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Il tramonto del pensiero giudaico-cristiano e la Morte della Storia, Parte I. Maurizio Agostini

Questo post è molto diverso da quelli usuali, ma lo pubblichiamo ugualmente (in tre puntate) perché fornisce il quadro entro cui si muove l’Uomo oggi. Vedremo che le apparenti follie che caratterizzano i nostri tempi erano state previste nei minimi dettagli e proveremo a immaginare quello che ci aspetta. O meglio quello che forze oscure vogliono che ci accada.
Non si tratta di una lettura facile ma crediamo ne valga la pena.

Questo saggio propone le seguenti due tesi:
1) Il pensiero giudaico-cristiano che ha plasmato l’Occidente negli ultimi duemila anni è al tramonto e ciò comporterà la Morte della Storia, che fu invenzione giudaica.
2) Il tramonto del pensiero giudaico-cristiano e la Morte della Storia non sono fenomeni casuali né inevitabili ma sono dovuti a forze potenti che operano in lassi temporali ‘lunghi’.
La Morte della Storia non è quindi un accidente, o una evoluzione inevitabile, ma un Omicidio. L’esecutore finale del delitto è stato un virus ma i mandanti vengono da lontano.

Le tesi non possono certo considerarsi originali e l’intento dell’articolo è divulgativo, nella convinzione però che, al lettore medio, gran parte delle affermazioni qui contenute appariranno come una ‘Rivelazione’, cioè, etimologicamente, come una ‘Apocalisse’, perché in effetti di questo si tratta.
Il mondo in cui siamo entrati, dal Covid-19 in poi, sarà un mondo del tutto diverso da quello che abbiamo conosciuto perché, nel 2020, la Storia è entrata in coma irreversibile.

La Storia non è sempre esistita.

La concezione della Storia, come ci è familiare, cioè quella di un tempo in cui esiste un Passato, tendenzialmente primitivo, un Presente, tendenzialmente costruttivo, e un Futuro, tendenzialmente ottimistico, non è sempre stata un patrimonio della umanità. Anzi, è vero il contrario.

Chi abbia avuto la ventura di vedere un ‘museo’ cinese è stato certamente colpito dalla differenza con i nostri ‘musei’ e dalla implicita inesistenza della Storia che vi è manifesta. Vi sono padiglioni con grandi striscioni di scrittura ideografica che loro ammirano, al di là del tempo e dello spazio, e a cui danno un significato che noi non possiamo capire.

Chi ha avuto la possibilità di vedere le città maya o azteche ha certamente notato la concezione ciclica del loro tempo, così accuratamente misurato nelle migliaia di anni, dove non esiste né una fine né un principio, dove non esiste alcuna ‘evoluzione’, solo un eterno riproporsi di misteriosi ma equivalenti cicli temporali. Per le popolazioni amerinde non è mai esistito un domani diverso da ieri.

Chi ha avuto l’ardire di frequentare la mitologia indiana, i Veda, le Upanishad, ha potuto certamente apprezzarne la loro totale a-storicità.

Chi ha potuto godersi un viaggio in Egitto non ha potuto non notare l’eterno ripetersi delle stesse convenzioni, delle stesse rappresentazioni per migliaia di anni. Di più, ha pure potuto constatare la ‘damnatio memoriae’ che spesso un faraone imponeva al precedente, cancellandone le rappresentazioni, come fece Thutmose III con la sua matrigna Hatshepsud. Un feroce tentativo di cancellarne la storia e la memoria.

Ma soprattutto chi ha avuto la ventura di studiare la Grecia antica non può ignorare che essa non possedeva il concetto di Storia. Quelli che noi definiamo ‘storici’ greci, Erodoto, Tucidite, Senofonte, sono storici solo per modo di dire secondo i nostri canoni.

Erodoto (485-425 a.C. circa) più che uno storico era un geografo, che riferiva di usi, di costumi ma anche di pettegolezzi e di capricci degli dei in vari paesi del mondo, calati in un eterno presente.
Tucidite (460-404 a.C. circa) iniziò la sua ‘Guerra del Peloponneso’[1] così: ‘… i suoi effetti si estesero alla maggior parte degli uomini. Sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti è impossibile raccogliere notizie sicure e chiare, per la troppa distanza nel tempo. Ma sulla base dei documenti e di una indagine approfondita, ritengo che non si siano verificati avvenimenti di rilievo, né sotto il motivo militare, né per altri aspetti.’
Per Tucidite la Storia cominciava, ma anche finiva, con la Guerra del Peloponneso. Prima e dopo non sarebbe successo niente di interessante.
Non male per quello che, da molti, è considerato il primo storico occidentale.
Senofonte (430-362 a.C. circa) iniziò da dove Tucidite si era fermato, con le Elleniche[2], e continuò con l’Anabasi di Ciro[3], la sfortunata spedizione in Persia dei 10.000 mercenari greci, di cui anche Senofonte faceva parte.
Entrambi sono dei ‘cronachisti’, cioè raccontano solo avvenimenti da loro vissuti personalmente o più o meno contemporanei.

