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Il testamento politico di Francesco Cossiga

Francesco Cossiga morì il 17 agosto 2010 a Roma. Già Ministro degli Interni ai tempi del rapimento Moro, Presidente del Consiglio, Presidente del Senato e infine Presidente della Repubblica dal 1985 al 1992.
A dieci anni dalla morte, la  figura di Cossiga risulta più attuale che mai. Una disamina della sua parabola politica e umana va al di là delle ambizioni di questo modesto articolo ma, per valutare il suo spirito indomito e ribelle basta godersi un video che lo vede contrapposto a un ancor giovane Luca Palamara, il magistrato al centro dei recenti scandali. Da non perdere il passaggio in cui Cossiga definisce l’ANM, l’Associazione Nazionale Magistrati, una «associazione sovversiva di stampo mafioso».

Anche se proveniente da un Presidente Emerito della Repubblica, allora tale espressione poteva sembrare, per così dire, eccessiva, ma, con il senno di oggi, assume toni profetici. Ma ancor più rilevante è rileggere il suo testamento spirituale.
Andrea Cangini, futuro direttore del Resto del Carlino e del Quotidiano Nazionale, oggi senatore della Repubblica, raccolse le confidenze dell’ultimo Cossiga in un libro eccezionale (Francesco Cossiga con Andrea Cangini, Fotti il potere. Gli arcana della politica e della natura umana[1]. Aliberti Ed. Roma, 2010).
Il libro è normalmente introvabile anche se, ogni tanto, se ne può reperire una copia usata su Amazon a prezzi d’amatore. Dovrebbe però essere ancora attivo lo scarico da Scribd di una riproduzione fotostatica.
Già dal titolo, ‘Fotti il potere’, ci si può attendere un sequela di affermazioni forti, tipiche della seconda fase di Cossiga, quelle delle esternazioni, tanto criptiche quanto allusive, indirizzate a chi aveva orecchie da intendere. E infatti il libro non delude, anzi.
Sentendosi ormai alla fine del suo percorso terreno, il Grande Democristiano abbandona le ultime remore e ci regala un affresco di grande sincerità e di stupefacente attualità a dieci anni di distanza dalla sua scomparsa.

Il libro inizia volando alto, con considerazioni filosofiche che Cangini accoglie con palese compiacimento: «Si cerca il potere per sentirsi forti, e dunque liberi da condizionamenti. Ma è un’illusione. La lotta per il potere finisce sempre per assorbire ogni energia, egemonizzare ogni impulso, occupare ogni spazio pubblico e privato. L’uomo di potere si sente libero e forte come un re, ma come un re è schiavo…». Ma ben presto il discorso scivola su un piano di ben maggiore concretezza.
Proveremo qui a rappresentare il pensiero di Cossiga, sparso in qua e la nel testo, su alcuni argomenti chiave. Per non dare adito a equivoci, le spesso sconvolgenti rivelazioni di Cossiga sono riportate tra virgolette.

La democrazia.
“La democrazia è in realtà una aristocrazia che si forma indipendentemente dalle elezioni e che però nelle elezioni trova la propria consacrazione. Insomma anche quelli democratici sono a tutti gli effetti regimi aristocratici».
Cangini vuole chiarire ancora meglio e gli chiede se a detenere il potere è sempre e solo un’elite.
Cossiga non si fa pregare e risponde: «Esattamente. Vede, direttamente o indirettamente, il popolo è sempre guidato da un’elite. Ed è meglio così… Il potere è uno strumento che appartiene non al popolo ma all’elite». In sostanza ‘si scrive democrazia, si legge aristocrazia’.

