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Powell, la Fed e il redde rationem

Lael Brainard e Jerome Powell

Il 22 novembre 2021 Joe Biden ha riconfermato alla presidenza della Fed, la banca centrale Usa, Jerome Powell, che era stato nominato da Trump nel 2017 e che è di area repubblicana.

La mossa è apparsa subito sospetta, un po’ perché la scadenza del mandato di Powell era ancora di là da venire (febbraio 2022) e un po’ perché una sua sostituzione sembrava la cosa più naturale del mondo, data la vittoria dei democratici alle elezioni presidenziali.
Biden si è accontentato invece di nominare vice-presidente Lael Brainard, una donna di esperienza, vicina ai democratici ma in buoni rapporti anche con Powell, in una sorta di ‘una poltrona per due’.

Ai più è apparsa una mossa di ‘unità nazionale’ in vista dell’emergenza che sta per arrivare.

Infatti, ad appena una settimana di distanza, Powell in un’audizione al Senato del 30 novembre, ha in pratica comunicato che la politica della Fed è ufficialmente cambiata a causa della inflazione, che non è più da considerarsi transitoria, come fino ad oggi sostenuto.

In ottobre l’inflazione USA è stata del 6,2%, un record fin dal lontano 1990. Nonostante Powell abbia espresso alcune riserve sulla ripresa della pandemia e sulla variante Omicron, da oggi è partito ufficialmente il nuovo corso deflazionistico che condurrà, ancor prima del previsto, a un aumento dei tassi di interesse e a una riduzione consistente del quantitative easing (cioè della stampa di denaro tramite acquisti di titoli).

Powell non ha dato indicazioni temporali precise ma ha solo comunicato che gli interventi originariamente previsti a partire dalla primavera 2022 saranno accelerati già a partire da dicembre 2021.

Il tapering, cioè il rallentamento degli acquisti della Fed sul mercato, che tengono bassi i tassi di interesse, è già in essere. Gli acquisti che procedevano al ritmo di 120 mld. $ al mese, sono già calati di 15 mld. $ a novembre e saranno ridotti a dicembre, si dice, di altri 30 mld. per arrivare a zero all’inizio della primavera. Si dice anche che gli aumenti del tasso di sconto nel prossimo anno passeranno da due (0,25 punti base ciascuno) a tre, con il primo previsto già a gennaio-febbraio.

Ma non sono i dettagli che contano. Quello che conta è, per usare la parole di Powell, ‘la pressione inflattiva è alta’ ed è tempo di ‘rimuovere il supporto pandemico, sebbene la crescita dei casi Covid-19 rimanga un rischio’.

Insomma l’era del denaro a costo zero è finita, Covid o non Covid.

Avere tassi di interesse più alti comporta, di per sé, una diminuzione della capitalizzazione delle borse, a parità di altre condizioni, per un semplice fatto matematico. Per attualizzare il denaro futuro si deve usare un opportuno tasso che mi permetta di confrontare l’uovo di oggi con la gallina di domani.

Se tale tasso fosse zero il valore di una azione che produce un utile per tutti gli anni a venire sarebbe addirittura infinito. Se il tasso di attualizzazione fosse il 10% ecco invece che il denaro dell’anno prossimo varrebbe il 90% di quello di oggi e che il denaro fra dieci anni non varrebbe praticamente niente. Il valore di una buona azione ne risulta quindi fortemente diminuito. Se il tasso fosse del 20% il suo valore sarebbe la metà che quella azione avrebbe con un tasso del 10% (le cose sono ovviamente un po’ più complicate di così ma il concetto non cambia: il valore teorico di una rata futura si dimezza con il raddoppio del tasso di attualizzazione).

Senza voler entrare nella complessa analisi dei diversi tassi di interesse, di rischio e di attualizzazione, di sconto, interbancari, è chiaro che un aumento dei tassi produce una diminuzione dei valori azionari, per un fatto matematico, a parità di altre condizioni.

In una situazione come quella di oggi, con tassi praticamente a zero, anche una loro crescita, anche se modesta in termini assoluti, avrà serie conseguenze sui valori borsistici.

Sorge spontanea la domanda: perché Powell vuole provocare una crisi borsistica proprio adesso? Non può andare avanti come negli anni passati stampando moneta con tassi vicini allo zero?
Non può essenzialmente perché non ci si riesce più.

Per capirlo dobbiamo partire dalla notte tra il 16 e il 17 settembre 2019, quando il mercato dei tassi di interesse interbancari pronti contro termine overnigh collassò. Nessuna banca voleva più prestare denaro a un’altra a nessun tasso di interesse. Non è difficile capire che senza prestiti interbancari la finanza mondiale crollerebbe immediatamente.
Come da noi scritto in tempi non sospetti (qui[1]), il 17 settembre 2019 si capì che ‘il sistema del credito, privato della impressionante liquidità dovuta al Qe degli anni precedenti, non reggeva più. Il Qe era diventato una droga mortale. Eliminarlo voleva dire far collassare il sistema. La Fed quindi reagì ripristinando il quantitative easing, cioè continuando a iniettare liquidità nel sistema. Ma più liquidità si continua ad iniettare più grave diventa la malattia e più danni si faranno quando vi sarà il redde rationem.
Si potrebbe arrivare anche a dover andare a comperare il pane con una carriola piena di banconote, come successe nella Repubblica di Weimar negli anni ‘20 del secolo scorso.
In estrema sintesi il problema maggiore era, ed è ancora, la montagna si denaro stampata in Occidente dal 1971 in poi (dal momento della fine della convertibilità del dollaro in oro), fino ad oggi confinato nelle borse e nel sistema finanziario.

