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Diete e lockdown

In questi tempi di coprifuoco, in cui i ristoranti sono chiusi ed è vietato invitare gli amici a cena, vi è finalmente la possibilità di mangiare ‘come si deve’ invece che ‘come si può’.
Abbiamo più tempo, i supermercati sono aperti e possiamo scegliere quale dieta seguire, o meglio quale regime alimentare adottare.
Ma la cosa si annuncia tutt’altro che semplice. Stampa e televisione ne dicono di tutti i colori e nessuno è d’accordo su niente. Ormai mitiche sono le discussioni, senza capo né coda, a ‘Porta a Porta’ tra il Professor Calabrese, da sempre, portatore di un solo suggerimento alimentare: ‘mangiare poco ma di tutto’, e vari personaggi che propongono le diete più fantasiose.

In realtà, al di là delle varie tifoserie, non esistono, di fatto, studi scientifici seri che conducano ad un quadro definitivo a favore o contro i vari regimi alimentari, se per studi scientifici si intendono quelle ricerche a doppio cieco, in cui si somministra a un campione di popolazione un qualcosa e ad un altro campione un placebo, per poi verificare cosa succede, come in medicina. Non esistono perché sono ricerche molto costose, che richiedono anni di tempo, dove l’industria privata non trova rilevanti guadagni. Potrebbero essere fatte con risorse pubbliche ma, di fatto, questo non accade.

Esistono invece studi statistici, con tutti i limiti degli studi statistici, che possono indicare solo ‘correlazioni’ tra fenomeni, lungi da poter essere considerate automaticamente come relazioni causa-effetto.
Ecco che quindi la maggioranza degli studi, più o meno scientifici, sono ‘aneddotici’, come si usa dire, cioè si basano su casi singoli e particolari. In pratica ognuno riferisce le proprie esperienze sui propri pazienti o clienti, tentando di fornire alcune spiegazioni. Sono sicuramente indicazioni interessanti, a loro modo ‘scientifiche’, ma sono difficili da generalizzare ed è questo che stimola l’attuale dibattito senza fine.

Per inquadrare il problema in termini corretti esistono però alcuni libri di notevole interesse. Il primo che suggeriamo è ‘Il cibo che cura, il cibo che ammala[1]’ di Maria Rosa Di Fazio, che è una sintesi delle tesi sostenute dalla nota oncologa nelle sue pubblicazioni precedenti e che è diventato un vero e proprio successo editoriale.
La Di Fazio sostiene che la prima medicina è il cibo. Sebbene lei abbia studiato in particolare il regime alimentare ottimale per i suoi pazienti oncologici, le sue linee guida si possono e si devono applicare a tutti.

La dottoressa Di Fazio mi scuserà se mi azzardo semplificare il suo discorso per esigenze editoriali ma le indicazioni più importanti che si traggono dal suo lavoro ritengo siano quattro:
1) Il nostro metabolismo è alto al mattino ma poi si ‘addormenta’ per cui le calorie vanno assunte al mattino e a pranzo.
2) Bisogna evitare gli alimenti bianchi: zucchero, farina bianca e derivati, latte e derivati, sale.
3) Bisogna privilegiare gli alimenti che rendono basico il nostro tessuto connettivo.
4) Bisogna evitare tutti i maneggi ‘industriali’ dei cibi e usare materie prime fresche (ma anche ben surgelate, evitando le scatolette).

Questi consigli derivano da considerazioni eterogenee. In primo luogo la cronobiologia, che studia il nostro metabolismo alle varie ore del giorno, conduce ad una conclusione inconfutabile: una stessa caloria ingurgitata al mattino ingrassa meno della stessa caloria mangiata alla sera. Ma non è solo una questione di grasso perché diverse sono anche le reazioni metaboliche. Ad esempio il ciclo insulinico dura di più alla sera, il mangiare carboidrati e zuccheri può creare una bolla gastrica che comprime il cuore, le sostanze dannose ingerite danneggiano di più l’intestino, etc.

