In questi anni di grande vivacità geopolitica, l’operazione militare speciale di Trump in Venezuela del 3 gennaio, con la spettacolare cattura del Presidente Maduro merita indubbiamente un commento.
Non tanto sul ‘come’ sia stata possibile questa clamorosa esibizione di forza, senza alcun tipo di contrasto (zero morti e zero feriti da parte americana), perché è evidente che l’operazione, preparata da mesi, si basava sulla connivenza e partecipazione di gran parte dell’esercito e dell’establishment venezuelano, altrimenti non sarebbe stata possibile. Trump aveva addirittura offerto a Maduro la rinuncia volontaria, in cambio della sicurezza sua e della sua famiglia, ma la cosa era stata interpretata da molti come la solita smargiassata trumpiana, forse anche da Maduro stesso.
Non era così e da oggi in poi analoghe future offerte di desistenza dovranno essere prese sul serio da chiunque. Esiste anche una versione alternativa in cui si ipotizza una sorta di collaborazione di Maduro per salvarsi la vita. Si vedrà nei prossimi giorni.
In ogni caso si tratta di tipiche azioni CIA-based che tante volte sono state messe in atto nel mondo dagli Stati Uniti e non solo.
Crediamo invece sia più interessante mettere l’accento sul ‘perché’ di tale operazione, a causa del fatto che le motivazioni di tale blitz sono state messe in ombra o proprio mistificate del tutto. Certo il Venezuela ha il petrolio, era il cuore del narco-traffico, etc. etc. ma il Venezuela il petrolio ce l’ha da cent’anni ed era sede del narco-traffico, peraltro marginale, da decenni e allora perché il blitz non è stato fatto prima? Si tratta di pseudo spiegazioni che non spiegano niente.
Il motivo vero del perché gli USA hanno necessità di governare non solo sul Venezuela ma su tutta l’America del Sud, sul Canada e sulla Groenlandia adesso e non dieci anni fa, è invece la ‘definizione del confine’.
È cosa semplice da capire ma è stranamente ignorata dai media mainsteam. È già stata parzialmente affrontata su questo sito tempo fa (https://storiasegreta.com/2023/02/01/2023-lanno-della-svolta/%5B1%5D [1]).
È però necessario un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Fino al 2019 il mondo era dominato dai ‘globalisti’, il cui cervello era tra Londra e Parigi. Qualcuno si ricorderà delle ridicole menzogne che erano diffuse sulla globalizzazione, sul fatto che era inevitabile che i nostri pescatori, che non possono neppure pescare le vongole che vogliono e pagano le tasse, dovevano essere competitivi con i vietnamiti che allevavano il pangasio nel Mekong, senza ovviamente nessun tipo di controllo, che le nostre imprese dovevano confrontarsi con industrie cinesi che facevano lavorare i bambini gratis, etc. etc.
Perché era inevitabile e non si poteva andare contro la storia.
La narrazione era cioè centrata sulle esigenze del capitale finanziario internazionale, simboleggiato dai Rothschild di Londra e Parigi, che pensavano ancora di poter creare un governo mondiale sotto il loro diretto dominio.
La crisi dei repo del 17 settembre 2019 (si veda ad esempio https://storiasegreta.com/2019/12/31/2020-sara-lanno-del-grande-giubileo/%5B2%5D [2]) l’inizio del Grande Giubileo (noto ai più come Grande Reset) è stato il momento in cui è parso chiaro che le cose non stavano andando secondo i loro desiderata.
È stato necessario lanciare la pandemia in anticipo rispetto ai piani per raffreddare l’economia e permettere di scaricare sulle classi medie occidentali l’incipiente costo del collasso dei debiti e forse nella vana speranza di colpire con i mortali vaccini RNA russi e cinesi. La Cina però ebbe una reazione immediata e bloccò sul nascere l’epidemia, nel timore che fossero già stati approntati virus e farmaci in grado di colpirla su base etnica mentre la Russia rimase sostanzialmente indifferente. Entrambe lanciarono immediatamente i loro vaccini, che erano inutili quanto quelli occidentali, ma che almeno non facevano danni.
Vale la pena di ricordare che San Marino, che adottò il vaccino russo, non ebbe alcun morto da vaccino mentre l’Italia ne ha avuti ben 140.000 (si vedano i molti articoli qui pubblicati e in particolare https://storiasegreta.com/2022/11/29/danni-dello-pseudo-vaccino-covid/%5B3%5D [3]). La speranza di sterminare cinesi e russi ‘regalando’ loro i vaccini della Pfizer era però così infantile che poteva dimostrare solo lo stato di disperazione in cui era già sprofondata la capacità elaborativa del grande capitale finanziario.
