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Quando l’Italia conquistò Pechino (parte seconda)

Dal 21 giugno 1900, data in cui l’imperatrice Cixi dichiarò guerra a tutte le 11 nazioni straniere presenti a Pechino, al 14 agosto 1900, quando l’assedio alle Legazioni terminò per l’arrivo dei soccorsi, erano trascorsi esattamente 55 giorni, i famosi 55 giorni di Pechino[1].
La resistenza delle Legazioni fu dovuta un manipolo di poche centinaia di soldati che salvarono dal massacro un migliaio di occidentali e qualche migliaio di cinesi cristiani.
L’armata dei liberatori, arrivata dopo quasi due mesi,  era composta da circa 18.000 uomini (8000 giapponesi, 4300 russi, 3000 inglesi e indiani, 800 francesi, qualche centinaio di italiani in più tranche) reclutati in tutta fretta tra le navi che stazionavo nel golfo di Tientsin. Era detta ‘L’Alleanza delle Otto nazioni’, perché Spagna, Belgio e Olanda non risposero militarmente alla dichiarazione di guerra di Cixi.
La resistenza che incontrarono le truppe dell’Alleanza nella loro marcia verso Pechino fu, tutto sommato, modesta perché le ostilità furono confinate nel breve tragitto tra il mare e la capitale, dato che il resto della Cina restò immobile e non fu toccato dalla guerra.

Raggiunto l’obiettivo di liberare gli ostaggi, con l’imperatrice in fuga,  le ostilità avrebbero potuto finire lì, dando modo alla diplomazia di definire un trattato di pace. Ma non andò così perché la guerra si protrasse per un anno fino al settembre del 1901.
In Occidente infatti si era sviluppata una forte compartecipazione emotiva agli eventi cinesi, unita ad una sorta di desiderio di rivalsa per lo smacco subito. Si pensava e si diceva: ‘Ma chi si credono di essere questi cinesi che osano sfidare le potenze occidentali?’. Essi dovevano essere puniti per la loro arroganza, anche al di là della reale portata della minaccia, come dichiarò solennemente il Kaiser il 27 luglio del 1900, alla partenza di un forte corpo di spedizione tedesco da Brema.

Anche Gran Bretagna, Francia, Impero Austro-Ungarico e, buona ultima come al solito, l’Italia, allestirono simili spedizioni di rinforzi, che non erano più composte da marinai ma da truppe terrestri. Sei navi da guerra italiane con a bordo 1965 bersaglieri e fanti partirono da Napoli il 19 luglio e arrivarono nel golfo di Tientsin il 29 agosto 1900, quando le Legazioni erano già state liberate. Il corpo di spedizione italiano era ora composto da 2543 soldati sui circa 65.000 del totale dell’Alleanza della Otto Nazioni, rinforzato dai vari sbarchi succedutosi in agosto.

Di fatto l’esercito cinese, persa Pechino e con l’imperatrice in fuga, non ingaggiò mai battaglia con le truppe straniere. L’Alleanza cercò la battaglia ma i cinesi, consci di non avere speranze in uno scontro frontale, si ritirarono sempre, limitandosi a ingaggiare delle semplici scaramucce.
Frustati per la mancata battaglia e la mancata vittoria, le truppe straniere se la presero con la popolazione civile, lasciata in balia degli invasori.
La guerra si trasformò in un saccheggio selvaggio di intere città, in violenze e sopraffazioni di ogni tipo contro una popolazione inerme.
Ogni corpo di spedizione nazionale accusava gli altri di efferati delitti ma il sospetto che questa fosse solo propaganda è certamente molto forte. Il francese Pierre Loti nel suo reportage di guerra ‘Gli ultimi giorni di Pechino[2]’ sostiene a spada tratta che i francesi erano molto amati dalla popolazione cinese per la loro bontà e che addirittura si prodigavano per difenderla dagli abusi dei giapponesi, dei russi e degli indiani. Che i giapponesi e russi non siano famosi per il loro savoir-faire è cosa risaputa ma che i francesi siano dei santi è cosa assai meno nota.