Ecco che alla sera bisogna quindi stare leggeri e, secondo la Di Fazio, evitare come la peste zuccheri e carboidrati che mandano in putrefazione il nostro intestino. Essi possono essere mangiati solo fino alle 14, mai dopo.

Lo sconsigliare gli alimenti ‘bianchi’ deriva da motivi diversi anche se, in fondo riconducibili allo stesso principio: la razza umana non è adatta a gestirli. Lo zucchero è un veleno, punto e basta. Stimola fortemente il ciclo insulinico portando inesorabilmente al diabete e agevola un’infiammazione generalizzata dell’organismo conseguente alla sua acidificazione. Inoltre le cellule tumorali ne sono ghiotte e ne consumano fino a 20 volte di più di quelle normali.

È vero tutto ciò? Sembra proprio di sì. La demonizzazione degli zuccheri non è cosa di oggi, risale almeno al 1972 quando uscì il libro di John Yudkin, Puro, Bianco ma Nocivo[2] (il titolo inglese era ancora più esplicativo Pure, White and Deadly, cioè Puro, Bianco e Mortale).
Il libro della Di Fazio non fa grosse distinzioni tra i vari zuccheri anche perché per i suoi malati di tumore la proibizione è tassativa. Altri, vedremo, hanno una posizione più articolata. In effetti i nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé e soprattutto i gorilla sono fruttariani, cioè si nutrono di fruttosio. Possibile che gli umani abbiano perso la capacità di gestire gli zuccheri nella loro totalità? Vedremo successivamente un chiarimento su questo problema.

La farina bianca raffinata (tipo 00, 0 o Manitoba) è invece da evitare come tutti i prodotti da forno industriali, soprattutto per il suo contenuto di glutine. Per la Di Fazio la razza umana non è in grado di metabolizzare il glutine che fa sempre dei danni anche a chi celiaco non è. Bisogna mangiarne il meno possibile perché siamo tutti un po’ celiaci. Il glutine infatti modifica la permeabilità intestinale facendo passare in circolo sostanze che non dovrebbero passare e rovina la flora batterica. La cosa si è aggravata negli ultimi anni perché le farine tradizionali italiane contenevano il 5-7% di glutine mentre quelle moderne, canadesi e americane in particolare, trattate con il glifosato, ne contengono il 20%.
Per cui, se i celiaci sono solo meno del 2% della popolazione, l’intolleranza al glutine è ormai diffusissima e arriva al 20% della popolazione. Per sovrappiù le farine raffinate scatenano il ciclo insulinico al pari degli zuccheri.
Anche questa parrebbe essere una conclusione inconfutabile. Che fare quindi? Usare farine integrali italiane a basso contenuto di glutine o altre farine che non contengono glutine (di riso, di mais, di quinoa, di grano saraceno o di ceci ad esempio).

Altrettanto decisa è la condanna del latte e dei latticini, tutti, in particolare dello yogurt. Il problema qui è la caseina, più del lattosio. E anche qui gli adulti della razza umana non hanno la capacità di metabolizzare il latte. A partire dai 6 anni in su, la capacità di digerire la caseina diminuisce (in alcuni paesi che non hanno la tradizione di mangiare formaggio, come in Cina, anche da prima) e questa provoca acidosi, infiammazioni croniche e produzione di muco (chi ha il raffreddore non si azzardi a mangiare formaggi). Ma soprattutto il latte contiene molti fattori di crescita cellulare perché è indirizzato a far crescere i cuccioli. Purtroppo così crescono anche i tumori: tutti i pazienti della Di Fazio hanno avuto miglioramenti di marcatori tumorali dopo l’abolizione del latte e derivati nella loro dieta. Latte e latticini inoltre contengono immonde schifezze come antibiotici e ormoni della crescita dati alle mucche per forzarne al massimo la produzione. Comunque nessun animale adulto si nutre di latte (anche perché non ce l’ha disponibile). Anche qui la conclusione sembra convincente.