Il potere.
«Potere significa ‘essere capaci di’, e dunque averne la forza. Perché, come diceva il Presidente Mao, uomo saggissimo, ‘il potere è nella canna del fucile’».
«Negli stati moderni si conoscono almeno sei tipi di potere, tutti strutturati in forma piramidale e con un’elite al comando: il potere politico, il potere economico, il potere giudiziario, il potere mediatico, il potere religioso e il poco ortodosso, ma assai italiano, potere criminale”.
«Quel che piace, quel che seduce del potere è la forza. Concetto che Benito Mussolini, con una certa rudezza ma indubbia efficacia, declinò così: ‘Il popolo è una puttana e va col maschio che vince’. Un dittatore democratico è quello che la gente vuole».
«In Italia il potere forte è stato a lungo il potere industriale, la Fiat, l’Italcementi, la Smi di Orlando e naturalmente le grandi industrie di Stato, che erano espressione del potere politico ma che del potere politico determinavano a volte le scelte strategiche fondamentali».
Ma «oggi l’industria è completamente in mano delle banche e nonostante la recente crisi finanziaria le banche sono e resteranno i nuovi poteri forti… le banche controllano direttamente o indirettamente tutti i principali giornali italiani».
Cangini prova a sintetizzare il tutto in una frase derivata da un’espressione di Ezra Pound: ‘I politici sono marionette nelle mani dei banchieri?’. (Ezra usava in realtà la locuzione ‘camerieri dei banchieri’). Ebbene sì. I banchieri «hanno nel Council on Foreign Relations, nel Gruppo Bildeberg e nella Trilaterale i loro centri di potere più influenti».
Cangini comincia a preoccuparsi. Ma allora i centri di potere transnazionali esistono davvero?
Il Presidente sorride: «Così come sul serio il 2 giugno del ‘92, a bordo del Britannia, lo yacht di Elizabetta II, quel giorno ancorato al porto di Napoli, avvenne l’incontro tra i finanzieri anglo-americani e i funzionari del Tesoro guidati da Mario Draghi per mettere a punto i dettagli della colossale operazione di privatizzazione della nostra industria e del nostro sistema creditizio».
E il potere mafioso che lei indica come così tipicamente italiano?
«Per fare politica occorre avere rapporti con chi ha il potere, e in Sicilia… fare politica senza entrare in contatto con la mafia è praticamente impossibile. Salvo accettare di svolgere un ruolo, per così dire, residuale».
«L’Italia è l’Italia della mafia, l’Italia della camorra, l’Italia della ‘ndrangheta. E, purtroppo, sarà sempre così… Tenendo conto dell’ormai evidente residualità del potere centrale, non è assurdo pensare che ‘quantomeno due’ possano essere infine gli Stati: col Nord che magari si ispira alla Baviera e il Sud alla Macedonia».
«Ci sarebbe un solo modo per estirpare la mala pianta della criminalità organizzata: il terrorismo di Stato. Farli fuori tutti, naturalmente in silenzio. Ma è un programma troppo vasto per un piccolo paese come il nostro».

Mani Pulite e la magistratura.
Per Cossiga all’origine di Mani Pulite ci furono, oltre a oggettive motivazioni geopolitiche, interessi economici. «Di certo Mani Pulite non nasce con l’arresto di Mario Chiesa. Furono contestati fatti conosciuti dalla magistratura da anni. Seppure è vero che la Cia, o meglio l’Fbi, seguiva con grande attenzione i fatti italiani, alla teoria di una vera e propria regia americana non credo. Hanno concorso alle operazioni, ne sono sicuro, ma non ne sono certo stati gli unici protagonisti. Mentre è evidente che alcuni grandi soggetti economici e finanziari hanno unito le proprie forze a quella della magistratura per dare la spallata finale ad un sistema politico ormai logoro».
«Da noi la magistratura si è arbitrariamente trasformata da ordine in potere… Oggi l’ideale dei magistrati è che le leggi le devono fare loro» (per inciso si ricorda che il Presidente della Repubblica è anche il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, quindi la conosce forzatamente bene).
«Quando ero al Quirinale mi chiamavano ‘il picconatore’ e credevano fossi impazzito. Nonostante i miei sforzi, non avevano minimamente capito che il Muro di Berlino sarebbe crollato non sul Partito Comunista ma sulla Democrazia Cristiana e sul Partito Socialista. E questo per il semplice fatto che, scomparso il comunismo internazionale, di loro non ci sarebbe più stato bisogno».

La massoneria
«La gente non sa che la P2 è stata inventata dagli Stati Uniti, paese in cui l’influenza degli ‘Illuminati’ è rappresentata dalla simbologia massonica emblematicamente riprodotta sulle banconote da un dollaro, e nel quale, dei 44 Presidenti che si sono succeduti alla casa Bianca fino ad oggi, solo 3 non erano massoni: due di loro (McKinley e Kennedy) furono ammazzati, mentre il terzo (Nixon) fu costretto alle dimissioni».