Chi ha potuto leggere Le nozze di Cadmo e Armonia[4] di Roberto Calasso ha forse capito un centesimo del suo contenuto ma ha certamente afferrato che, per gli antichi greci, la Storia non esisteva: Ulisse era un contemporaneo degli Argonauti, Elena di Troia fu rapita da ragazza da Teseo che la sodomizzò, rispettandone la verginità, il che le permise di sposare successivamente Menelao e di dare inizio alla mirabolante carriera per cui, ancora oggi, la ricordiamo. Gli dei, le dee, le ninfe, i semidei vivevano in mezzo agli uomini in un eterno presente, fianco a fianco. Tutto nello spazio di un paio di generazioni.

Anche da un punto di vista più ‘filosofico’ sia Platone (428-348 a. C circa) che Aristotele (384-322 a.C. circa) pensavano che i regimi politici, la tirannide o la democrazia, fossero destinati a sostituirsi indefinitamente in un ciclo senza fine. Essi ritenevano che ciò fosse parte di un ciclo ben più grande, un ciclo della natura, in cui cataclismi e disastri naturali spazzassero via non solo le civiltà umane ma anche le loro memorie. Atlantide era stata distrutta e tutto era ricominciato da capo. La storia non andava da nessuna parte, era ciclica.

Dato che mancava il senso del passato, mancava anche il senso del futuro. La Storia non aveva una meta. Eraclito scriveva che l’ordine che costituisce il mondo ‘è solo un mucchio di cose buttate lì a caso’ (Eraclito. Frammenti[5]). E il caso non può che essere sempre uguale a sé stesso. Panta rei, tutto scorre, ma non va da nessuna parte.

Filosofi greci e sapienti orientali pensavano quindi l’ordine umano in funzione di quello cosmico. Platone ipotizza un Iperuranio, Lao Tzu credeva che per poter organizzare la vita dell’uomo bisognasse guardare al Tao sempiterno.
Nessuno di loro due pensava ‘storicamente’.
Mancava in loro una memoria del passato e un senso del futuro. Una qualunque idea di progresso e di sviluppo sarebbe sembrata loro una specie di bestemmia, non potendo esserci in prospettiva alcun fine, neppure temporale, dato che Essere e Tao sono immutabili.
Iperuranio e Tao sono espressione dell’ordine immutabile a cui il mondo storico-politico si deve adeguare’ (Umberto Galimberti, il Tramonto dell’Occidente[6]).

L’invenzione della Storia

Chi inventò la Storia furono gli ebrei e lo scrissero, assai bene, nella Bibbia. Ma, più in particolare, le sue caratteristiche furono plasmate nell’ambito della cultura cristiana (su questo punto la letteratura è molto vasta. Ma i testi, qui citati più volte, di Galiberti, Heidegger e Jaspers sono di grande interesse).

Per la prima volta il popolo di Jahvè pensò al ‘Tempo’ come composto da un ‘Passato’, difficile e tormentoso a causa del peccato originale, da un ‘Presente’, di sofferenza ma di redenzione, e da un ‘Futuro’, luminoso perché, alla ‘Fine dei Giorni’, gli ebrei torneranno dalla diaspora e ricostruiranno il Tempio di Gerusalemme. La Storia nacque così.

Non si trattò di una cosa ovvia, quale a noi appare oggi, ma di una ‘creazione dei termini del discorso’, termini che creavano un mondo che prima non era concepibile perché non esistevano le parole per esprimerlo (i concetti infatti non esistono senza la parole adatte ad esprimerli).

In una certo ‘momento’ Dio creò il mondo, in sette ‘giorni’. Poi Dio creò l’Uomo, nel Paradiso Terrestre, e la Donna. Seguì poi la cacciata dall’Eden, il Diluvio Universale, Noè, Abramo, Giuseppe, Mosè e la vera nascita del popolo ebraico con la fuga dall’Egitto.
Nessuno aveva mai immaginato un ‘Passato’ così consequenziale, così ‘storico’. Addirittura tramite la cronologia biblica un rabbino del II secolo d.C. calcolò che Adamo era stato creato il 6 ottobre 3760 a.C.

Gli ebrei avevano inventato i termini della Storia, così come Newton definirà la massa, la forza e l’accelerazione, i termini che serviranno per ‘inventarsi’ il mondo della fisica. Il Dopo fu facile, sia per Newton che per gli ebrei.

Si trattò di una ‘creazione’ che può essere definita solo come ‘divina’.

La Bibbia fu messa per iscritto intorno al IV secolo a.C. circa e da lì il concetto di Storia cominciò a diffondersi.
Nella Roma antica il concetto di Storia non era presente. Vi arrivò solo poco prima del cristianesimo. L’espressione ‘ab Urbe condita’ (dalla fondazione di Roma) che ci facevano studiare a scuola, risale solo al calendario di Caio Giulio Cesare, cioè a poco prima dell’epoca cristiana.
Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) stabilì la data di fondazione di Roma (21 aprile 753 a.C.), sulla base anche delle indicazioni di Cesare di cui era diventato seguace, e ‘creò’ così il Passato di Roma. Cicerone così si espresse su Varrone: ‘Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari, sia divini che umani’ (Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), Academica Posteriora, I 9). Fu lui il ‘creatore’ della Storia di Roma.
Ma la cosa rimase in ambito colto. Gli altri romani pensarono ancora per molto in termini di ‘che consoli c’erano in quell’anno lì?’. Il popolo non sembrava ancora avere necessità di collocare gli avvenimenti in un tempo preciso.

