saperne di più degli esperti della Fed o di Wall Street.
Ma… ma…

Che il debito nel quale sono sprofondate le società occidentali sia insostenibile non lo dice solo la Bibbia ma lo stanno sostenendo in molti. Esso cresce esponenzialmente, sia quello pubblico che quello privato, mentre le risorse per ripagarlo sono ferme al palo. L’insostenibilità matematica è quindi certa anche se è difficile prevedere quando esploderà la ‘bolla’.
Anche nel 2019 si diceva che il debito era ‘insostenibile’, ma le borse hanno avuto performance entusiasmanti con parziali clamorosi, dell’ordine, in certi mercati, del +20/30%.

Ci sono tuttavia segnali, tenuti accuratamente nascosti dai media mainstream e quindi, di per sé, assai indicativi, che il meccanismo del debito si stia inceppando proprio adesso.
Una cosa preoccupante è accaduta il 17 settembre 2019, giorno in cui il sistema finanziario Usa ha rischiato il collasso.
La Fed stava conducendo, dall’inizio del 2018, una politica di moderata riduzione monetaria, cioè stava cercando, in modo graduale, di mettere fine al famoso Quantitative Easing, quella stampa di denaro senza criterio che aveva inondato di liquidità il mondo intero dopo la crisi del 2008. Insomma stava facendo un tentativo di ritornare alla normalità.

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Bilancio Fed, Fonte:Sole 24ore

Come si vede dal grafico, la Fed aveva ridotto, in un anno e mezzo, la liquidità di 600 miliardi di dollari dai massimi raggiunti nel 2017 e non sembrava che vi fossero particolari motivi di allarme.

Ma, nella notte del 16 settembre, il mercato interbancario dei pronti contro termine overnight (se non è chiaro cosa sia non è importante) è collassato. Nel giro di poche ore il tasso d’interesse è passato dal 2% al 10%. In sostanza, nessuna banca voleva più prestare denaro a nessun’altra banca. Le spiegazioni ufficiali sono state rassicuranti, del tipo: ‘colpa dei giapponesi che hanno fatto un pasticcio’ e simili, ma nessuno sa cosa sia veramente successo. La Fed, come è giusto, è intervenuta immediatamente prestando denaro, più o meno gratis, a tutti e ha risolto il problema.
Ma la ‘notte del panico’ ha lasciato il segno.
La normalizzazione del Qe cercata dalla Fed è finita lì. Dal 17 settembre la Fed ha ripreso a inondare il mercato di liquidità, recuperando la metà dei 600 miliardi di riduzione in meno di tre mesi.

Quanto accaduto dimostra che il sistema del credito, se privato della impressionante liquidità dovuta al Qe degli anni scorsi, non regge più.
La Fed, e anche la Bce, non possono più tornare indietro, non possono più tornare alla normalità. Abolire il Qe significa scatenare il panico. Il sistema si è assuefatto alla droga e non ne può più fare a meno. Anche se baratro si avvicina, non si può evitare di tenere premuto l’acceleratore, altrimenti la macchina si ribalta.

Chi non tenga nel dovuto conto il dettato divino potrebbe anche dire: ‘E chissenefrega! Che si vada avanti così, magari le azioni cresceranno di un altro 20% anche nel prossimo anno’.
Vero, ma…

Ma l’economia reale sta cominciando a chiedere conto, al di là della costruzioni metafisiche di una finanza autoreferente.
Facciamo un esempio a caso, ma che tanto a caso non è, perché è il più rilevante.
È noto che gli Stati Uniti, nel 2019, utilizzando la nuova tecnologia del fracking, sono di nuovo, dopo molti decenni, tornati a essere il primo produttore mondiale di petrolio, con più di 12 milioni di barili al giorno, e, soprattutto, hanno superato l’Arabia Saudita come primo esportatore mondiale.
Questi strabilianti risultati sono stati ottenuti pagando, ovviamente, un costo, sia come danno ambientale (la tecnica del fracking è molto invasiva) sia come sforzo finanziario.
Le petrolifere che producono lo ‘shale oil’ sono tutte enormemente indebitate con il sistema bancario. Dato che non hanno prodotto alcun flusso di cassa positivo mai nella loro vita, il loro debito aumenta continuamente. In un sistema normale le banche avrebbero chiuso i rubinetti già da un pezzo (in Italia non li avrebbero forse mai aperti) ma, anche in un sistema drogato e politicizzato quanto quello americano, quanto potranno andare avanti?