I servizi segreti
Cangini chiede: ‘quando lei era Presidente le furono rivolte accusa da tutte le parti’.
«Be’ in effetti quello che è capitato a me non è mai capitato a nessuno. Ero rimasto completamente solo: abbandonato dal mio partito, la Dc, e violentemente aggredito dal Pci su evidente suggerimento di Andreotti… Io feci l’unica cosa che potevo fare: feci il matto. Dovevo richiamare l’attenzione, dovevo far capire la gravità del momento se non ai partiti almeno all’opinione pubblica».
Cossiga, nella seconda parte del suo mandato presidenziale si trasformò. Tanto era silenzioso e prudente prima, tanto fu rumoroso e spericolato negli ultimi anni. Fu la fase delle ‘picconate’.
«Del resto la voce della mia presunta pazzia, messa abilmente in circolo da Ciriaco De Mita e da Eugenio Scalfari, si basa su un dossier dei servizi segreti… i dossier servono a rendere l’uomo politico ricattabile». Ed ecco comparire un gossip gustoso: «c’era un dossier che raccontava ogni dettaglio della relazione extraconiugale che l’allora ministro dell’Interno Tambroni intratteneva con l’attrice Sylva Koscina… Volendo far carriera nei servizi, tutti giù a rovistare tra le lenzuola di leader politici e uomini di potere… Scelba, l’illustre rappresentante della destra democristiana, anticomunista viscerale, minacciò di votare contro il governo del centrosinistra ma poi improvvisamente cambiò idea. Cosa era successo? Era successo che zelanti funzionari dei servizi avevano cominciato a diffondere particolari sulla sua relazione con la cameriera e del loro figlio illegittimo».
«Solo due sono state le personalità politiche italiane veramente in grado di usare i servizi: Aldo Moro, che li usava come strumento paradiplomatico, e Paolo Emilio Taviani, che ne privilegiava la funzione di controspionaggio militare. L’accordo non scritto di Moro con la guerriglia araba, che ci ha risparmiato un bel po’ di attentati, fu raggiunto tramite i servizi e, in modo particolare, grazie al famoso colonnello Giovannone del Sid, poi Sismi, poi Aise residente a Beirut. Cosa prevedeva? Prevedeva che, in cambio dell’impunità assoluta, della possibilità di girare liberamente per l’Italia e di nascondere sul nostro territorio ingenti quantitativi di armi, i terroristi palestinesi non ci avrebbero fatto del male».
In effetti, prova a riassumere Cangini, la politica filoaraba di Moro e Andreotti spinse la Cia a intervenire pesantemente sui servizi italiani. Uno Stato che proteggeva i terroristi doveva essere, anche solo per questo, «uno Stato a sovranità limitata».
«La verità è che noi non subiremo mai un solo atto terroristico (islamico n.d.r.) a casa nostra perché, almeno in questo, i governi della cosiddetta seconda repubblica sono perfettamente in linea con la politica morotea della prima: noi non diamo fastidio e voi, voi non fate del male a noi. Politica naturalmente condivisa da Andreotti, Berlinguer e Craxi. Pensi che quando dei guerriglieri palestinesi furono arrestati in Italia mentre tentavano di abbattere con dei missili terra-aria un aereo israeliano, Moro chiamò personalmente il giudice istruttore che li doveva processare e gli spiegò che si trattava di un affare di Stato e che pertanto doveva dare loro la libertà provvisoria. Quello eseguì e i servizi italiani li presero in consegna e li rimpatriarono con un buffetto sulle guance.
Gli israeliani non la presero un granché bene: di lì a poco il Mossad fece saltare in aria l’aereo dei servizi italiani che aveva trasportato i palestinesi. Si chiamava Argo 9, dell’equipaggio non si salvò nessuno. Ma questo naturalmente non lo possiamo dire».
C’era un direttorio segreto nella NATO, chiede Cangini, allora ancora immune dal terrore di incappare in una ‘fake news’?
«Sì, certo, il direttorio segreto è sempre esistito e, naturalmente, l’Italia non ne ha mai fatto parte. Comprendeva gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania occidentale e, anche se non aderiva formalmente alla struttura integrata del Patto Atlantico, la Francia. Va però detto che se il progetto di cui le parlavo (il colpo di stato, ndr) non scattò fu proprio perché i tre principali alleati europei degli Stati Uniti si opposero… queste cose le grandi potenze le hanno sempre fatte e sempre le faranno: violenze, assassinii e colpi di stato fanno a pieno titolo parte del gioco politico».
Domanda di Cangini: ‘a proposito, è una ventina d’anni che i golpe più o meno direttamente riconducibili agli americani sembrano essere passati di moda: come mai?’
Cossiga risponde: «Semplicemente perché gli americani non ne hanno più la forza. Chi la forza ce l’ha, ha cambiato strategia e opera prevalentemente per via para-economica».
«Oggi non c’è nulla che non possa essere intercettato. Una volta, e stiamo parlando di parecchi anni fa, visitai il laboratorio scientifico di un grande servizio segreto straniero e ne rimasi sconvolto. In seguito a quella visita mi vietai anche di pensare davanti allo specchio: da quel che avevo visto sarebbero stati capaci di intercettare persino i miei pensieri più reconditi. Vede, c’è a chi piace il giardinaggio e a chi piacciono le spie: a me piacciono le spie. Essendomi occupato di queste cose per una vita intera, nei servizi vengo considerato uno di casa…».
All’inizio della XVI legislatura, al Senato fu stato assegnato a Cossiga lo scranno che porta il numero 007. Un grazioso omaggio alla sua ben nota passione.