Con la nascita del Cristianesimo, e cioè con la commistione del pensiero ebraico e quello greco, il concetto di Storia cominciò a darsi per acquisito. Per San Paolo la Storia sarebbe finita con la seconda venuta di Cristo e il giudizio universale, ma il tutto era compresso nell’arco della sua generazione o poco più.
Si dovette attendere fino a Sant’Agostino (354 – 430 d.C.) affinché l’intuizione ebraica fosse perfezionata. Agostino descrisse con dovizia di argomentazioni quella che, da allora in poi, sarà la Storia come noi la concepiamo:
Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se nulla passasse, non vi sarebbe un tempo passato; se nulla si approssimasse non vi sarebbe un tempo futuro; se non vi fosse nulla, non vi sarebbe il tempo presente (Agostino d’Ippona. Confessioni[7]).

Per Agostino il tempo è una creazione di Dio come estensione dell’animo umano.
Esiste un fine nella Storia dell’uomo in cui è il futuro a dare un senso al passato.
Nel Presente noi possiamo scegliere in quale ‘Città’ abitare, o nella Città di Dio o in quella terrena, in ogni nostro atto. E, alla fine dei tempi, in base a questo, saremo giudicati in un Giudizio Universale.

Agostino distinse sei periodi storici, richiamandosi ai sei giorni giorni delle creazione:
Adamo – Noè;
Noè – Abramo;
Abramo – Davide;
Davide – Esilio babilonese;
Cattività babilonese – Cristo;
Cristo – Ritorno di Cristo e fine del mondo.
La settima epoca sarà il Sabato senza fine, in cui Tempo e Storia non esisteranno più (Agostino d’Ippona, De Civitate Dei[8]).

Questa è la Storia ancora oggi, il cui esiste un Passato, che è caratterizzato per la sua ‘inferiorità’ (per un Peccato originale, perché non sapevano scrivere, perché erano barbari aggrappati ai rami, etc.), un Presente, in cui ci si organizza e ci si redime, e un Futuro, in cui in la Storia finisce (perché arriva il Messia, il Giudizio universale, perché si progredisce infinitamente verso la libertà, o anche perché si brucia per sempre nel fuoco dell’inferno).

Pensare in modo diverso è molto difficile per noi perché qualunque cosa in Occidente è giudaico-cristiana.

Gli illuministi, che furono i veri fondatori della storiografia moderna, non fecero altro che trasferire la concezione teologica nel mondo materiale. Se, per il paradigma cristiano, la Storia finiva nel Giudizio Universale, per gli illuministi l’obiettivo della storia non era più metafisico ma poteva diventare del tutto ‘mondano’.

La Storia fu concepita come evoluzione. Il più grande degli storici illuministi, Edward Gibbon (1737-1784 d.C.) si esprimeva così:
La consolante conclusione è che ogni età della storia ha accresciuto, e continua ad accrescere, la ricchezza effettiva, la felicità, e le conoscenze e forse la virtù della razza umana’ (E. Gibbon ‘La decadenza e la caduta dell’impero romano[9]’).

Era nato il culto del Progresso, che poteva anche proseguire indefinitamente senza arrivare al redde rationem cristiano. Questa concezione si interfacciava meglio con le scoperte scientifiche di quegli anni che allungavano continuamente l’arco temporale del mondo, ben al di là dei 4000 anni biblici.

C’era però un problema non secondario. Se il progresso poteva essere il fine dell’uomo non era altrettanto chiaro che anche la natura seguisse la stessa legge. La natura sembrava seguire i cicli a cui credevano le antiche culture, il giorno e la notte o le stagioni. Non era per nulla ovvio che la natura avesse una storia.

Ma ecco venire in soccorso Charles Darwin (1818-1883 d. C.). La natura aveva una Storia non perché avesse una mente ma perché un meccanismo automatico, la selezione naturale, era alla base della sua evoluzione.
Era la quadratura del cerchio. Uomo, natura, progresso, evoluzione, tutte facce della stessa medaglia. La Storia è progresso perché le capacità acquisite si trasferiscono da una generazione ad un’altra, o per il meccanismo automatico della selezione naturale, o per il meccanismo culturale in cui la ragione umana insegna ai figli la cultura dei padri. L’uomo è in grado di trarre profitto dall’esperienza dei suoi predecessori perché è in grado di trasmettere le capacità acquisite, la capacità di trasformare e dominare l’ambiente. La natura cambia per un processo automatico. Il progresso è progresso storico in entrambi i casi.

Ma la scienza illuminista restava ‘cristiana’, al di là delle apparenti conflittualità. In essa c’era un Passato di ignoranza, un Presente di analisi e un Futuro di ‘magnifiche sorti e progressive’, come ebbe a dire Giacomo Leopardi (1798-1837 d.C).
Questo è vero in tutta la scienza, in Galileo (1564-1642 d.C), in Cartesio (1596-1650), in Newton (1643-1727 d.C.) e anche nella filosofia (Comte, 1798-1857 d.C.).