La limitazione del sale invece dipende dai suoi effetti nocivi sul sistema cardiocircolatorio. Non siamo programmati per gestire le decine di grammi che ne ingurgitiamo quotidianamente invece dei pochi grammi che ci sono necessari. Inconfutabile.

E la carne? La Di Fazio non la ama, ma il perché non è del tutto chiaro. Comunque ne ammette il consumo ogni 15 giorni.

In conclusione quindi l’alimento principale di un corretto regime alimentare devono essere le verdure: insalate, zucche, zucchine ma soprattutto i cavoli (le crucifere in genere) che prevengono i tumori ormono-sensibili come quelli della mammella, dell’utero, della prostata e della tiroide. Ma anche finocchi, rucola, sedano rapa, carote, cipolle. Meno bene le solanacee (peperoni, pomodori, melanzane ma anche le patate) perché acidificano l’organismo. Sempre in funzione antitumorale il nostro organismo (o meglio il nostro tessuto connettivo) deve essere più basico che acido (questa è una asserzione molto di moda ma sinceramente il testo in questione fornisce molti argomenti a sostegno).

Al secondo posto tra i nostri alimenti preferiti devono esserci i legumi, tutti, che hanno proteine nobili ma non acidificano. Meglio consumarne però un solo tipo alla volta.

Verdure e legumi vanno consumati 4 volte al giorno, anche come minestroni e passate.

Il pesce, soprattutto il pesce azzurro, viene consigliato 3-4 volte alla settimana. Molte bene anche le uova (5-6 volte a settimana) perché non alzano affatto il colesterolo. Il colesterolo nel sangue è endogeno, prodotto dal nostro organismo. Quello che assumiamo negli alimenti viene scomposto e digerito nell’intestino e non incide quasi per nulla sulla sua produzione (questa conclusione stupefacente è del tutto vera nonostante l’idea contraria di molti medici poco informati).

La frutta può invece essere consumata al massimo una volta al giorno, al mattino, mai dopo i pasti, per i noti problemi a cui va incontro il nostro organismo con gli zuccheri.

Il libro della Di Fazio distrugge molte mode del momento, come le diete vegetariane o vegane e soprattutto quelle fruttariane, proponendo un regime alimentare vario a base di verdure e legumi, con proteine nobili fornite da pesce e uova.

Mi si permetta però un piccolo commento personale. Sulle capacità anticancro di alcuni cibi le considerazioni della dottoressa sono, appunto, aneddotiche. Per i suoi pazienti l’eliminazione di alcuni cibi sembra migliorare i marcatori tumorali ma da qui a farne una verità inconfutabile e una cura contro il cancro ce ne passa.
In particolare la passione per le verdure come se fossero la cosa più sana del mondo mi ricorda una delle peggiori gaffe della mia vita. Ero a cena con una ragazza molto carina, vegetariana, che insisteva sulla bontà della sua dieta. Io le feci presente che anche le verdure contengono emerite schifezze perché, ad esempio, dopo Chernobyl le ricadute sulle verdure a foglia larga di iodio e cesio radioattivi avevano provocato aumenti consistenti di cancro alla tiroide. Essendo passati molti anni dall’incidente mi sembrava di dire una cosa innocua e di poter così evitare di citare glifosato, OGM e pesticidi, molto più attuali. Ma la ragazza si fece seria, mi indicò un taglio quasi invisibile sulla sua gola e disse: ‘Già fatto, grazie’.
Al di là della orrenda gaffe, le verdure, soprattutto quelle a foglia larga, come i cavoli, sono tutt’altro che sicure, anche lavandole molto. Inoltre, se la carne si deve consumare poco perché contiene ormoni e antibiotici, le uova dovrebbero essere ancora peggio, dato le condizioni terribili degli allevamenti intensivi dei polli.
Insomma il libro della Di Fazio ha il grande merito di essere un ottimo inquadramento generale del problema del regime alimentare umano ma salta alle conclusioni in modo un po’ affrettato.

