Tra gli ordini para-templari operanti a Bologna nel Medio Evo un posto speciale è riservato all’ Ordo militiae Mariae Glorioosae i cui membri sono noti come i Cavalieri Gaudenti.
L’appellativo ‘gaudenti’ in origine faceva riferimento ai “Sette Gaudi di Maria”, alla base del rosario francescano, detti anche “Misteri Gaudiosi” che sono:
1- l’Annunciazione;
2- la Visita alla cugina Elisabetta;
3- la Nascita di Gesù;
4- l’Adorazione dei Magi;
5- il Ritrovamento di Gesù nel tempio;
6- l’Apparizione di Gesù resuscitato;
7- l’Assunzione di Maria in Cielo
Ben presto però il popolino cominciò a dare alla parola un significato ben più prosaico, agevolato in questo, pare, da un comportamento dei ‘frati’ non propriamente inappuntabile.

Se i beni dei Templari furono ereditati dai Cavalieri di Malta e dalla prima signoria bolognese dei Pepoli, se le armi e le competenze militari finirono forse alla Compagna dei Lombardi, l’eredità sapienziale, la riservatezza, la contiguità o almeno l’interesse con cui si trattavano certe pratiche non del tutto ortodosse trovarono accoglienza, almeno a Bologna, proprio tra i Cavalieri Gaudenti.
L’Ordine nacque ufficialmente nel 1261, con la bolla Sol Ille Verus di Urbano IV, più di un secolo dopo quindi degli Ordini gerolosomitani, su un progetto papale ben preciso: pacificare le città italiane dilaniate dalle guerre interne tra guelfi e ghibellini.
Tra i fondatori vi furono due grandi bolognesi, Loderingo degli Andalò e Catalano dei Catalani (o dei Malavolti). Il primo, ghibellino, faceva parte del clan nobiliare dei Carbonesi, e il secondo, guelfo, era di una ricca famiglia di origine popolare.
Si fa risalire il progetto papale a Gregorio IX (1227-1241), un grande papa curiosamente quasi dimenticato, che di contrasti fra guelfi e ghibellini se ne intendeva perché dovette fuggire da Roma più di una volta sotto le minacce dei ghibellini di Federico II.
Per valutare la sua importanza storica si pensi che fondò l’Inquisizione, canonizzò San Francesco, Sant’Antonio da Padova, San Domenico di cui era intimo amico personale, diede ai Teutonici la sovranità sulla Prussia, inventò e produsse Il ‘Breviario’, il libricino liturgico che riassume l’intero ufficio divino, da allora fedele compagno di tutti i preti, indisse la sesta crociata, definì compiti e privilegi di autogoverno dell’università di Parigi (dove aveva studiato e per la quale creò il termine Alma Mater), sulla base di quelli già in essere a Bologna, ma soprattutto fu il principale sostenitore della superiorità istituzionale del Papato sull’impero nella famosa ‘lotta per le investiture’ dei vescovi.
Infatti scomunicò più volte Federico II di cui fu il Grande Nemico. Morì nel 1241, quasi centenario, asserragliato nella sua Roma circondata dall’esercito dell’imperatore tedesco.
Gregorio aveva però potuto vedere i primi successi dei suoi templari-guelfi a Bologna con l’istituzione del comune di popolo nel 1228, sotto il comando del cambiatore Giuseppe Toschi, e l’allontanamento dal potere dell’aristocrazia di antica investitura imperiale.
Ma non fece in tempo a godersi il trionfo di Rolandino dei Passeggeri, massima autorità giuridica dell’Università di Bologna, capo della fazione guelfa dei Geremei, notaio della corporazione dei cambiatori di cui redasse gli statuti, autore della Summa totius artis notariae, somma dell’arte notarile in auge fino al settecento. Nel 1250, alla lettera di Federico II che intimava la liberazione di suo figlio Re Enzo, pena la distruzione della città, Rolandino rispose mandando l’Imperatore letteralmente a quel paese.
Nel curriculum di Rolandino brilla anche la redazione del Liber Paradisus, il documento che abolì la schiavitù del 1257, la fondazione di una sua compagnia d’armi para-templare, la Societas crucis, nonché la definitiva espulsione dei Ghibellini Lambertazzi nel 1275. Rolandino morì nel 1300 senza vedere, buon per lui, il crollo dell’ideale della sua vita. Giace in una bella arca in piazza San Domenico sul cui sarcofago è incisa una raffinata croce templare. Poco distante la tomba di Egidio Foscherari, professore di diritto canonico, che sposò una Pepoli, anch’essa ornata di una purissima croce templare.