La scienza fu il grimaldello per sostituire il fine trascendente del cristianesimo in un fine terreno per quanto indeterminato: il progresso scientifico come fine della Storia.

L’idea era suggestiva e impregnò di sé molto del pensiero contemporaneo anche se generò, quasi subito, il suo primo oppositore: Jean-Jacques Rousseau (1712-1778 d.C.), il primo pensatore che mise in dubbio che il progresso scientifico portasse alla felicità.

Forse fu soprattutto a causa sua che altri pensatori cercarono il fine della Storia non più nel mero progresso scientifico ma altrove.

Immanuel Kant (1724-1804) riteneva che la storia avesse come scopo finale la realizzazione della libertà umana (Idee di una storia universale da un punto di vista cosmopolitico[10], 1784) anche se ‘a prima vista questo corso idiota delle cose umane non sembrasse presentare alcun disegno particolare’. Sì, la storia era una successione di guerre e crudeltà, una civiltà dopo l’altra, ma, in ogni rovesciamento, si conservava qualcosa della esperienza precedente.

Hegel (1770-1831 d.C.) trasferì invece l’attesa messianica del Cristianesimo nella realizzazione sociale. Egli riprende il concetto platonico di thimos, la stima di sé, il voler essere riconosciuto, e lo pone come motore e fine ultimo della storia. È la rabbia timotica che conduce alle rivoluzioni, non solo e non tanto le necessità materiali. La fine della storia non sarà quindi nel progresso materiale ma nella soddisfazione del thymos, del riconoscimento di sé.
Non è certo un uomo timoroso della propria salute e del proprio benessere che può fare le rivoluzioni ma solo un uomo disposto a rischiare la vita per il proprio riconoscimento. E qui Hegel sembra parlare agli uomini di oggi: è solo quest’uomo disposto ad andare contro un carro armato a mani nude.

Per Hegel la rivoluzione francese fu l’apoteosi del cristianesimo. Al di là delle apparenti contraddizioni, la rivoluzione fece propria la concezione di uguale dignità e libertà di tutti gli uomini qui sulla terra. Gli schiavi potevano così ottenere la loro liberazione, qui ed ora e non più nell’aldilà. Da lì sarebbe nata la Fine della Storia che si sarebbe compiuta con lo stato prussiano, l’unico in grado di soddisfare le necessità timotiche dell’uomo.
La rivoluzione francese con il suo Liberté, Égalité, Fraternité aveva creato un fine mondano, politico che poteva sostituire la trascendenza giudaico-cristiana.
A Hegel si deve l’espressione ‘Fine della Storia’, che così fortuna ha avuto in tempi recenti.

Il pensiero di Hegel diede vita a diverse ‘filosofie della liberazione’ di cui la più famosa è stata senz’altro il marxismo. Sia Hegel che Marx pensavano che la fine della Storia stesse nella realizzazione sociale ugualitaria degli schiavi cristiani.

Anche qui c’era un Passato di sfruttamento, un Presente di lotta, un Futuro di giustizia sociale. Il fine era la realizzazione ugualitaria qui sulla terra. Al biblico ‘popolo ebreo’ si sostituisce il proletariato, con la sua coscienza di classe e la sete di affermazione che, alla fine, prevarrà. Non per niente Marx era ebreo.

Kant, Hegel e Marx dopo di loro, possono considerarsi sotto questo aspetto filosofi ‘politici’. La concezione della Storia non era cambiata, semplicemente si sostituiva un fine metafisico con uno mondano.

I tentativi di sostituire il fine metafisico giudaico cristiano con qualcosa di più adatto ai tempi non si esaurirono qui.
Fino a Sigmund Freud (1856-1939) la realizzazione di sé era concepita come una realizzazione di gruppo, di classe, di nazione, di popolo ma comunque di gruppo. Solo con Freud il focus passò sull’uomo singolo.
L’uomo non è più, come in Marx o Hegel, un essere sociale ma un’entità biologica che vive in un contesto sociale dato. I suoi problemi derivano proprio dal mancato adattamento della sua natura alla società. L’infanzia (il Passato) è foriera di traumi, la Psicoanalisi (il Presente) è il percorso di redenzione per raggiungere un Futuro di accettazione e quindi di serenità.
Anche qui poco di nuovo rispetto a Sant’Agostino, se non il trasferimento del fine ultimo dal metafisico al mondano.

Insomma tutto, nel nostro sentire, nel nostro pensare, nel nostro concepire la Storia è rimasto giudaico-cristiano, nonostante le apparenti rivoluzioni:

Il Passato (inferiore), Il Presente (ce la giochiamo), Il Futuro (Redenzione o Condanna).

La Storia propriamente detta può essere scritta perché si può rintracciare una direzione nel processo storico, un suo senso. Solo se abbiamo una qualche ipotesi sul ‘da dove veniamo’ e sul ‘dove andiamo’ possiamo selezionare gli avvenimenti nel crogiolo di inessenzialità delle cronache passate.