Il terrorismo
La strage di Piazza Fontana (1969) fu opera degli americani: «Credo che la strage fu opera non esattamente della CIA, ma di qualche agente particolarmente imprudente dei servizi segreti americani… Era il periodo in cui americani e inglesi erano giunti alla conclusione che di Aldo Moro non ci si poteva fidare. Per impedire che i comunisti arrivassero al governo studiarono anche l’ipotesi di un colpo di Stato e sa perché la scartarono? Semplicemente perché capirono che una buona metà delle nostre forze armate e delle forze di polizia, esclusa l’Arma dei Carabinieri, erano dalla parte dei comunisti».
Il governo francese nei primi anni ‘60 aveva risolto brillantemente il problema del terrorismo dell’OAS, l’organizzazione che si opponeva all’indipendenza dell’Algeria decisa da De Gaulle. Negli anni ‘70 Cossiga andò a trovare, privatamente, un Ministro degll’Interno francese, il Principe Poniatoswki, il marito della proprietaria dello champagne Veuve Clicquot e gli chiese come avevano fatto a risolvere il problema. Cossiga riferisce così il colloquio: «Sorridendo mi rispose che per loro, avendo una spiccata tradizione in materia di terrorismo di Stato, fu facile: ‘Fu sufficiente qualche corpo fluttuante lungo la Senna’, mi disse, trattandomi come fossi un ragazzino. Insomma li ammazzarono tutti».
«La Germania si liberò dei capi brigatisti della RAF, ormai incarcerati, istigandoli al suicidio, quando non ‘suicidandoli’ direttamente… fu sorridendo che il ministro dell’interno federale mi raccontò di quell’anomala serie di impiccagioni in carcere».

La sicurezza
«La sicurezza del potere si fonda sulla insicurezza dei cittadini». La gente si sente insicura anche perché i media, e in modo particolare la televisione, ne alimentano sistematicamente le paure più profonde. «Generano ansia e, come è noto, la politica di ansia si nutre». La realtà conta poco. «A contare è soprattutto la percezione della realtà».

La globalizzazione
La globalizzazione è scappata di mano. «Il mio amico Toni Negri, uomo coltissimo, tempo fa mi chiese un incontro per discutere delle teorie che avrebbe poi raccolto nel bel libro L’impero[2]. Secondo Negri la globalizzazione ha di fatto spazzato via il potere degli Stati e di conseguenza quello degli imperi. Per cui, non esistendo un’autorità superiore né un principio regolatore, la politica non è più in grado di gestire la complessità delle cose del mondo né di reggere il peso di un conflitto. Credo che Toni Negri abbia ragione. Ma vorrei aggiungere un elemento: la fine dei nazionalismi. Tendiamo spesso a dimenticare che la democrazia è sorta nel quadro delle nazioni e faremmo pertanto bene ad interrogarci su quale forma di democrazia possa sopravvivere alla crisi delle nazioni e all’eclissi degli Stati. Non credo sia un caso che l’epoca in cui gli Stati entrano oggettivamente in crisi coincida con l’epoca in cui l’Europa tenta goffamente di darsi una forma politica. Spero infatti che le sia chiaro che l’organizzazione politica più antidemocratica che esista oggi al mondo è l’Unione Europea. Le assicuro che se uno Stato Sovrano si fosse dato un’organizzazione istituzionale come quella della UE saremmo scesi tutti in piazza armati».
«Proscrivere lo Stato e diluire con metodo la nazione non è affatto detto che sia un buon servizio agli ideali democratici di libertà, uguaglianza e fraternità in cui tutti dicono ancora di credere».
«Le vere guerre si combattono ormai prevalentemente per via economica e il principale strumento offensivo sono diventati i fondi sovrani, cioè attraverso i grandi investimenti internazionali realizzati con fondi di proprietà degli Stati, la Cina e i paesi petroliferi. Se per assurdo questi Stati decidessero di usare i loro fondi secondo un disegno geopolitico sarebbero nelle condizioni di rivoluzionare a mappa del potere globale. Non c’è difesa. I fondi sovrani hanno ormai risorse superiori a tutte le banche centrali del mondo. In Italia potrebbero farci un Opa ostile su Enel, Eni, Telecom spogliando il nostro stato di ogni residuo potere economico senza che la gente se ne renda neppure conto. E cosa accadrebbe se la Cina, che oggi sostiene l’economia americana, decidesse di usare i 1800 miliardi di dollari delle sue riserve per qualche disegno contrario all’egemonia americana? Questi fondi sono sono diventati i ‘sovrani’, se pur discreti, del mondo. Il resto lo fanno le agenzie di rating e gli speculatori che sono due facce della stessa medaglia».
«È la forza e non il diritto a dare forza al mondo».
«La politica è ormai ostaggio dell’economia… la globalizzazione è scappata di mano perché non è più guidata dagli Stati ma dal grande capitale non più industriale ma finanziario. È dunque sostanzialmente irresponsabile ma le scelte che compie hanno sempre un enorme peso politico».
«In nome del libero mercato si consente alle banche di fare quello che vogliono e di speculare addirittura sul fallimento degli Stati poi, quando esse falliscono, si pretende che siano gli Stati a salvarle».
«Le aspettative di benessere crescente sono ormai un lontano ricordo e l’idea del mercato libero, con lo Stato che lascia fare, spaventa. Spaventa soprattutto i più deboli».