Dipende da molte cose.
In primis dipende dal prezzo del petrolio. Nel 2015, quando il prezzo del petrolio era crollato fino a 30 $/barile, sotto il peso delle crescenti esportazioni Usa, c’erano già stati una serie di fallimenti delle ‘drilling companies’ (le società che fanno le perforazioni) ma il settore aveva retto. La produzione era stata spinta al massimo, perché il bisogno di flusso di cassa per rimborsare i prestiti era, ovviamente, la priorità uno, a qualunque prezzo e a qualunque costo.
Poi il prezzo del petrolio si era ripreso (oggi tocca i 60 $/barile, prezzo vicino ai costi di estrazione dello shale oil) e il dramma era rientrato.

Era stato però necessario imporre nuove sanzioni all’Iran, obbligare l’Arabia Saudita a vendere quote della sua società petrolifera di stato, l’Aramco, organizzare il tentativo di colpo di Stato in Venezuela, etc. Le sanzioni iraniane sono state un successo, come pure la privatizzazione dell’Aramco ma Maduro ha resistito.

E il nodo decisivo era proprio questo: per le petrolifere americane appropriarsi del Venezuela sarebbe stata la salvezza. Non solo perché avrebbero tolto dal mercato un pericoloso concorrente (il che avrebbe condotto a un aumento del prezzo del petrolio ben maggiore di quello che c’è stato) ma anche per una motivazione squisitamente tecnica.

Il Venezuela infatti dispone di un petrolio pesante, che produce molto gasolio, che lo rende complementare allo shale oil da fracking che invece non lo produce quasi per niente.
Per inciso, la campagna contro i diesel, imposta ai nostri media, è dovuta alla necessità di diminuire proprio il consumo di gasolio per aumentare quello di benzina e non a improvvise conversioni ambientalistiche sulla via di Damasco dei nostri illuminati amministratori.
La disponibilità del gasolio venezuelano, se Guaidò fosse riuscito a prendere il potere, avrebbe regalato alle petrolifere americane un mix equilibrato e ci avrebbe sollevato dal dovere sopportare ancora le ridicole misure pseudo-ambientaliste contro i diesel nei nostri centri storici. Piccola soddisfazione, ma la globalizzazione è questa. Il tavolo da gioco è il pianeta, purtroppo.

La conquista del petrolio venezuelano avrebbe permesso alle petrolifere americane di ottimizzare produzione interna di greggio e distillati, e di portare finalmente il flusso di cassa in positivo, con conseguente tenuta sul fronte del debito.
Certo il popolo venezuelano ne sarebbe uscito devastato ma ciò sarebbe stato un costo collaterale ‘accettabile’.

In ogni caso il colpo di stato in Venezuela è fallito e adesso molti si chiedono quanto possano sopravvivere le petrolifere americane senza il petrolio venezuelano.
Dei maggiori 40 produttori americani di shale oil solo 4 hanno avuto un flusso di cassa positivo nel 2019.
Se il prezzo del petrolio salisse molto sopra gli attuali 60 $ al barile, le cose migliorerebbero (aspettiamoci quindi azioni di destabilizzazione volte a farlo aumentare), ma il costo del debito, nel frattempo, continuerebbe comunque a crescere esponenzialmente.
Nel 2015 il debito del settore Oil & Gas statunitense era 200 mld. $, nel 2018 era quasi triplicato a 570 mld. $. La situazione è ancora più grave perché, entro il 2023, arriveranno a scadenza 240 mld. $ di vecchi debiti (circa 50 mld. l’anno) che devono essere rifinanziati pena il fallimento.
Come?
C’è solo un modo: emettendo azioni e obbligazioni. Poiché il settore non guadagna niente, l’unico modo per pagare i debiti è farne degli altri.
Nel 2018 le petrolifere shale oil erano riuscite a emettere azioni e obbligazioni per 23 mld. $ ma nel primo semestre 2019 il dato è sceso a soli 7 mld. Poca cosa rispetto ai 50 mld. l’anno necessari.
Se il flusso di cassa è negativo, il credito è quasi azzerato, come si può pensare di pagare i debiti in scadenza o, come si dice più pudicamente, come si può pensare di ‘ristrutturare il debito’?
Possono le banche Usa fare ancora credito, a fondo perduto, alle petrolifere dello shale oil senza venirne travolte? That is the question, questo è il problema.

Gli impianti di trivellazione in attività sono, ad oggi, 685, circa duecento in meno del massimo raggiunto a fine 2018, solo un anno fa. Certo sono stati gli impianti marginali a essere chiusi, per cui il volume della produzione non ne ha risentito, ma il numero assoluto è impressionante.
Inoltre le azioni delle petrolifere shale oil in borsa sono ai minimi storici, gran brutto segnale perché, non vengono più accettate come collaterale, cioè come garanzia per altri crediti.