Tutta la storia dell’Occidente non è altro che l’esecuzione fedele di questo compito divino. L’Occidente è la Genesi, niente di più e niente di meno: ‘Crescete e moltiplicatevi. Riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla terra.’ (Genesi 1,28)

È per noi molto difficile pensare in un altro modo. Oltremodo difficile.

Ed è proprio per questo che quello che sta accadendo è per noi un’Apocalisse. Se la Storia è questa, senza lo schema concettuale giudaico cristiano, la Storia non esisterebbe più.

Proprio per questo, la fine del pensiero giudaico cristiano ci condurrebbe al dramma: la Morte della Storia, senza alcuna supposizione sul ‘dopo’. Perché non esisterà più un ‘dopo’.

Il primo pensatore a vedere l’imminente disastro fu Friedrich Nietzsche (1844-1900 d.C.).
Il suo grido disperato ci accompagna da allora:

Dio è morto. Noi l’abbiamo ucciso! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? Come potevamo bere il mare?’ (F. Nietzsche. La gaia scienza.[11]1882).

La morte di Dio rappresenta il tramonto della dimensione metafisica che pensa che Dio sia la causa di tutto, la spiegazione di tutto, il fondamento del mondo. Ma non solo. Non è solamente il Dio del Cristianesimo che muore, ma anche il Dio degli ebrei, anche quello di Platone, il cui Sole, evocato nel mito della caverna, assicurava che dietro gli eventi c’era qualcosa di altro.
E, udite udite, muore anche il Dio Progresso degli illuministi, nelle sue varie declinazioni kantiane, hegeliane, marxiane o freudiane.

La fine dell’Inganno Millenario, per dirla con Nietzsche, non è il trionfo dell’ateismo, tutt’altro. L’ateo è colui che sostituisce Dio con le cose del mondo, lo spirito con il corpo. Capovolge i valori ma resta sempre prigioniero della Storia.

Proclamare la morte di Dio significa invece rinunciare a questo orizzonte. E quindi significa rinunciare anche alla scienza, alla filosofia, alla logica alla politica, alla tecnica, alla democrazia e al capitalismo.

Dio, morendo, trascina con sé tutta l’essenza del mondo occidentale.

Era Dio che operava una separazione nel caos di Eraclito. Intorno a Dio tutto diventava ‘mondo’.
Era Dio che aveva creato il tempo e il mondo insieme e, l’ultimo giorno, aveva creato l’Uomo, a sua immagine, e gli aveva affidato il suo creato.

Scrive Karl Jaspers (1883-1969): ‘Da allora (cioè dal momento dell’urlo nietzschiano) è andata diffondendosi al certezza che ci troviamo di fronte ad una svolta della storia, alla conclusione della storia nel senso finora valido, a una radicale metamorfosi dell’essere umano’ (K. Jaspers. Origine e senso della storia[12]).

Scrive Heidegger (1889-1976): ‘Siamo forse alla vigilia della più mostruosa trasformazione della Terra intera e dello spazio storico-temporale a cui essa è legata? Siamo alla vigilia di una notte che preclude a un nuovo mattino?’ (M. Heidegger, il detto di Anassimandro[13]).

Ma per Nietzsche: ‘Non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è ancora in corso e non è ancora giunto alle orecchie degli uomini (siamo nel 1882, ndr). Per essere visti e conosciuti lampo e tuono hanno bisogni di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo essere stati compiuti. Questo fatto è per loro ancora più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi che l’hanno compiuto’. (F. Nietzsche. La gaia scienza[14]).

Ai nostri tempi, a processo non ancora concluso, il senso di sgomento per la scoperta nietzschiana è arrivato addirittura nella musica leggera, con la bellissima ‘Dio è morto’ di Francesco Guccini e dei Nomadi.

Cosa resta dopo la morte di Dio?

La domanda è difficile e si può tentare di rispondere solo per gradi e parzialmente. Lo stesso Nietzsche tentennò alquanto di fronte all’abisso, si contraddisse spesso e non riuscì a sviluppare un pensiero coerente, sempre che sia possibile farlo. Si potrebbe ipotizzare che, mal che vada, torneremo indietro al tempo dei Greci senza troppi traumi. Purtroppo non è così e anche Nietzsche non spese su questa ipotesi molto tempo. La tecnologia, ma non solo, anche la ‘consapevolezza’ di quello che è stato ce lo impediscono. In fondo si tratta del peccato originale di biblica memoria. Noi siamo ‘dopo’, non potremmo più tornare all’innocenza di ‘prima’.

Il maggior contributo del filosofo tedesco è stato senza dubbio nella sua descrizione del tempo di transizione. Alla fine della transizione sorgerà il Superuomo, libero di perseguire la sua volontà di potenza. Ma qui, vedremo, i dubbi sono tanti.

La transizione è caratterizzata dall’Ultimo Uomo, che non è altro che quello che noi incontriamo oggi per strada, con la mascherina.