Se tale denaro si trasferisse nell’economia reale provocherebbe una domanda di beni che non potrebbe essere soddisfatta dall’offerta, con una conseguente fiammata inflattiva colossale, perché circolerebbe una quantità di moneta enormemente superiore ai beni disponibili.
Da considerare anche che la Cina, nonostante il diverso sistema economico-finanziario, non è in una situazione molto diversa.
Calcoli precisi non esistono (né si riescono a fare) ma c’è chi sostiene che il trasferimento solo di una metà del denaro in eccesso dai sistemi finanziari sui beni reali provocherebbe un aumento dei prezzi di 10 volte (è solo un numero per indicare l’enorme dimensione del problema, senza alcuna pretesa di precisione).

Il problema che si era posto nel settembre del 2019 era che, se non si fosse fatto nulla, la crisi sarebbe scoppiata subito, senza che le elite dominanti fossero ancora pronte ad affrontarla. Nel 2007 non si era permesso alla crisi bancaria di evolvere in un periodo di inflazione e fallimenti, tamponandola con una ulteriore massiccia stampa di moneta, ma quella crisi non risolta aveva solo rimandato la soluzione del problema, aggravandolo.

Nel 2019 si poteva rimandare ancora? I più pensavano che, tecnicamente, non si riuscisse più a farlo con mezzi puramente economici ma che un periodo di inflazione e fallimenti, senza averne il controllo, avrebbe potuto scatenare il caos e forse una rivoluzione.

In termini generali, il problema non era di facile soluzione. La crisi del 1929, nata con modalità analoghe, provocò uno tsunami che sfociò addirittura in una guerra mondiale.
Le elite globaliste quindi, non ancora pronte a gestire l’inevitabile grande crollo, decisero di rimandare ancora la resa dei conti, anticipando una pandemia, originariamente prevista per il 2025-2028 (qui[2]).
Bill Gates organizzò, ad un solo mese di distanza dall’incidente bancario, il 18 ottobre 2019, l’Evento 201 che illustrava in dettaglio cosa sarebbe successo da lì a poco, istruendo chi di dovere su come comportarsi.

I lockdown e la pandemia hanno permesso infatti di rimandare con successo il crollo finanziario occidentale, fino ad oggi. Il problema non si è ovviamente risolto perché il denaro in surplus è ancora confinato nel sistema finanziario (ed è ancora maggiore per l’esplosione dei debiti pubblici). ma adesso le elite sono in una situazione molto migliore di due anni fa.

La pandemia ha infatti permesso di trasformare velocemente le democrazie occidentali in regimi autoritari, con un forte controllo sulle masse per impedire le rivolte, ma ha avuto anche rilevanti effetti economici, provocando una scarsità di domanda che ha ritardato la comparsa dell’inflazione per il tempo necessario. Con questo non si vuole sostenere che l’unico motivo della pandemia sia quello finanziario, perché il piano è molto più vasto, ma solo che la sua agenda temporale sia stata dettata dalla esigenza di rimandare la crisi.

Comunque adesso l’inflazione non si riesce più a contenere e i giochi sono finiti, più di così non si può fare. È giunta l’ora di accettare l’inevitabile e quando Powell innalzerà i tassi la cosa sarà manifesta.

Come funzionerà questa operazione?
Il denaro, nel mondo moderno, si crea dal nulla (lo fanno sia le banche centrali sia le banche ordinarie quando erogano prestiti), ma si può anche far scomparire nel nulla. Quando si restituisce un prestito a una banca, ad esempio, quel denaro scompare da dove era venuto.
Ma, in ultima analisi, l’unico modo vero di farlo scomparire, in un mondo dove tutta la moneta nasce a debito, è di non pagare i debiti.
I metodi sono essenzialmente due: l’inflazione e i fallimenti.
L’inflazione permette di diminuire, in termini reali, i debiti contratti e i fallimenti di non pagarli proprio.

Per riassorbire il denaro in eccesso è quindi necessario un periodo di inflazione e fallimenti più o meno lungo, che sono esattamente gli effetti che comporta una crisi finanziaria.