E poi ci sono i rumors sulle posizioni ribassiste assunte da fondi speculativi americani sull’intero listino di Wall Street per le scadenze di marzo. Oggi l’indice Dow Jones è intorno a 28.000 con un p/e corretto (il rapporto tra il prezzo dell’azione, e l’utile, earnings, corretto per il ciclo) di circa 30-33 mentre la media di lungo periodo è 16.
Le azioni sono cioè quotate il doppio del valore medio di lungo periodo.
Una discesa del Dow Jones nel prossimo ciclo ribassista intorno a 15.000, cioè sui valori storici, non stupirebbe nessuno.
Cosa significherebbe questa volta l’entrata nell’atteso ciclo ribassista, dopo ben 11 anni invece dei 7 indicati da Dio? Sarebbe un normale giubileo come quello del 2008?

Allora la crisi fu pesante ma non sufficiente per mandare in crisi il sistema. Ma questa volta l’entità del debito globale è drasticamente aumentata e potrebbe portare ad un crack superiore a quello del 1929. La stampa di moneta fiat che ha permesso di recuperare la crisi del 2008, e che continua ancora oggi, è già stata utilizzata come strumento di ultima ratio. Cosa potremmo inventare ancora per evitare il redde rationem?
Nessuno lo sa.

Se il collasso ci sarà, sarà forzatamente globale perché non si deve pensare che la remissione dei debiti riguardi solo i grandi banchieri.
Cosa può succedere infatti ai fondi pensionistici americani, che investono quasi tutto in borsa, se Wall Street crollasse alla metà del valore attuale?
Il cittadino comune che ha pagato i contributi pensionistici è, appunto, un grande creditore perché si aspetta di riavere indietro quanto ha dato, come pensione. Potrebbero essere proprio i  pensionati i primi a non ricevere il dovuto, a subire il default. Per evitare morti e feriti il Governo dovrebbe intervenire stampando ancora moneta in quantità inimmaginabile. Sarà impossibile evitare uno sbocco inflattivo e un’immediata svalutazione del dollaro.
Ma una svalutazione del dollaro ne minerebbe quello status di riserva mondiale che ha permesso agli Stati Uniti di vivere ben al di sopra delle loro risorse per decenni. Essi potevano comprare petrolio e materie prime pagandolo con della carta straccia proprio per questo ‘signoraggio’ del dollaro. Ma se il dollaro inizierà ad essere rifiutato come mezzo di pagamento, come compreranno le cose di cui hanno bisogno?
Trump lo sa benissimo e cerca di riportare la bilancia dei pagamenti americana in pareggio prima che scoppi la grande bolla. Ce la farà?
Nel caso la bolla scoppiasse nel 2020, no. Non può farcela perché non ci sono i tempi tecnici e gli Stati Uniti subiranno una vera e propria situazione di carenza di risorse. Hanno già 50 milioni di persone che vivono di sussidi pubblici e dovranno occuparsi anche di salvare i pensionati. La catena di fallimenti a catena provocherà disoccupazione. Il crollo del dollaro condurrà alla difficoltà di importare beni fondamentali.

Insomma il sistema del debito è un castello di carte. Quando ne cade una, cadono tutte.

Anni fa gli Usa avrebbero risolto con la forza del loro esercito, obbligando il mondo ad accettare ancora il dollaro. Ma ultimamente gli Stati Uniti non sono riusciti a vincere le guerre in medio oriente, anzi hanno abbandonato il campo, lasciandolo a russi e turchi. Non sono riusciti a disarcionare Maduro in Venezuela, non sono riusciti a piegare l’Iran, hanno distrutto la Libia senza costrutto alcuno. In compenso sono riusciti a farsi odiare da tutto il mondo e a dilapidare quel patrimonio di riconoscenza che avevano accumulato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Trump, l’unico che sembrava aver focalizzato il problema correttamente, si ritrova alle prese con l’impeachment e una strada sempre più in salita. I democratici sembrano intenzionati a sparare tutte le loro cartucce prima di novembre altrimenti il rischio di una sua rielezione è concreto. Se c’è una bolla che deve esplodere è meglio che esploda prima, in modo da addossare la colpa a Trump che in effetti, a quel punto, avrebbe molte difficoltà ad essere confermato.

E, in una situazione così delicata, la tentazione delle potenze emergenti di sferrare il colpo mortale per liberarsi del gendarme del mondo una volta per tutte, sfruttando una crisi finanziaria già di per sé colossale, potrebbe essere irresistibile. Ciò significherebbe la fine degli Stati Uniti per come li abbiamo conosciuti, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Ci sono proprio tutti gli ingredienti per assistere a un Grande Giubileo, il più grande di tutti i tempi.