Nietzsche lo descrive perfettamente come colui a cui non resta che: ‘una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte, sempre che gli sia assicurata la salute… Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé in manicomio (F. Nietzsche. Così parlò Zarathustra[15]).
L’Ultimo Uomo ha poca gioia perché non crede più a niente e la tristezza che lo invade è la tristezza del tramonto, è il nichilismo.
Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al perché. Che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi perdono ogni valore.’ (F. Nietzsche. Frammenti postumi 1887-88[16]).
Nichilista è chi non crede a nulla se non a ciò che è percepibile nella realtà, chi ritiene illusorio tutto ciò che non può né vedere né toccare, chi crede di sapere con certezza che cosa sia la realtà, chi non ha la minima idea delle parole di Goethe ‘Ogni fatto è già una teoria’ (K. Jaspers, La fede filosofica di fronte alla rivelazione[17]).

L’Ultimo Uomo nichilista è pronto a barattare non solo la libertà, ma tutti i valori, per la salute, per quel poco di ‘salute’ che gli può restare, confinato e prigioniero com’è.

E qui siamo già nella realtà dei nostri giorni, dove un virus misterioso ha esplicitato che l’Ultimo Uomo, quello senza spina dorsale, senza volontà e senza credo, è tra noi. Anzi molto peggio: ‘siamo’ noi. Chi non lo sapeva adesso lo sa e non può più fare finta di niente.

Grazie al Covid-19 dobbiamo constatare che le masse, riprogrammate dalla televisione e dai social media, non sono altro che la manifestazione della pochezza dell’Ultimo Uomo nietzschiano.

Ma per Nietzsche il nichilismo è solo transizione. Dove sfocerà la fine della Storia?
La risposta di Nietzsche è che l’Ultimo Uomo, nella sua miseria, è un passaggio necessario per giungere al Superuomo e alla sua volontà di potenza, che sostituisce il ‘tu devi’ con il ‘io voglio’. Egli vivrà in un mondo che è puro caso, come quello di Eraclito: Il tempo è un fanciullo che gioca, spostando i dadi: è il regno di un fanciullo’. Ma per descrivere il Superuomo manca il linguaggio perché quello dell’uomo è inadeguato e lo stesso Nietzsche si azzarda solo in parte a farlo.

Insomma belle parole gratuite. È davvero bizzarro come una mente come quella di Nietzsche non abbia colto che questa sua conclusione non era altro che un riproporsi del paradigma giudaico-cristiano. La storia aveva una fine ma finiva bene, con un Superuomo al di là del bene e del male. Cambia poco per dire niente.

Se ne accorse, in tempi non sospetti, il solito Heidegger:‘Il pensiero di Nietzsche, come tutto il pensiero dell’Occidente da Platone in poi, è metafisica’ (Heidegger, Nietzsche[18]).

Nietzsche, il primo eroico scopritore della morte di Dio, rimase prigioniero della metafisica giudaico-cristiana. La sua volontà di potenza e l’eterno ritorno dell’uguale fu solo l’ultima parola della metafisica occidentale.
Una possibile, convincente, spiegazione di tale cecità la fornì Jaspers (1883-1969): ‘Ciò che Nietzsche vuole evitare e che il tramonto dell’Occidente venga a coincidere con il tramonto dell’uomo’ (K. Jasper. Nietzsche e il cristianesimo[19]).

Il suo terrore non era tanto la morte di Dio ma la morte dell’Uomo. È questo il dramma che Nietzsche fece disperatamente finta di non vedere: se Dio è morto anche l’Uomo è morto.
Ma, al di là della soggettiva paura del grande filosofo, purtroppo l’essenza del suo pensiero è più profonda di quello che lui stesso volle ammettere.
Lo spazio si apre, la libertà si dischiude ma l’Uomo può esistere senza trascendenza?

Con la morte di Dio non solo muore la Storia ma muore anche l’Uomo, Muore Prometeo, cioè la pretesa dell’uomo di sfidare gli dei e:
muore la teologia (ovviamente);
muore l’umanesimo (perché l’Uomo non conta più nulla nell’equilibro del cosmo);
muore la matematica (perché non c’è alcuna ragione che il mondo funzioni tramite essa. Al massimo la matematica può sfociare in una ‘utilità’ se e quando serve (Ernst March (1838-1916) La fisica nel suo sviluppo storico-critico[20]. Ma, ancora meglio in Robert Musil (1880-1942), Sulle teorie di Mach[21]);
muore la logica (perché il mondo del Superuomo è intrinsecamente contraddittorio);
muore la scienza (preso dall’angoscia Einstein si rifiutava di ammettere che Dio giocasse a dadi. Dio è comunque morto ma, se fosse ancora vivo, ebbene sì, giocherebbe a dadi. In ogni caso è quasi un secolo che in fisica non si scopre più niente, o non si vuole più scoprire niente);
muore la tecnologia al servizio dell’uomo (la tecnologia oggi non serve più ai bisogni umani ma pretende che sia l’uomo a ubbidirle. È al servizio di forze che non possono più dirsi ‘umane’);
e muore anche la prospettiva politica, cioè la democrazia, il capitalismo e gli stati nazionali.