La realtà fu che si trattò di una vera e propria spedizione punitiva, affinché la Cina non osasse più sfidare il resto del mondo sviluppato, dove le truppe furono incentivate a fare tutto ciò che volevano, appositamente, perché la lezione fosse la più dura possibile.

Gli italiani non fecero eccezione. I nostri resoconti ufficiali, naturalmente, imitano quelli francesi, con la usuale retorica ‘Italiani brava gente’. L’ufficiale di marina Mario Valli nel suo libro del 1905 ‘Gli avvenimenti in Cina nel 1900 e l’azione della Regia Marina Italiana’[3] scriveva:
«Il soldato italiano, di carattere mite, rifugge, in massima, da atti di violenza. La brutalità che arriva ad uccidere, il gusto di torturare gli inermi, tutti questi malvagi istinti che tornano facilmente a galla dove una folla di uomini ha vinto, sono la rivelazione di un carattere intimo che non è quello del nostro soldato. È in lui, si potrebbe dire, una rozza bontà d’animo e, se pure è capace di atti villani, per deficienza di educazione, difficilmente giunge ad eccessi di crudeltà».
Indubbiamente le truppe italiane non si macchiarono dei veri e propri massacri attribuiti ad altre nazioni, giapponesi, inglesi e russi in testa, ma certo non si poté dire che si comportassero in modo irreprensibile.

A far luce sul reale comportamento del corpo di spedizione italiano ci pensa il bel libro di Raffaele Barba, Il Tenente Modugno[4], un’affascinante e minuziosa ricostruzione storica del processo per uxoricidio a cui fu sottoposto un militare italiano di ritorno dalla Cina. Dopo un lungo e famoso processo che tenne banco sui principali giornali nazionali, Modugno fu ritenuto innocente per la morte della moglie ma, durante gli interrogatori, furono portati alla luce episodi assai poco edificanti relativi al comportamento della spedizione italiana.
Il tenente Modugno era tornato dalla Cina incredibilmente ricco perché aveva imbarcato ben 16 casse di bottino di guerra suo personale (!), contenenti sia oggetti preziosi sia tael (la moneta d’argento cinese).
Forse per invidia, forse per vendetta, fu accusato in aula da diversi commilitoni di vari reati tra cui rapina, saccheggio, rapimenti, stupro e busca (reato militare in cui un soldato si appropria personalmente dei beni del nemico).
Modugno, esperto militare proveniente dalle campagne d’Africa, scriveva alla moglie delle lettere in cui si dichiarava colpevole dei saccheggi (e del reato di busca, di fatto) ma che non poteva fare altrimenti. Ecco una sua commovente lettera del settembre 1900:

«Entrati in città vi prendemmo alloggio giacché quasi tutti gli abitanti era scappati per sfuggire alle prepotenze degli europei che qui chiamano diavoli d’occidente. Seguirono dettagli poco edificanti per noi, ed anche in questo, i buoni inglesi non vollero essere secondi a nessuno… Povero paese, poveri abitanti! Senza alcuna colpa diretta mi trovo anch’io a figurare tra i predoni, giacché ho dovuto anch’io eseguire gli ordini, ed in conseguenza di ciò mi trovo possessore di alcuni oggetti sequestrati a quella povera gente. Quando ti consegnerò questi bei frutti del mio lavoro, non darmi del predone, perché in tutto ciò non ho messo nulla della mia anima e ho agito quale automa».

In un’altra lettera racconta che il bottino venne radunato in un palazzo per ordine del comando superiore (inglese) per essere poi ripartito tra i vari contingenti nazionali.