Ciò non di meno la pandemia servì a rimandare il momento del redde rationem, del collasso delle monete fiat, così come funzionali al progetto globalista sono state la guerra contro la Russia e la crisi economica.
I Cavalieri dell’Apocalisse sono infatti sempre gli stessi, pestilenza, guerra e carestia, e in quest’ordine sono stati utilizzati.
In particolare il controllo della Russia è un vecchio pallino dei Rothschild, fin dal tempo di Napoleone, nella certezza che l’accesso alle sue risorse avrebbe potuto rimandare il Grande Giubileo per moltissimo tempo. C’erano quasi riusciti con Gorbaciov e Eltsin ma l’ascesa di Putin aveva vanificato i loro sforzi.
La Russia ha fatto resistenza al golpe ucraino, Putin non è caduto e anche la guerra si è rivelato solo un espediente per ritardare, di poco, l’evoluzione degli avvenimenti.
Pandemia e Guerra hanno quindi sì ritardato le cose ma hanno portato direttamente al collasso del progetto globalista. Russia e Cina sono ormai fuori controllo del grande capitale finanziario occidentale e non pare ci possano tornare tanto presto.
Inoltre l’economia di rapina della finanza sui ceti produttivi, che ha avuto successo in Europa, ha prodotto negli Stati Uniti una violenta reazione sfociata nella seconda presidenza Trump.
Certo se il proiettile indirizzato al suo cervello fosse stato più preciso molte cose sarebbero diverse ma, purtroppo per la grande finanza, ha colpito solo un orecchio e non si è più riusciti né ad assassinare il presidente americano, né Putin, né Xi Jin Ping né ad organizzare colpi di Stato in questi paesi.
L’Africa ha colto l’occasione per ribellarsi al giogo coloniale francese, scaraventando la Francia nella peggior crisi economica del dopoguerra e molti altri paesi ne hanno approfittato per rimarcare le loro indipendenza.
Solo il fortino europeo ha resistito ma al prezzo di una operazione inaudita: mettere a capo dei vari Stati dei veri e propri ‘impiegati’ dei Rothschild al posto di politici!
La grande finanza ha sempre preferito servirsi di politici compiacenti per il dominio dei popoli e mai si era scoperta in modo così palese. Macron era un vero e proprio dipendente della Banca Rothschild, Merz era a capo di Blackrock in Germania, in UK la Corona è da sempre loro sodale, ma il primo ministro, Keir Starmer, è noto solo per essere il marito di Victoria Alexander Starmer, la prima First Lady britannica di religione ebraica, amica e facente parte della stessa sinagoga di Lynn de Rothschild, moglie del mitico grande capo, Evelyn Rothschild, morto nel 2022.
Solo in Italia le cose non sono andate bene: l’obiettivo di piazzare Mario Draghi alla presidenza della Repubblica è miseramente fallito e oggi il paese è ostaggio di politici di centro destra senza una chiara appartenenza e che praticano una perigliosa equidistanza da Washington e Bruxelles.
Nessuno dei leader di Francia, Germania e Inghilterra ha l’appoggio popolare, anzi, e il tempo non sembra giocare certo a loro favore.
Per di più le grandi famiglie della finanza stanno vivendo una vera e propria crisi generazionale.
Dopo la morte di David Rockefeller a 102 anni nel 2017, non vi sono più finanzieri di rilievo della loro famiglia, Ci hanno lasciati anche Jacob Rothschild nel 2024 e sopratutto Evelyn de Rothschild, il grande capo della filiale londinese, nel 2022. David Rothschild, il capo della filiale parigina, oggi riunita con quella londinese, ha 84 anni e ha trasferito il potere a suo figlio Alexandre (45 anni), grande amico di Macron. a cui somiglia moltissimo. George Soros, l’instancabile organizzatore di rivoluzioni colorate, ha 96 anni e ha passato le consegne a suo figlio che si chiama pure lui Alexander e che ha 40 anni.
Riusciranno i due giovani Alexandre-Alexander a reggere le sorti del loro impero finanziario?
Cominciano a serpeggiare diversi dubbi, soprattutto nella finanza americana.
Gli Stati Uniti sono stati per decenni succubi di un grande potere finanziario a base europea, fino a tutta la presidenza Biden. Molti si stavano già chiedendo se fare guerre in tutto il mondo e sostenere il globalismo facesse davvero gli interessi degli States e con ragione. Nell’America profonda i ceti produttivi si impoverivano sempre di più a scapito dei ceti finanziari che però non facevano altro che giocare sulla montagna del debito, sia pubblico che privato, per poi scappare con la cassa. La bilancia commerciale era in un passivo cronico crescente, la deindustrializzazione era devastante.