Nel 1989 Francis Fukuyama (1952-vivente) osò ipotizzare che la Storia fosse finita a causa della caduta del muro di Berlino e del trionfo delle democrazie capitalistiche occidentali contro il comunismo. Il libro (F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo[22]) suscitò molto scalpore ma, viste le considerazioni precedenti, non era altro che l’ennesimo tentativo di non abbandonare il paradigma giudaico-cristiano: ‘andrà tutto bene’, la storia finirà e saremo tutti felici con le nostre automobili e i nostri frigoriferi.
Riletto oggi il libro stupisce per le sue ingenuità, tipicamente americane. Ma soprattutto colpisce che la conclusione a cui arrivò Fukuyama fu l’esatto contrario di quello che è successo. Le democrazie occidentali entrarono in crisi solo un paio di decenni dopo quelle comuniste e noi non possiamo oggi non constatare che le accomuna lo stesso destino: la scomparsa.
Perché anche la democrazia e più in generale la politica sono un prodotto della visione del mondo giudaico-cristiano. E per loro è finita.

È il dramma. Il tramonto dell’Occidente è il concludersi della sua Storia e dell’Uomo stesso.

Il disperato tentativo nietzschiano di inventarsi un Superuomo è del tutto gratuito. Dopo la fine della Storia potrebbe esservi anche un Sottouomo, o un cyborg, un guazzabuglio uomo-macchina. Molti membri dell’elite mondiale, da Ellon Musk in giù, sono infatti convinti che, presto, l’uomo dovrà scomparire, sostituito da qualcosa di diverso. Oggi questa mostruosità ha anche un nome: Transumanesimo.

È lo sgomento. É qualcosa che non ci riguarda più, è qualcosa che noi, uomini giudaico cristiani con il senso della Storia, non possiamo neppure concepire. Quando il Transumanesimo trionferà inevitabilmente noi non potremo più esserci. Per fortuna, perché, se per qualche disgraziato accidente, qualcuno di noi dovesse sopravvivere per vedere quel mondo sarà devastato dall’orrore.
Verrà il tempo in cui i vivi invidieranno i morti?
Perché il nostro Dio permette il nostro sterminio?
Forse perché ha pietà di noi, per non farci vedere l’orrore che verrà.

Ma in realtà potrebbe anche essere che il transitorio nietzschiano sia definitivo. La Storia potrebbe benissimo finire nella pochezza dell’Ultimo Uomo, in attesa della sua, più che opportuna, estinzione.

Nonostante il suo confuso periodare sul ‘dopo’, Nietzsche anticipa molti punti che sono vere e proprie fotografie del mondo di oggi. Due tra i più suggestivi sono l’ambientalismo e il fanciullo.

Il Superuomo ritorna alla ‘Grande Madre Terra’: ‘Vi scongiuro fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovra-terrene speranze… Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio: ma Dio è morto e così sono morti tutti quei sacrilegi. Peccare contro al Terra, questa è oggi la cosa più orribile… (F. Nietzsche. Così parlò Zarathustra[15]).

Chi non sia sia mai riuscito a spiegarsi il perché i media di oggi ci propinano (tutti giorni!) le scempiaggini sul Riscaldamento Globale, sulle Greta Thunberg o sulle bistecche di carne sintetica fatte in laboratorio di Bill Gates, al massimo volume di idiozia, troverà finalmente in queste parole la spiegazione.
I nostri Superiori Illuminati hanno letto Nietzsche e concordano. O forse, più probabilmente, sono stati loro a avergli ispirato quelle sante parole.

L’ambientalismo è figlio diretto della morte di Dio. Nessun credente della Genesi, dove Dio affida la Terra all’Uomo, potrebbe concordare con il fatto che l’Ambiente è superiore all’Uomo, che è l’Uomo a doversi adattare. Che l’unico essere veramente superfluo e dannoso è proprio lui, l’Uomo.

Nessun credente nel Dio della Genesi, che proclamava: ‘dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla terra’, potrebbe accettare l’affermazione che è proprio l’uomo a doversi togliere di mezzo per rispettare la natura.
Oggi il peggior sacrilegio è peccare contro la Terra!

E allora quelli che si proclamano ‘credenti’ ma trovano questa stupidaggine non solo accettabile ma ovvia, cosa sono?

Ebbene, non sono più credenti. Per loro Dio è morto, anche se non lo sanno ancora.

L’incredibile costanza con cui alcune fondazioni internazionali ripropongono dagli anni ‘70 le tesi malthusiane sulla fine delle risorse, sulla crisi ambientale e analoghe ridicolaggini può essere possibile solo perché anche la morte della Storia è già avvenuta.

Nessuno si ricorda più che nel lontano 1972 esse davano per imminente l’esaurimento delle risorse petrolifere (Club di Roma. Meadows e altri. The Limits to Growth. Universe Books. New York 1972[23]. Per chi si accontenta si trova su internet un pdf[24] gratis).

Sono passati 50 anni e il rapporto riserve-produzione di petrolio è superiore a quello di allora. E allora quale credibilità bisognerebbe dare alla fondazione Rockefeller che aveva finanziato l’ardito studio?

Un giornalista a cui arriva la velina (quotidiana) in cui deve leggere la solita notizia dei tifoni in Australia che sono causati dal Riscaldamento Globale e dalla inadeguatezza dell’uomo che inquina e che sarebbe meglio che scomparisse, cosa dovrebbe fare?