Arca di Rolandino de Passeggeri
Ma veniamo ai nostri Cavalieri o Frati Gaudenti. Molti dei fondatori, Loderingo e Catalano in primis, esercitavano il mestiere di podestà, erano di famiglie sia guelfe che ghibelline, e proprio per questo potevano essere particolarmente utili per l’azione pacificatrice a loro assegnata. Infatti molte città all’epoca preferivano delegare il ruolo di governo, per un periodo limitato indicativamente di un anno, a una persona forestiera, proprio perché la si supponeva super partes, cioè in grado di dirimere al meglio le feroci contrapposizioni interne tra guelfi pars Ecclesiae e ghibellini pars Imperii.
Loderingo, di famiglia ghibellina, fu podestà a Modena (1251), Siena (1252), Faenza (1254 e 1262), Reggio (1258), Bologna (1263 e poi, con Catalano, nel 1265 e 1267), Firenze (1266 sempre con Catalano).
Catalano, guelfo, fu podestà in ben nove città tra cui Milano, Bologna e Firenze ma fu anche il comandante della fanteria nella gloriosa battaglia di Fossalta dove l’esercito bolognese sconfisse l’esercito imperiale e prese prigioniero Re Enzo. Altro importante cavaliere fondatore dell’Ordine, Gruamonte Caccianemici, guelfo, proveniva da una famiglia che aveva fatto addirittura del mestiere di podestà la propria fonte di sostentamento.
Loderingo, Catalano e i Gaudenti portarono avanti i loro tentativi di pacificazione delle fazioni da posizioni elevate di potere. Nel 1265, quando i due furono podestà a Bologna, istituirono l’ufficio dei Memoriali, libri notarili comunali dove dovevano essere riportati i contratti di qualunque tipo superiori alle 20 lire per essere considerati validi.
Una innovazione che cambiò letteralmente la Storia, perché inventarono l’Ufficio del Registro. Precedentemente molti contratti erano falsificati e i notai si trovavano in grande imbarazzo nel dirimere le controversie. Con una registro pubblico, di emanazione comunale, che contenesse tutti i contratti di rilievo, il problema si risolveva: se il contratto non era lì registrato non era valido.
I Memoriali, conservati nell’Archivio di Stato di Bologna, sono la fonte primaria di informazioni certe dell’epoca anche perché oltre ai contratti di compravendita veri e propri vi erano registrate anche altre forme di accordi, dai mutui, ai matrimoni e ai funerali. All’interno della Torre di Catalani è esposto un memoriale dove è riportato addirittura un sonetto di Dante Alighieri, forse perché il notaio a volte si annoiava.
Sulle ali di di questa importante ‘invenzione’, il Papa Clemente IV, nel 1266, pensò bene di inviare Loderingo e Catalano a Firenze, dilaniata da lotte intestine derivanti dalla presenza in città di ben 500 cavalieri tedeschi guidati da Guido Novello, ovviamente ghibellini.
Purtroppo però la loro opera di pacificazione non ebbe successo. Dante, nel canto XXIII, li metterà all’Inferno, nella bolgia degli ipocriti, perché li accusò di aver favorito il Papato e ingannato i ghibellini, provocando la cacciata del loro capo Guido Novello e la distruzione dei loro beni.
Il Sommo Poeta peraltro parlava per sentito dire perché nel 1266 aveva un anno. Non è però escluso che i Cavalieri Gaudenti, agendo su mandato papale, cercassero sì la pacificazione ma forse non proprio su base paritaria. Il 1266 fu inoltre un anno molto difficile perché Manfredi, figlio di Federico II, venne sconfitto e ucciso a Benevento da Carlo d’Angiò.
Nel 1267 i due furono di nuovo podestà a Bologna ma la morte di Manfredi aveva cambiato radicalmente il quadro politico. C’era poco da pacificare: gli imperiali avevano perso e sarebbero inevitabilmente cominciate le vendette e gli esili.
A Bologna i Cavalieri Gaudenti si erano già trovati in contrasto con Rolandino da Passeggeri, vero capo della città guelfa, che era a favore delle più drastiche politiche anti-magnatizie e antighibelline, in una disputa in qualche modo analoga a quella fiorentina anche se frutto di un diverso contesto, tra guelfi bianchi, meno intransigenti (di cui faceva parte Dante Alighieri) e guelfi neri (molto più drastici).
Preso atto del fallimento della loro missione Loderingo e Catalano si ritirarono dalla vita pubblica all’Eremo di Ronzano, dove la sorella la Beata Diana degli Andalò aveva rivitalizzato la comunità di monache creata da una nobile bolognese, Cremonina Piatesi, già nel 1140.
