- StoriaSegreta - https://storiasegreta.com -

Iran, l’ultima rivoluzione colorata

Lo strano comportamento dell’amministrazione Trump sulla recente crisi iraniana non può non lasciare perplessi e incuriositi.
A un osservatore neutrale potrebbe anche venire il dubbio che, data la priorità di definire il confine dell’Impero in questo momento storico, si sia tentati, magari, di definirlo in senso negativo, di stabilirlo ‘dove si perde’ e non solo ‘dove si vince’.

Può risultare di interesse un paragone molto antico, risalente a più di duemila anni fa. Siamo intorno al 56 a.C.. Roma, non più repubblica e non ancora impero, era dominata dal famoso triumvirato di Caio Giulio Cesare, Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso che avevano, tra loro, messo in atto un sodalizio per sostenersi a vicenda.

Cesare riuscì così a farsi assegnare il proconsolato delle Gallie, sia cispadane che transpadane, e partì per la sua vincente avventura nel nord del mondo (allora pensare alla Francia del nord e all’Inghilterra era proprio come pensare oggi alla Groenlandia. Nessuno sapeva cosa ci fosse né, in fondo, se la cosa fosse economicamente conveniente). In ogni caso Cesare partì, con l’appoggio dei suoi due ‘amici’ triumviri, che avevano imposto la decisione al Senato di Roma.

Crasso e Pompeo rimasero invece a Roma, ma il primo ottenne il governatorato delle Siria e il secondo quello della Spagna. Crasso era il banchiere del gruppo, l’uomo più ricco del mondo di allora, e aveva prestato ai sui colleghi una quantità di moneta difficilmente immaginabile (oro vero, non come adesso che si presta della carta). Uno dei motivi per cui Cesare accettò di avventurarsi nel Grande Nord dei Galli fu proprio la necessità di ripagare gli enormi debiti che aveva con Crasso.

Lasciando da parte per il momento il destino di Pompeo, quando Crasso mostrò interesse ad avere il comando di una spedizione contro i Parti, anche per emulare le gesta di Cesare in Gallia, Cesare, stranamente, lo supportò senza tentennamenti.

Chi erano i Parti? Al di là delle sottigliezze storiche, i Parti erano gli Iraniani di oggi, i Persiani. Le terre siriane, della Mesopotania e degli altopiani iranici erano, notoriamente, zone ben più ricche dei territori del Nord dove Cesare, già da anni, sputava sangue per avere ragione di barbari.
Crasso, il banchiere che amava l’oro più di se stesso, era attratto più che dal successo militare, peraltro indispensabile per contendere il primato a Cesare, dalle ricchezze delle terre medio-orientali. Non vi è dubbio che, se la sua spedizione avesse avuto successo, la storia del mondo sarebbe stata diversa.
L’Impero sarebbe stato appannaggio dei banchieri già duemila anni fa e Cesare sarebbe stato ridotto al rango di un comprimario e, forse, anche a essere eliminato fisicamente.

Ma allora perché, quando Crasso lo informò della sua aspirazione di essere a capo della spedizione contro gli iraniani, Cesare lo appoggiò in tutto e per tutto?
Gli promise il suo più totale sostegno (e lo fece addirittura in Senato), compresa la rinuncia a uno dei suoi più valenti generali, Publio Licinio Crasso, il figlio di Marco Licinio che decise di rinunciare alla campagna di Gallia per seguire il padre in Siria e Mesopotamia. Il giovane Crasso era stato decisivo nella conquista dell’Aquitania, a capo della VII Legio, mostrando capacità di grande leader e di grande generale. Nel momento più critico addirittura rinunciò a due legioni per mandarle in soccorso a Crasso ma queste si fermarono a Capua e non arrivrono mai in Siria.