Dalle impeccabili previsioni dei calcolatori del Club di Roma nascevano gli allarmi per il riscaldamento globale, che sempre i soliti 50 anni dopo, si devono ancora avverare.
Non c’è stato alcun Riscaldamento Globale. Ma loro, ineffabili, la chiamano la ‘pausa nel riscaldamento globale’.
Il 22 aprile del 1970 si svolse a New York la ‘Prima giornata della Terra’ (la Grande Madre di Nietzsche) dove si udirono le seguenti perle:
Abbiamo 5 anni al massimo per fare qualcosa’. Kennet Watt, ecologista.
La civiltà finirà entro 15-30 anni se non si mettono in campo azioni immediate’. George Wald, biolologo di Harward.
Alcuni esperti ritengono che nel 1975 vi saranno carestie di proporzioni incredibili’. Paul Ehrlich, biologo della Stanford University.
Il giorno dopo il New York Times commentò entusiasta: ‘L’uomo deve fermare l’inquinamento e conservare le sue risorse, non solo per migliorare l’esistenza ma per salvare la razza umana dalla possibile estinzione’.
Sono passati cinquant’anni e queste incredibili idiozie ci sono riproposte, praticamente identiche, in high rotation, su tutti i media di regime.

Se la Storia non fosse già morta qualcuno se ne ricorderebbe e comincerebbe a tirare pomodori e uova marce. Ma siccome questo non accade significa la memoria storica non c’è più.

E forse sarebbe anche utile ricordare che il Club di Roma aveva dimostrato ‘matematicamente’ l’insostenibilità della crescita economica, vantando l’utilizzo di grandi e infallibili calcolatori (nel 1972 non c’erano ancora personal computer!).
Che significa ciò? Significa solo che anche la matematica e la scienza sono morte.

Poco importa che 31.487 scienziati americani (qui[25]) abbiamo firmato una petizione contro i Protocolli di Kyoto per diminuire le emissioni di gas serra.
I Signori del Discorso la censurano e proseguono imperterriti. Di più, sfruttando la crisi economica causata dal Covid-19, essi ordinano che la ‘ripresa economica’ dovrà essere Green e basta.

L’ambientalismo in conclusione, mirabile invenzione di Nietzsche e non della Rockfeller Foundation, come si vorrebbe far credere, è la prova che il tempo è arrivato: Dio è morto, la stupidità dell’Ultimo Uomo è manifesta, l’Apocalisse è alle porte.

Ma ecco un’altra attualissima intuizione nietzschiana su quello che per lui era il ‘dopo’ e che per noi è l’adesso: Il Superuomo, oltre ad essere ambientalista, è anche un fanciullo.

Il fanciullo è oblio perché vive in ogni istante completamente nel presente, innocenza perché il suo gioco non ha ragioni a cui ricondursi, non ha scopi da perseguire. Senza ricordarsi e senza pentirsi, senza attendere quel che accadrà nel futuro e senza sperarvi, il fanciullo gioca’ (F. Nietzsche. Così parlò Zarathustra[15]).

Quale più azzeccata descrizione di Facebook e dei social, in cui milioni di giovani vengono oggi imprigionati dai detentori del termini del discorso in giochini senza senso e senza fine?
Chi ha progettato i social non solo aveva letto Nietzsche ma anche Hegel: è il thimos, il riconoscimento di sé, a decretare il loro successo. Ti fanno gli auguri di compleanno, ti riconoscono, ti mandano messaggini. Quale migliore riconoscimento di sé può avere l’Ultimo Uomo?

E così: ‘Nel gioco del fanciullo naufraga la Storia e la ragione dell’Occidente’ (U. Galimberti. Il tramonto dell’Occidente[26]).

L’Ultimo Uomo e/o il Superuomo nietzschiano si riducono a fanciulli e adolescenti rincretiniti dai social ed estasiati da Greta Thunberg.
Ma, aggiungiamo noi, il fanciullo non è mai autosufficiente e rimane quindi in balia di chi fanciullo non è. È per questo che serve che sia il più cretino possibile, facendogli credere che ciò è cosa buona e giusta.

Per noi Ultimi Uomini di oggi le idee di Nietzsche non sono più teorie filosofiche, sono banali constatazioni sul presente. La perfezione delle sue profezie, fatte alla fine del 1800, è agghiacciante.

Per andare oltre Nietzsche nella descrizione degli ultimi tempi il linguaggio della filosofia non è però più adeguato, perché il mondo dell’ultimo uomo non è più un mondo logico. Vedremo che è invece il trionfo delle contraddizioni spudorate, di quello che George Orwell (1903-1950) chiamò profeticamente il bi-pensiero.
Già Heidegger aveva intuito che l’unico linguaggio adatto alla incombenza era quello ‘poetico’. Solo l’arte può descrivere quello che logico non è più (M. Heidegger. La poesia di Holderlin[27]). Anzi di più, il linguaggio diventa l’unico vero problema della filosofia perché è il luogo dell’accadere della Storia.

Nel prosieguo non si faranno sottili distinzioni e si userà, più semplicemente, il linguaggio della letteratura, prima di arrivare a delle conclusioni dove si renderà necessario usare il linguaggio della profezia.

(continua)