Diana fu la figura femminile di maggiore rilievo nella Bologna del suo tempo. Fu proprio lei, amica personale di San Domenico, a donargli i terreni su cui vennero costruite la chiesa e il convento. Fu per lei che San Domenico passò i suoi ultimi anni a Bologna e qui venne sepolto nella chiesa che porta il suo nome.
Loderingo riuscì evitare l’espulsione dalla città nel 1275 quando i Lambertazzi e i loro sodali ghibellini dovettero andarsene e visse in eremitaggio a Ronzano fino al 1293. Catalano morì sempre a Ronzano nel 1285.
L’Ordine dei Gaudenti però non scomparve e per quasi tre secoli restò un motore immobile della realtà bolognese.
Si trattava di un ordine davvero particolare. Era pur sempre un Ordine militare, fatto da Cavalieri-Frati, ma i suoi membri potevano essere sia celibi che sposati. Il pontefice affidò al francescano Rufino Gorgone il compito di redigere la loro Regola, forse proprio per compensare il fatto che gli Andalò erano molto vicini ai domenicani. I frati-cavalieri dovevano vivere normalmente in convento sottoposti alla regola agostiniana ma era prevista la possibilità che essi venissero esentati dall’obbligo della vita comune e del celibato. Se sposati dovevano comunque fare voto di castità. Non potevano, di loro iniziativa, assumere cariche pubbliche nelle faziose città dell’epoca, tentazione forte per aristocratici molto addentro alla vita civile, ma dovevano farlo se chiamati dal Papa.
L’Ordine aveva sede in via Arienti nel convento di San Bernardo, il creatore della regola dei Templari, e, oltre all’Eremo di Ronzano, disponeva della enorme tenuta di Casaralta.
L’Eremo di Ronzano si trova sulle colline bolognesi, ad un paio di chilometri dal centro cittadino.
L’Eremo di Ronzano
Nel 1267 Loderingo degli Andalò, acquistò il complesso, donandolo all’Ordine dei Frati Gaudenti anche se di fatto rimase sempre nelle disponibilità degli Andalò e dei Carbonesi. Loderingo, la sorella Diana e Catalano furono sepolti all’Eremo dopo molti anni di vita ritirata.
Nel 1475 fu venduto ai Domenicani che lo ricostruirono completamente. Chiesa e convento visibili attualmente risalgono infatti alla ristrutturazione dei domenicani del 1480.
In epoca napoleonica, come molti altri conventi e chiese bolognesi, l’eremo finì in mani private. Purtroppo i danni furono ingenti. Scomparve il chiostro e la chiesa fu gravemente danneggiata. Nel 1848 il complesso fu acquistato dal conte Giovanni Gozzadini per farne la sua residenza privata.
Il conte ritrovò nel 1851 le salme di Diana de Carbonesi e di Cremonina Piatesi.
Nel 1921 Ronzano fu riconsegnato a un ordine religioso: L’Ordine dei Servi di Maria (OSM). Si tratta di un ordine antico, fondato nel 1233 da sette commercianti fiorentini che si ritirarono a vita religiosa e si impegnarono nella pacificazione della loro città. Uno dei suoi esponenti più illustri fu Fra’ Andrea da Faenza, priore generale per 22 anni ed insigne architetto, che progettò la basilica di S. Maria dei Servi di Bologna nel 1384.
I Servi di Maria sono uno dei 7 Ordini religiosi Mendicanti tuttora presenti nella Chiesa. Attualmente contano, nel ramo dei frati, circa mille membri, presenti in tutti e cinque i continenti, che fanno capo al monastero di Monte Senario, a 18 km da Firenze ed alla chiesa di SS. Annunziata a Firenze.
Il complesso di Casaralta invece fu eretto nel XIII secolo dall’Ordine dei Cavalieri Gaudenti, molto probabilmente dallo stesso Loderingo. Per quasi tre secoli il complesso fu la sede del Priorato dell’Ordine insieme al Convento di San Bernardo, nel centro di Bologna.
Perso il loro ruolo originario di ‘pacificatori, i Cavalieri mutarono i propri obiettivi. Da allora in poi avrebbero difeso i deboli contro le prepotenze dei forti e si sarebbero occupati delle vedove indigenti, almeno ufficilamente. Moglie e sorelle dei Cavalieri, le ‘militesse’ ebbero un ruolo importante e diventarono una sorta di crocerossine.
Ufficialmente l’Ordine diventò una specie di ente di beneficenza avulso dal contesto politico. Ciò gli permise di sopravvivere per tre secoli, anche se i Gaudenti furono spesso accusati di pensare solo al proprio benessere, materiale o spirituale che fosse. Si fecero cioè per secoli i fatti loro, senza che si possa sapere di preciso di che fatti si trattasse.
