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Bologna città ‘Gaudente’ e ‘Shakespeariana’

Il fallimento dei Frati Gaudenti nella opera di pacificazione tra guelfi e ghibellini diede origine alla storia di Giulietta e Romeo, resa famosa da Shakespeare, il cui nucleo centrale nacque proprio a Bologna.
Ce ne sono state tramandate due versioni, entrambe raccontate nelle Porrettane, il decamerone bolognese, scritte dal gaudente Sabadino degli Arienti tra il 1480 e il 1490.
Nella novella IX, si narra la storia d’amore tra Lelia Galluzzi (da altri chiamata Virginia) e Malatesta Carbonesi (da altri detto Alberto), ambientata poco prima della battaglia di Fossalta, cioè nel 1247-48. La famiglia di lei è guelfa e fa capo alla corte Galluzzi e alla omonima torre. Quella di lui è ghibellina e fa capo ai Carbonesi, di stanza in via Carbonesi. I due giovani erano cioè vicini di casa.

La leggenda narra che usavano guardarsi dalle finestre della Torre Galluzzi e della Torre dei Catalani, fatta costruire appositamente da Catalano per permettere ai due innamorati di vedersi.
La leggenda acquista un senso perché proprio Catalano, fondatore dei Cavalieri Gaudenti insieme a Loderingo degli Andalò, si rese protagonista dell’estremo tentativo di pacificazione tra le due fazioni in molte città.

Quando Malatesta le regalò un anello con diamante, Lelia, in barba alla rivalità delle due famiglie, decise di fare il grande passo. Immortali e di grande modernità restano le sue parole dette alla serva prima di andarsene da casa Galluzzi:

Se mio patre o mia matre me adimandasseno, tu li dirai da parte mia che, di poi non hanno avuto pietà a la mia giovinezza, la quale come loro è creata de carne, de sangue e d’osse, e non di ferro o di pietra, come loro mostravano fosse, ch’ o me sono copulata cum Malatesta Carbonese, nobilissimo giovene della cità nostra, per averme lui sempre sopra ogni altra cosa amata e reverita, e cum epso a casa sua me ne sono questa nocte andata.

Altri dicono che fosse proprio la Torre dei Catalani la loro alcova d’amore dove i due giovani ‘prenderono l’uno de l’altro dulcissimo e infinito piacere’. Quale realizzazione della missione dei Frati Gaudenti e del nostro Catalano poteva essere più perfetta?

A quel punto Paolo Galluzzi, il padre di Lelia, infuriato e ferito nell’onore, si recò con figli e famigli a casa dei Carbonesi per fare una strage.
Fortuna volle, che i Carbonesi si fossero recati all’Eremo di Ronzano, quello di Loderingo e Diana degli Andalò.
I Galluzzi trovarono Malatesta e Lelia a letto. Per non sporcarsi le mani del sangue del Carbonesi lo strangolarono con un lenzuolo e se ne andarono. Il padre di Lelia decise di risparmiare la figlia ma le comunicò tutto il suo disprezzo per aver compiuto una azione così riprovevole. Incolume ma disperata, Lelia si impiccò con lo stesso lenzuolo con cui era stato ucciso Malatesta.

Esistono alcune leggere varianti, successive, della storia in cambiano i nomi e in cui Lelia-Virginia fu riportata a casa Galluzzi e si suicidò, sempre impiccandosi, dalla finestra della Torre Galluzzi, ma la sostanza non cambia.

Torre dei Galluzzi
Torre dei Galluzzi
Torre dei Catalani
Torre dei Catalani

Non sarà sfuggito ad alcuni che il Gaudente Sabadino degli Arienti dà alla Giulietta bolognese il nome di Lelia, lo stesso inciso sulla famosa lapide di Aelia Laelia Crispis, altra perla dell’Ordine dei Gaudenti, conservata fino alla seconda guerra mondiale nella tenuta di Casaralta e per la quale Bologna risultava famosa in tutto il mondo. Ma si tratta di un’altra storia ‘gaudente’ per la quale si può fare riferimento al libro di Maurizio Agostini, Aelia Laelia Crispis, l’enigma della Pietra, o al sito aelialaeliacrispis.com.

Ulteriore dimostrazione dell’intento pacificatorio dei Gaudenti è nella novella successiva delle Porrettane dove la parte dei cattivi non la fanno più i guelfi ma i ghibellini.