La Di Fazio cita spesso un best seller mondiale, l’inarrivabile China Study[3], di Colin Campbell, lo studio più completo sull’alimentazione mai condotto, almeno secondo i suoi appassionati, pur non condividendone molte conclusioni. È oggi un testo di riferimento (anche se io lo trovo inaccettabilmente fazioso).
Si tratta di uno studio su base statistica che fornisce molte correlazioni tra cibo e malattie (cancro in particolare) in 65 contee cinesi e che sostiene che la carne fa male, fa venire il cancro e danneggia il cuore.
Ma anche sul latte non ci va leggero: ‘È fuor di dubbio che le proteine del latte vaccino siano un promotore straordinariamente potente del cancro nei ratti’ (pag. 67). Bisogna quindi essere vegetariani come i cinesi.
Sebbene il libro avverta metodologicamente che le correlazioni non sono rapporti di causa effetto, se ne dimentica immediatamente e procede ignorando la propria stessa avvertenza metodologica, il che un po’ sconcerta. Il libro è confuso e viziato da conclusioni preconcette per cui non ne comprendo la fama. Si propone in sostanza un regime alimentare (come quello cinese) basato sui carboidrati invece che sulle proteine e si dice che le proteine animali ‘causano’ la crescita del colesterolo e del cancro al fegato. Ma poi ci si lascia sfuggire che nella Cina rurale vi sono tassi altissimi di cancro al fegato. E allora? E allora si dice che questo è dovuto al virus dell’epatite. Imbarazzante.
Poi si sostiene che i cibi di origine animale sono correlati alle cardiopatie e si fa vedere una tabella a conferma. Peccato che nella tabella sia riportata anche la Francia che ha un tasso di mortalità per cardiopatie tra i più bassi del mondo, pur consumando una grande quantità di proteine animali. Insomma si mostra nella tabella una cosa che contraddice quello che si dice nel testo.
Pur essendo un libro culto per i vegetariani (qui la frutta si può consumare a volontà a differenza della Di Fazio) è davvero da prendere con le molle e francamente, metodologicamente, fa rabbrividire. Lo citiamo proprio perché è un cult ma è sconsigliato a chi voglia affrontare la cosa senza pregiudizi.