Che una crisi provochi fallimenti è ovvio, meno ovvio è che possa provocare inflazione, quando sembrerebbe, a buon senso, il contrario.
Per capirlo facciamo un esempio semplice: supponiamo che io prenda a prestito 1 mil. € (creato dal nulla come al solito) da una banca con il quale compro un quadro d’autore. E supponiamo che il quadro si riveli subito un falso così che il giorno dopo non valga più niente: ho perso tutto il mio denaro e non mi resta che fallire, non potendo pagare il mio debito alla banca. La banca dovrà prendere atto della sua ‘sofferenza’ e cancellare il credito inesigibile. Il denaro che si era creato con il prestito è andato distrutto (con il mancato pagamento del debito). All’economia reale non succede nulla e non c’è inflazione.
Ma la realtà è spesso diversa da questa.
Supponiamo ora che il quadro si rivaluti e, il giorno dopo averlo comprato, io riesca a venderlo a 2 mil. €.
Restituisco il milione alla banca e mi tengo una plusvalenza di un milione. Sono ricco, non avendo fatto nulla se non essermi farmi prestare del denaro (a tasso di interesse zero) e averlo investito bene. Contento dell’ottimo affare, il giorno dopo compero della terra per coltivare dei pomodori (cioè un bene reale, come ha fatto, per esempio, Bill Gates comperando terreni agricoli ovunque), giusto in tempo per leggere sul giornale che il quadro è un falso.
Cosa succede ora? Il mio acquirente è stato improvvido, perde tutto, fallisce e la sua banca è costretta a cancellare il credito di 2 mil. €.
Dei 3 mil. € creati in origine ecco che 2 sono stati distrutti ma 1 è stato trasformato in beni reali.
In questo circostanza, che è la norma, durante una crisi parte del denaro creato in eccesso viene distrutta ma parte si trasferisce nella economia reale.

Le borse sono un mercato più complesso dell’esempio fatto ma i concetti non cambiano molto.
La narrazione giornalistica e televisiva che titola spesso ‘bruciati 100 milioni di euro in borsa’ è alquanto imprecisa, per non dire proprio errata, per due motivi:
1) perché in borsa si trattano prezzi marginali e moltiplicare il prezzo marginale di un titolo per il numero di azioni (la cosiddetta capitalizzazione) è un calcolo privo di senso. Se tutti vendessero tutte le azioni che hanno in portafoglio il prezzo non sarebbe certo lo stesso ma, tant’è, questo è il calcolo che si fa nella maggioranza di casi, provocando distorsioni a non finire.
2) perché la borsa è un mercato e quindi, se qualcuno ha perso 100 milioni di euro, qualcun altro li ha guadagnati. Parte dei guadagni dei vari Bill Gates, in uscita dal sistema finanziario, è già entrata nella economia reale.

Questi due fenomeni fanno sì che chi si sente ricco perché i suoi titoli hanno un’alta ‘capitalizzazione’ si sbaglia di grosso, perché quei soldi sono ‘virtuali’ e li avrà davvero solo al momento della vendita effettiva. Fare i conti della propria ricchezza virtuale a prezzi marginali è una pura idiozia ma è terribilmente comune.
In caso di crollo quella ricchezza finirà in fumo (come dicono i telegiornali). Chi, sentendosi agiato per questo motivo, ha magari fatto debiti per comprare una casa di lusso, non potrà restituirli e provocherà una distruzione di denaro. Ma chi invece è stato così bravo da uscire in tempo e da reinvestire le somme in beni reali provocherà un rialzo dei loro prezzi. I guadagni dei più furbi, usciti in tempo, che secondo i giornali sono ‘svaniti nel nulla’, non svaniscono affatto e finiscono nella economia reale provocando inflazione. E quello che sta succedendo adesso.

In conclusione una crisi finanziaria provocherà il riassorbimento del denaro stampato in eccesso dal 1971 in poi, per due meccanismi:
1) una distruzione del denaro (provocata dai fallimenti di coloro che hanno subito il crollo e dalla cancellazione dei debiti);
2) un tendenziale aumento dei prezzi dei beni (provocato da coloro che sono usciti in tempo e hanno investito i guadagni in beni reali) e che porterà comunque a una diminuzione del valore reale dei debiti tramite inflazione.

La pandemia e i lockdown, provocando un crollo della domanda globale, hanno contenuto gli effetti inflattivi per un paio di anni, dando il tempo sufficiente ai vari Bill Gates di uscire e di spostarsi sulla economia reale a prezzi ancora convenienti.

Ma il gioco non può continuare all’infinito. Sono ormai troppi quelli che stanno uscendo, acquistando soprattutto materie prime. I prezzi del metano, del grano, del petrolio sembrano impazziti per i capitali che vi si riversano.

Vi è stata nel novembre 2021 una forte ripresa della narrazione pandemica, ormai grottesca, che sta a indicare che molti non sono ancora pronti al Grande Reset e che hanno bisogno ancora di qualche altro mese per cercare di salvarsi.

Ma le dichiarazioni di Powell e la inusuale gestione bi-partizan della Fed ci dicono che è già in atto un rialzo dei prezzi inaccettabile, che i capitali in fuga dai casinò finanziari sono troppi e che è ora di alzare i tassi e rallentare il quantitive easing, innescando l’inevitabile collasso delle borse e il previsto riassorbimento del denaro in eccesso tramite inflazione e fallimenti.

Se così sarà, il redde rationem inizierà già nei primi mesi del 2022.