Sabadino la ambienta regnante Teodosio II (cioè dal 1254 al 1258), quasi nella stessa data della novella di Lelia e Malatesta. L’intento palese è raccontare dei contrasti tra guelfi e ghibellini senza però addossarne le colpe solo a una delle due fazioni.

Questa volta la storia d’amore è tra Imelda Lambertazzi (ghibellina) e Bonifacio Geremei (guelfo), ed è ancora più tragica. È ambientata a poche centinaia di metri dalla precedente: i Lambertazzi ghibellini avevano la loro torre su piazza Maggiore all’altezza di via Clavature mentre quella dei Geremei era nell’attuale via Montegrappa, troppo lontane per guardarsi dalla finestra.
In effetti questa volta è Bonifacio che si reca spesso presso la dimora dei Lambertazzi per vedere Imelda affacciata al balconcino. I due si innamorano solo di sguardi e parole ma alla fine Imelda invita Bonifazio a casa sua per la notte seguente.

Questa volta però l’amore non viene consumato. I fratelli di Imelda, insospettiti da quel girovagare, aspettano Bonifacio e uno di loro gli sferra una coltellata nel petto, uccidendolo sul colpo.

Forse non era loro intenzione uccidere il Geremei perché i fratelli si resero conto subito di averla combinata grossa.
Due dei capostipiti, Bonifacio Lambertazzi e Baruffaldino Geremei, nel 1219 erano stati i due capitani che avevano guidato i crociati bolognesi nella quinta crociata e avevano conquistato, insieme, la città di Damietta in Egitto. Avevano anche portato dall’oriente il gonfalone, simbolo templare che diventerà lo stemma della città, con la croce rossa su sfondo bianco. Certo nemici ma uniti nel comune obiettivo della lotta agli infedeli.
E poi Bonifacio Geremei si chiamava proprio come il loro antenato Lambertazzi, forse addirittura in suo onore.

In effetti i fratelli avevano, tardivamente, visto giusto: alla fine, la morte del Geremei avrebbe portato all’espulsione definitiva dalla città di tutti i Lambertazzi nel 1274.
Insomma, ci riferisce Sabadino, ‘già pentiti e dolenti per avere commesso si facinoroso effecto, alfine, examinato i futuri periculi, concluseno tra loro di tenere ascoso la cosa e sepelirlo secretamente’. Lo seppellirono in casa loro, forse in una cantina.
Imelda però aveva notato il trambusto e il giorno dopo, preoccupata del mancato arrivo di Bonifazio, si aggirò per la casa chiamandolo, temendo di trovarlo più morto che vivo. Alla fine vide il terreno smosso e cominciò a scavare cum le feminile unghie. Trovatolo privo di vita, disperata, mischiò del veleno con il sangue dell’amato, bevve l’orrendo miscuglio, e morì dicendo: ‘quanto è suave questo liquore che viene dal tuo vulnerato core’.

L’aura romantica che scaturisce dalla storia di Imelda ispirò a Donizetti un’opera in due atti ‘Imelda de’ Lambertazzi, messa in scena nel 1830, con ben scarso successo peraltro.

Che le novelle di Sabadino degli Arienti siano il nucleo originale della storia di Romeo e Giulietta è provato dal fatto che sono semplicemente le più antiche, risalendo al 1480 circa, con la dovuta precisazione che il capolavoro di Shakespeare non è altro che l’adattamento per teatro di una lunga serie di novelle sull’argomento tutte tratte da quella di Luigi da Potro, scrittore veronese.

Da Potro spostò a Verona la storia di un’amore contrastato tra famiglie guelfe e ghibelline, cambiò i nomi bolognesi in Romeo Montecchi (ghibellino) e Giulietta Capelletti (guelfa), che diventerà Capuleti in Shakespeare, e vi inserì la morte apparente di Giulietta. La sua novella fu pubblicata postuma nel 1530, cioè cinquant’anni dopo di quelle di Sabadino e circa 60 anni prima della sua riduzione teatrale di Shakespeare.

Secondo il mainstream, De Potro si ispirò ad un precedente racconto di Masuccio Salernitano, Mariotto e Ganozza del 1476, nel disperato quanto vano tentativo di negare la provenienza ‘templare’ , ‘gaudente’ e ‘bolognese’ della storia originaria.
Le storie segrete sono solo per chi ha orecchie da intendere.