E adesso veniamo a libri (divulgativi) che tentano di spiegare il ‘perché’ alcuni cibi fanno bene e altri male. Da leggere è certamente ‘Vivere 120 anni[4]’ di Adriano Panzironi. Alcune sue leggerezze gli hanno procurato l’ostracismo dei media e le attenzioni della magistratura ma il libro è assolutamente necessario per chi voglia capire qualcosa di metabolismo umano senza ricorrere ai testi universitari. Purtroppo il titolo, alla Wanna Marchi farebbe pensare ad una bufala. È un peccato, perché così si scredita un testo importante.
Comunque la tesi sostenuta è che il regime alimentare ottimale per l’uomo è una forma di dieta paleolitica, in base al seguente  ragionamento. L’uomo esiste più o meno da un milione di anni ma solo da 10.000 anni ha sviluppato l’agricoltura e l’allevamento del bestiame cambiando così il cibo quotidiano. Siamo sicuri che, in così poco tempo, l’umanità si sia adattata a un così drastico cambiamento di regime alimentare?
Di certo se fosse possibile disporre delle cose che mangiava il nostro antenato del Paleolitico potremmo essere tranquilli. Con questa ipotesi si possono spiegare facilmente le intolleranze succitate al glutine (cereali che prima esistevano) e alla caseina (non si beveva latte perché non si allevavano animali) per non parlare degli zuccheri raffinati artificiali (che non esistevano proprio).
L’ipotesi è suggestiva e convincente.
Ma cosa mangiavano i nostri antenati del Peleolitico? Qui la cosa si complica perché non lo sappiamo di preciso. Volendo, potremmo prendere ad esempio i nostri cugini antropomorfi. Il gorilla è totalmente fruttariano. Oppure lo scimpanzé che, oltre la frutta, mangia bacche, tuberi, fiori (sì, proprio fiori), beve acqua di rugiada e, una volta ogni tanto, carne cruda (sono note infatti vere e proprie battute di caccia di gruppo ai danni di scimmiette più piccole).
Quando le scimmie uscirono dalla foresta, dove la frutta era sempre disponibile, per scendere nella savana, diventando così sempre più umane, le cose si complicarono di molto. Il problema principale non era tanto il cibo ma l’acqua. In un regime fruttariano infatti non c’è bisogno di bere perché l’acqua è già fornita dalla frutta. Nella savana l’unica acqua disponibile era quella dei fiumi, ben inquinata dagli scarichi degli ippopotami, e la frutta era sempre più rara. La vita era grama, ottenebrata da furiose dissenterie, fino a che non fu scoperto il fuoco e qualche recipiente che permetteva di far bollire l’acqua per disinfettarla.
Si aprì allora per la scimmia antropomorfa, ormai umana, un radioso avvenire. Eravamo, più o meno, tra il milione e i cinquecentomila anni fa. Le femmine raccoglievano bacche, uova, frutta e radici, i maschi pensavano alla carne e al pesce. Molte cose erano crude ma alcune erano cotte perché il fuoco esisteva già. Non era possibile infatti uccidere una zebra e mangiarla tutta in giornata. Senza i frigoriferi l’unico modo per farla durare qualche giorno era cuocerla, lessata in brodo o arrostita.
Insomma la dieta paleolitica del cacciatore-raccoglitore non era affatto male. Non esistevano il grano, i cereali e i legumi, prodotti dell’agricoltura, ma nessuno ne sentiva la mancanza.
Una certa retorica del ‘buon selvaggio’ (propria anche di Panzironi) vuole che i nostri antenati paleolitici vivessero felici e in salute fino a tarda età mentre l’agricoltore sarebbe campato in modo miserevole, afflitto da severe malattie (ma di questo non siamo poi troppo sicuri).

Dopo questa suggestiva introduzione Panzironi si accinge a spiegarci, per ben 300 pagine, come funziona il nostro metabolismo. Molto interessante ma difficile da riassumere. Finalmente a pagina 367 (!) si affrontano le ‘verità nascoste’ e si comincia con una domanda: ‘mangereste un piatto di zucchero?’ Dopo l’immancabile ‘No’ si spiega che un piatto di spaghetti è sostanzialmente la stessa cosa.
I nostri antenati sopperivano alle loro necessità caloriche non con gli zuccheri e con i carboidrati ma essenzialmente con i grassi e le proteine. Infatti il nostro organismo accumula il grasso ma non lo zucchero. Perché? Perché lo zucchero uccide. Se il livello di glucosio nel sangue eccede 1,4 grammi per litro iniziano i danni da diabete, se supera i 6 grammi per litro si entra in coma. Visto che abbiamo circa 5 litri di sangue, nel sangue devono circolare al massimo 7 grammi di glucosio (più o meno un cucchiaino!). Con 4-5 cucchiaini sciolti nel sangue si muore.
Per evitare di morire tutte le volte che si mangia un po’ di zucchero, l’organismo entra in emergenza e attiva il sistema insulinico per poter, immediatamente, nel giro poche decine di secondi (!) togliere il glucosio dal sangue e trasformarlo in qualcosa d’altro.
Il primo tampone è il fegato, che può immagazzinare glucosio per 70 grammi. Dato che l’unico organo che utilizza il glucosio tout court è il cervello (che ne consuma 5 grammi l’ora), la riserva di pronto intervento del fegato è in grado di nutrire i neuroni cerebrali per circa 14 ore senza problemi.
Vi sono anche alcune cellule muscolari a contrazione veloce che usano il glucosio puro e che ne possono immagazzinare circa 300 grammi. L’organismo umano può accumulare cioè 370 grammi di glucosio in questo modo. Insulina e glutadione regolano questo sistema in modo che il glucosio nel sangue resti in un range ristrettissimo (da 0,8 a 1 gr/l, massimo 1,4 a digiuno).