Gli Stati
Ma, nonostante la globalizzazione, gli Stati esistono ancora e risultano preziosi per le elite dominanti perché hanno il monopolio legale della forza.
«Ai primi venti di crisi l’Europa salta e i singoli Stati vanno per conto loro. Nel 2008 per fronteggiare la crisi finanziaria l’Europa ha allargato al massimo le regole e i vincoli imposti ai governi lasciando liberi gli Stati di fare come volevano».
«Quello che alcuni hanno salutato il trionfo dell’Europa ha in realtà rappresentato l’ammissione di impotenza e per certi aspetti l’amaro epitaffio»

I complotti
«La storia è ricca di complotti e il complotto è una forma di politica».
«I complotti hanno sempre fatto parte del gioco politico. Il complottista è un complottardo mancato. Sempre chi vede complotti ovunque è il tipo di organizzarne uno».

L’etica in politica
«Nel 1927 un giornalista scrisse che la Santa Sede stava negoziando i Patti Lateranensi con governo fascista. Allarmatissimi per la fuga di notizie, quelli della Segreteria di Stato si precipitarono da Pio XI chiedendo come dovessero comportarsi. ‘Smentite tutto’ disse il Papa senza esitare un attimo. Quelli rimasero sbalorditi. ‘Ma Santità’ replicarono, ‘come facciamo a smentire una cosa che sappiamo essere vera?’ La risposta fu emblematica: ‘Da quando in qua si smentiscono le notizie false? Le notizie false si smentiscono da sole: sono quelle vere a dover essere negate’. La bugia a fin di bene quindi è concessa a tutti. Non solo ai politici».

L’ultimo capitolo del libro, sulla sconfitta e sulla morte, è commovente e termina con una frase di un’amarezza cosmica, relativa a quando Cossiga, lasciato il Quirinale, si ritirò a Lugano. Per un certo periodo l’ex-Presidente si stupiva dell’affetto che la gente per strada aveva per lui. Ecco le sue parole: «Godevo dei privilegi di una status ormai lontano. Ma si trattava di un’illusione. Io ero già morto, solo che la gente non se ne era ancora accorta».

Un commento a dieci anni dalla scomparsa di Francesco Cossiga non può non rilevare che, oggi, chiunque osasse scrivere sul web cose del genere verrebbe bannato da tutti i social in 24 ore (a questo sito è comunque già successo, non preoccupatevi).
Il comitato di Conte bollerebbe il testo come ‘fake news’ richiedendone l’immediato ritiro, dall’alto dell’esperienza degli oscuri personaggi che ne fanno parte e che ne sanno, ovviamente, più di Cossiga in termini di complotti e di geopolitica.
Ma deve anche far riflettere sul futuro: la libera comunicazione sul web sta finendo e l’unico posto dove poter trovare informazioni vere saranno, in futuro, i libri cartacei usati. Non è un caso che il libro di Cangini e Cossiga sia introvabile e nessuno osi ripubblicarlo nonostante la sua estrema attualità.
Il canale di diffusione dei testi degni di essere salvati dalla censura imperante, a beneficio dei posteri, dovrà essere in futuro rigorosamente catacombale.

Altri testi di interesse:
F. Cossiga. Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso[3]. Rubettino, 2007.
F. Cossiga. La versione di K. Sessant’anni di controstoria[4]. Rizzoli, 2009.
M. Caligiuri (a cura di). Cossiga e l’intelligence[5]. Rubettino, 2011.