Si sa però che una delle colonne portanti dell’Ordine fu la famiglia Volta. Molti rappresentanti della famiglia si chiamavano Achille ed è possibile una certa confusioni di ruoli di cui chiediamo scusa in anticipo. Uno dei più importanti, figlio di Ludovico, si laureò in diritto civile presso l’Università’ di Bologna il 30 ottobre 1482 e insegnò diritto nello studio bolognese fino al 1493. Forse fu il primo ispiratore della Lapide di Aelia Laelia Crispis, forse semplicemente la riscoprì sepolta a Casaralta.
Un altro Achille, suo figlio o nipote, si recò a Roma, pochi anni dopo come segretario di monsignor Giovan Matteo Giberti, consigliere del papa Clemente VII. Nel 1525 Achille accoltellò Pietro l’Aretino per un’amore conteso di una serva, la cuoca del Giberti, che aveva portato l’Aretino a scrivere un sonetto contro di lui ed il Giberti. L’aggressione avvenne nella notte fra il 28 ed il 29 luglio del 1525. L’Aretino, in primo tempo dato per spacciato per le furibonde coltellate di Achille, sopravvisse ma lasciò velocemente la città. Dopo l’aggressione a mano armata non solo il Volta non venne arrestato o inquisito, ma fu premiato. Clemente VII, nel 1527, lo nominò Maestro Generale dell’Ordine di Maria Gloriosa.

Achille tornò a Bologna e visse nella Commenda di Casaralta, arricchendola di statue, giardini ed opere d’arte esoteriche e misteriose, simili a quelle dei giardini di Bomarzo. Particolarissimo il camino, di dimensioni enormi, che raffigurava un grande maschera. La porta della città di Bologna che conduceva a Casaralta è chiamata infatti ancora oggi Porta Mascarella.
Decisamente bizzarri anche un affresco di un rinoceronte con un motto ermetico in spagnolo: “No vuelo sin vencer” (non volo senza vincere?) e un bassorilievo con il motto “Asotus XXX”. La cultura dominate delle opere era quella manierista, con riferimenti alla antichità classica propria del rinascimento ma impregnata di magia ed esoterismo.
Nel 1550 Clemente VII trasformò il monastero in commenda ma Achille restò in veste di suo commendatario fino al 14 maggio del 1556 quando fu assassinato da Orazio Bargellini.
Il complesso di Santa Maria di Casaralta passò, assieme al titolo di Maestro generale dell’ordine dei Frati Gaudenti, al figlio di Achille, Marcantonio, e in seguito ai discendenti maschi della famiglia Volta. L’ultimo Gran Maestro fu Camillo, assassinato anche lui, nel 1589.
Papa Sisto V soppresse l’Ordine nel 1588 ma Casaralta rimase di fatto nelle disponibilità della famiglia Volta per molto tempo anche dopo la soppressione dell’Ordine, anche se formalmente, nel 1588, la proprietà fu assegnata dal Papa al Collegio di Montalto.
Un altro Achille Volta visse tra il 1627 e il 1676 e di lui sappiamo che ricopiò la Lapide originaria perché ormai quasi illeggibile e che aveva ancora la piena proprietà della tenuta.
Nel 1745 la Villa accoglieva i seminaristi bolognesi durante le vacanze estive. Su Casaralta dominava ancora la famiglia Volta, che sembrò sopravvivere anche alle armate napoleoniche, fino a quando l’ultimo discendente, un altro Camillo, morì nel 1859.
La partecipazione all’Ordine dei Gaudenti era solitamente tenuta riservata ma molto probabilmente fu un frate gaudente Sabadino degli Arienti (1445-1510), sia perché proprio in via Arienti aveva sede l’Ordine, sia per i contenuti da lui espressi nelle sue opere, in particolare nelle Porrettane, la sua opera più famosa, in cui narrò la vera storia di Romeo e Giulietta, ambientata a Bologna, molti decenni prima di Shakespeare, di cui parleremo nel prossimo articolo.
Alla fine dell’ottocento e fino a tutta la Prima Guerra Mondiale, nel misterioso Priorato dei Gaudenti si produceva carne in scatola per le truppe al fronte, ma, si dice, anche cartucce. Nel 1919 la proprietà passò a Carlo Regazzoni, fondatore delle Officine Casaralta, specializzate in materiale ferroviario.
Durante la Seconda Guerra, sotto la copertura di una fabbrica di vagoni ferroviari, a Casaralta si producevano armi, coerentemente con la natura originaria di sede di un Ordine Militare.
Ma la furia delle bombe alleate la rase al suolo. Oggi è un’irreale inferno di rottami e capannoni abbandonati in cui nessuno osa mettere piede, nonostante numerosi progetti di recupero, tutti misteriosamente falliti.