Questi numeri banali rendono conto del fatto che l’insulina è un sistema salvavita. Il compito dell’insulina ‘non è’ quello di mantenere costante il livello di glucosio nel sangue, è quello di toglierlo di mezzo il più in fretta possibile, anche facendo qualche danno collaterale. Nel caso poi ce ne fosse troppo poco ci pensa il glutadione a richiamarlo dalle riserve di pronto intervento.
Se mangiamo zuccheri e carboidrati insulinici attiviamo questo sistema di emergenza, se lo facciamo 5 volte al giorno, il sistema andrà prima o poi in tilt perché non è pensato per un uso così intenso.

Insomma la dieta paleolitica, basata su un basso contenuto di zuccheri (e amidi), è l’ideale per la razza umana anche oggi. L’avvento della agricoltura, con i suoi zuccheri e carboidrati insulinici, è stata una forzatura metabolica che può portare solo a malattie.
La base concettuale della dieta paleolitica è decisamente convincente e la stessa dott.sa Di Fazio troverebbe buone concordanze con i suoi risultati sperimentali.
Carne e pesce non hanno praticamente glucosio (0,6%), non comportano nessuna attivazione insulinica, quindi per Panzironi la carne si può mangiare. Un’altra differenza con la Di Fazio è che gli zuccheri qui non sono tutti uguali.
Ad esempio il fruttosio ‘fa un altro giro’ del glucosio. Esso infatti non può essere usato dalle nostre cellule tal quale e viene quindi avviato al fegato che lo trasforma in glicogeno (per accumularlo) o in trigliceridi (se la riserva di glicogeneo del fegato è satura). Ecco quindi che il fruttosio, di per sé, non attiva direttamente l’emergenza insulinica. Ecco perché il gorilla sopravvive mangiando solo frutta.
I carboidrati poi sono molto diversi tra loro e essenzialmente si dividono in carboidrati insulinici e non. La pasta, la farina, il pane sono amidi che si scindono in fretta nell’intestino in molecole di glucosio. Quelli contenuti nelle verdure e dei legumi invece sono più complessi. Più i carboidrati sono complessi e meno impattano sull’insulina perché ci vuole più tempo a digerirli. Anche il mix di alimenti allunga i tempi di assimilazione. Meglio una pasta al ragù che una pasta scondita quindi.
In effetti i nostri nonni amavano mangiare sempre primo e secondo per ottenere questo effetto mix. I legumi sono meglio del pane proprio per questo, perché ci vuole più tempo a digerirli.

Le indicazioni che si possono trovare nel libro di Panzironi sono molte altre e forse è il testo (divulgativo) che meglio spiega il nostro metabolismo allo stato attuale dell’arte. È davvero un peccato che vi siano stati alcuni scivoloni commerciali che abbiano offuscato l’immagine dell’autore.