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Un Boxer nel costume tipico

Sempre durante il processo per uxoricidio sbucarono altre lettere compromettenti. Uno dei comandanti italiani, il tenente colonnello Salsa, scriveva così:

«Dovevamo stringere in una morsa di ferro i Boxer che dovevano trovarsi a Tuliù, la loro cittadella. Ma quando le maglie si sono ristrette neppure un pesciolino è rimasto nella rete. I boxer erano spariti, se pure erano mai esistiti (!) e neppure un colpo di fucile si è fatto. Ma gli inglesi, ligi ai loro metodi, hanno seminato la distruzione sulla città colpevole, che, dopo essere stata abbandonata al saccheggio fu bruciata completamente e con metodi scientifici. Anche noi abbiamo preso qualcosa, piuttosto che la prendessero gli altri, ma bisognava vedere indiani, cosacchi e americani che razza di ladri sono!.. E dire che veniamo per portare qui la civiltà! Sono cose delle quali è meglio non parlare, se no troppo si dovrebbe dire».

Dovevano essere stati momenti davvero terribili se i due militari italiani, esperti veterani delle campagne d’Africa e rotti a tutte le esperienze, si esprimevano in modo così accorato nelle loro lettere.
Ma anche i giornalisti al seguito della spedizione non scherzavano nei loro giudizi. Ecco cosa scriveva Saverio Vassalli de Il Messaggero:

«Gli inglesi che da uomini pratici del mestiere si erano impadroniti fin da principio del Monte di Pietà, avevano sguinzagliato i loro indiani ed il saccheggio cominciò. Le porte delle case sfondate a colpi di trave e d’accetta; gli abitanti cacciati fuori, ogni angolo scandagliato, frugato, scavato. Gli animali domestici uccisi a baionette e bastonate cadevano a centinaia sotto i colpi dei soldati ubriachi. Indescrivibile la rapacità delle truppe indiane che sapevano spogliare con rara abilità i cinesi che tentavano di fuggire con il denaro addosso…Tu-liù, un popoloso centro di 40.000 abitanti fu ridotto a un lurido e deserto immondezzaio».

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I boxer, esperti di arti marziali

E ancora il tenente Modugno sul saccheggio di Pao-Ting-fu, ricca città capoluogo di una provincia a sud di Pechino: «… si vuol per forza far credere che qui si fa la guerra e quindi escogitano tutte le possibili soluzioni per raggiungere quello scopo… Lo scopo apparente è di punire i Boxer ma lo scopo vero è di saccheggiare una città che è ritenuta ricchissima». Molto del bottino di Modugno proveniva proprio dal saccheggio di Pao-Ting-fu.

Ma se gli inglesi preferivano il saccheggio delle banche e dei monti pietà, secondo l’immortale principio cherchez la monnaie, Modugno, da buon italiano, sembrava prediligere l’altrettanto immortale cherchez la femme. Le accuse di stupri erano forse le più infamanti ma, dalle testimonianze,  sembrò emergere che, forte dai taels razziati, egli preferisse remunerare la fanciulle che gli donavano le loro grazie piuttosto che violentarle brutalmente. Certamente si appurò che per il tenente si trattava di una esigenza pressoché di carattere quotidiano.
In ogni caso, dopo l’assoluzione del suo processo per uxoricidio, questa e le altre accuse, di competenza del tribunale militare, furono ben presto insabbiate perché avrebbero chiamato in causa gli stessi comandanti della spedizione italiana, come, garbatamente, aveva fatto balenare il tenente nei suoi interrogatori. L’intrepido tenente Modugno si tenne stretta anche la medaglia d’argento al valor militare di cui era stato insignito al suo ritorno dalla Cina.

L’Italia guadagnò nell’avventura cinese una serie di privilegi commerciali e una piccola colonia, la concessione di Tientsin, una cinquantina di ettari nella immediata periferia della città, con 16.000 abitanti, che restò italiana dal 1901 al 1943.

Il sacco di Pechino, ancora oggi, ha un posto d’onore nei programmi didattici delle scuole cinesi. Dopo più di un secolo ai piccoli cinesi viene ancora insegnato a non dimenticare i ‘diavoli occidentali’. Noi invece abbiamo preferito dimenticare.