Perché lo fece? Non lo sappiamo. Anche se a pensar male si fa peccato…

Catafratto partico
Catafratto partico

I Crasso, padre e figlio, partirono con un esercito imponente di ben 7 legioni, per un totale di 35.000 uomini. Crasso però era un grande banchiere ma non un grande generale. Non era certo come Cesare, quello che andava sul campo di battaglia per primo, armato solo del gladio e dello scudo, che dormiva per terra e mangiava lo stesso rancio della sua truppa.
Fatto sta che nel 53 a.C., le poderose legioni romane subirono una delle maggiori sconfitte della storia, a Carre, nella odierna Turchia.
La fanteria romana non riuscì a reggere l’assalto della cavalleria pesante degli Iraniani, costituita dai famosi catafratti, lenti ma praticamente invulnerabili.
Publio Licinio mori eroicamente in battaglia. Quando la sua testa mozzata fu portata al padre, questi tentò la fuga ma fu ucciso in una scaramuccia. Nel suo teschio i Parti colarono oro fuso per placare, così dissero, la sua fame di oro.
Il grande banchiere, l’uomo più ricco del mondo, non c’era più.
Non solo era scomparso uno dei triumviri ma anche la grande parte dei debiti che Cesare aveva con Crasso e la sua famiglia diventarono, di fatto, inesigibili.

Il limes era definito. L’Impero non cercò più di conquistare il regno dei Parti (cioè l’Iran) e il futuro fu fatto solo da scaramucce di confine (o quasi, gli storici di professione mi perdoneranno l’approssimazione).
I Romani stavano di qua, i Persiani di là, fine della storia.

Il confine era stato definito sì in negativo, ma questo permetteva all’impero di destinare le risorse disponibili, ad esempio, al grande Nord, per così dire alla Groenlandia dell’epoca, cioè alla Gallia e l’Inghilterra.
Insomma la grande sconfitta di Roma a Carre e la morte di Crasso e di suo figlio cambiarono la storia a favore di Cesare.

La suggestione che questo excursus storico propone ai commentatori dei nostri giorni è davvero intrigante.
Se l’attacco al regime khomeinista, sponsorizzato come al solito, dalle Ong di Soros e dei banchieri suoi sodali, portasse a un grande successo, sulla scorta della analoghe rivoluzioni colorate organizzate nei paesi dell’Est Europa già controllati dall’Unione Sovietica, e quindi alla gestione delle enormi risorse petrolifere iraniane, il vantaggio dei banchieri sui nuovi poteri emergenti americani potrebbe essere decisivo per il controllo del mondo.

Ma organizzare rivoluzioni colorate tra i Parti, cioè in Iran, non è la stessa cosa che farlo in Europa, in Slovacchia, in Moldavia o in Ucraina, dove male che vada, i manifestanti, sul libro paga di Soros a duemila dollari al mese, si fanno qualche mese di galera, poi il solito magistrato compiacente li mette fuori.

Tra i Parti, è diverso. I ‘rivoluzionari a pagamento’ vengono uccisi senza pietà e i sopravvissuti vengono impiccati sulla pubblica piazza per dare l’esempio. Chi ha accettato i duemila dollari al mese, sulla scorta dei successi passati di Soros e dell’America, ci ha già rimesso amaramente.

I soccorsi di Cesare arriveranno mai? Inoltre, se tardassero ad arrivare, potrebbero non essere sufficienti.
La tentata rivoluzione iraniana, se dovesse fallire, sarà l’ultima.
Non si riuscirà più a reclutare manifestanti a poco prezzo. I ragazzi reclutati a Teheran si sono fidati dell’appoggio granitico dell’Impero, ma se stavolta ci fosse la sconfitta dell’Impero? Senza i soccorsi promessi ci sarà il patibolo, altro che i duemila dollari al mese.
L’aiuto di Cesare-Trump arriverà in tempo per salvare la rivoluzione colorata iraniana di Crasso-Soros?
È lecito dubitarne. Con la sconfitta dell’impero, o con una sua ‘vergognosa’ retromarcia, l’obiettivo primario di definire il confine sarebbe raggiunto (in senso negativo) e le risorse disponibili potrebbero essere destinata altrove, magari al Grande Nord.
Il costo per i finanziatori delle rivoluzioni colorate questa volta sembra essere stato decisamente notevole, almeno intorno al miliardo di dollari, denaro che potrebbe svanire nel nulla. Ma il costo maggiore è che, d’ora in poi, sarà quasi impossibile finanziare un’altra rivoluzione colorata perché sarà difficile trovare chi si fida.

Certo che, se così fosse, la strategia trumpiana, o di chi per lui, sarebbe sullo stesso livello di quella di Caio Giulio Cesare, il più grande stratega di tutti i tempi, e anche i più scettici dovrebbero solo guardare e imparare.