Un ultimo libro che tenta una spiegazione divulgativa del metabolismo umano è quello di Alberico Lemme, ‘L’uomo che sussurrava ai ciccioni. I segreti della filosofia alimentare[5]’.
Al di là del titolo demenziale e della estrosità, spesso eccessiva, di Lemme, il testo è davvero interessante.
Come si poteva facilmente dedurre anche dal libro di Panzironi, l’insulina è l’unico ormone che attiva la produzione di grasso. Essendo il libro dedicato a chi vuole dimagrire, è di questo che ci si deve occupare e di nient’altro. Anche qui il fruttosio è considerato l’unico zucchero che, in quantità modiche, non stimola l’insulina. Il gorilla infatti non mangia una chilo di banane alla volte ma le distribuisce nell’arco di ore. In pratica mangia sempre e poco alla volta, proprio per mantenere la quantità di fruttosio sotto soglia. I nostri testi quindi concordano con la seguente prassi alimentare: la frutta si deve mangiare ma poca alla volta e nella prima parte della giornata. Un frutto al mattino è l’ottimo.
Il lattosio invece si scinde in una molecola di galattosio e una di glucosio. Nello yogurt il lattosio non c’è più ed è per questo che lo yogurt naturale non fa ingrassare. Sembrerebbero peraltro restare valide le riserve formulate dalla De Fazio sulla caseina anche se Lemme non se ne occupa.
Più il mix del bolo è complesso più i tempi sono lunghi e meglio è. Per questo le fibre (cellulosa indigeribile per l’uomo) sono positive, perché allungano i tempi.
I grassi non fanno ingrassare perché le calorie assunte non sono così importanti e l’unica cosa che conta è la loro biodisponibilità che deriva dal ciclo insulinico.
Un errore (che conferma le asserzioni della Di Fazio) è pensare che il colesterolo provenga dai cibi. L’80% è generato dallo stesso organismo. Solo un 20% deriva dal cibo in quanto la sua scomposizione non è completa e alcuni mattoncini vengono assorbiti dall’intestino tal quali, fornendo una facile materia prima per produrne di più. Ma l’input alla produzione di colesterolo è sempre dato dall’insulina. Ecco che quindi si possono mangiare la uova, come dice la Di Fazio.
Lemme insiste inoltre particolarmente sull’effetto dannoso del sale, che è l’artefice del passaggio del glucosio dall’intestino al sangue. Maggiore è la disponibilità di sale più veloce darà l’assorbimento del glucosio. Ecco perché il sale fa ingrassare, anche se non ha calorie. Per un diabetico esso è veleno. Arriva a sostenere che un piatto di spaghetti insipido non attiva l’insulina mentre uno salato si (è un’idea proprio suggestiva e che mi riprometto di sperimentare la più presto anche perché non ci credo). Ciò aprirebbe a un libero consumo dei cereali e dei carboidrati insulinici in un contesto a zero sale (almeno di quelli senza glutine).
Nel libro (più di 450 pagine), come nel libro di Panzironi, c’è molto di più di quanto qui espresso ed entrambi vanno acquistati da chi vuole avere una comprensione decente del nostro metabolismo.

In conclusione, nonostante le diversità di opinioni su molte cose che restano in sospeso, esistono alcuni punti condivisi e condivisibili negli studi esaminati che possiamo trasferire nella nostra realtà quotidiana, senza pretese di esaustività.

Un primo punto, inderogabile, è che i carboidrati insulinici devono essere consumati prima delle 14. La sera, cena leggera a base di verdure, pesce, carne, uova, legumi. Niente pane, pasta, pizza, dolci e frutta. È un cambio grande delle nostre abitudini ma fa certamente bene e fa anche dimagrire. È la dieta che mi ha consigliato il mio cardiologo. Prima fai ciò che vuoi, dopo togli tutti i carboidrati.

Un secondo punto condiviso da tutti è che si deve limitare al massimo il picco di insulina. Se si mangiano zuccheri e amidi è meglio mischiarli con carne, pesce e fibre perché se ne rallenta l’assorbimento, come facevano i nostri nonni.

Ed infine, per i puristi, un terzo punto condiviso nei nostri testi è quello di cercare di evitare gli alimenti bianchi (zucchero, farina, latte, sale). La nostra salute ne guadagnerà.

Per finire con un po’ di allegria però non si può non citare un libricino perfetto per i nostri tempi difficili: ‘Mangiare da Re spendendo 1 €[6]’, di Maurizio Agostini e Patrizia Bassani.
Può sembrare una bufala ma non lo è perché sono indicati tutti i prezzi di riferimento e si può davvero mangiare bene con 1 € a pasto.

E, incredibile ma vero, le stimolanti ricette, tratte dalla tradizione mediterranea, sono curiosamente compatibili (anche se non sempre) con le conclusioni metaboliche che abbiamo qui riassunto.