Trump, un tycoon alla Berlusconi, fu abile a intercettare queste perplessità e a costruirsi un percorso politico che passerà alla storia. Fu fermato solo temporaneamente con i clamorosi brogli elettorali del 2020 per poi ritornare in forze nel 2024 e sopravvivere ai numerosi tentativi di assassinarlo.
Nel frattempo anche illustri finanzieri americani, come Warren Buffet (96 anni), cominciarono a non vedere chiaramente come poter uscire dalla inevitabile crisi del debito con conseguente collasso di Wall Sreet. Rimandare, rimandare sempre il momento per perseguire un obiettivo ‘millenaristico’ come il governo mondiale non sembrava più a molti una soluzione così praticabile.
E se la Russia avesse resistito? E se la Cina avesse chiuso all’improvviso i rubinetti delle sue merci agli USA magari vendendo al meglio le montagne di dollari che possedeva, cosa sarebbe successo?
Insomma anche i finanzieri americani, almeno i più avveduti, cominciavano e capire che così non si poteva andare avanti. Trump forniva una risposta semplice: America First, prima gli Stati Uniti, gli altri si arrangiassero. E ciò spiega come, dopo la morte di David Rockefeller e la fine del suo inossidabile sodalizio con i Rothschild, anche diversi finanzieri americani cominciarono ad avere comportamenti ondivaghi.
Il motivo, alla fine, è sempre lo stesso: l’economia del debito non è sostenibile nel lungo periodo e necessita di periodici reset (si veda Maurizio Agostini, Moneta e Potere[4]).
Se il sistema non può essere ingrandito (con la conquista della Russia e della Cina) bisogna fare i conti con la dura realtà, i debiti vanno rimessi come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Come salvare quindi almeno l’America? O almeno come limitare i danni per noi e solo per noi? Ed ecco che il tanto lodato ‘globalismo’ si trasformò, in men che non si dica, in ‘sovranismo’.
Secondo i sovranisti gli Stati Uniti devono pensare ai fatti propri e non agli interessi della grande finanza mondialista dei Rothschild. Anche perché, per decenni, gli States hanno fatto la parte del ‘fratello scemo’, che faceva guerre dappertutto in difesa degli interessi di altri pagando di tasca propria, si era indebolito, indebitato, deindustrializzato, impoverito per far piacere ai grandi banchieri in gran parte europei.
È pur vero che molti banchieri americani si erano enormemente arricchiti ma con la sola finanza non si fa grande un paese.
Questo spiega che, anche se si fosse riusciti ad assassinare Trump, il problema non sarebbe stato risolto. Certo di poteva rimandare ancora, e ancora e ancora ma fino a quando?
Insomma la defezione di molti banchieri americani dalle battaglie dei Rothschild e dei Soros non è cosa temporanea e accidentale. L’obiettivo per cui avevano combattuto per decenni, il governo mondiale dei grandi banchieri (o per essere politically correct il mondo unipolare a guida anglo-americana) non è raggiungibile. Abbiamo buttato nel progetto un sacco di soldi, fatto danni a destra e a manca, anche alla nostra gente. E adesso, adesso che dobbiamo prendere atto che il progetto è impraticabile, che si fa?
Non si può dire, allo stato attuale, che la finanza ‘americana’ sia nemica di quella ‘europea’ ma non c’è più uniformità di idee. In America sta pure crescendo una finanza alternativa, quella delle cryptovalute dei giovani leoni del Web, al di fuori del sistema bancario e in qualche modo il problema va affrontato. In Europa per ora il problema non c’è e i vecchi finanzieri tutti concentrati sul governo mondiale, come Soros, sembrano davvero residui del passato (per inciso Soros è naturalizzato americano ma è organico al progetto mondialista ed è visto come europeo).
Così come le colonie americane di ribellarono all’impero britannico, oggi l’America profonda si sta quindi ribellando un po’ alla volta alla finanza globalista, Trump o non Trump, sulla scorta di un fallimento epocale che tale finanza ha provocato.
Hic stantibus rebus, per capire la nuova geopolitica americana bisogna quindi rispondere alla seguente domanda: cosa deve fare un impero quando si rende conto che non può più ambire alla predominanza mondiale e, per di più, deve affrontare la periodica cinquantennale crisi del debito mondiale?
Certo bisognerebbe fare molte cose ma una svetta su tutte: ‘definire i confini’, stabilire quello che è mio e quello che non lo è. E su questo non ci possono essere ambiguità, il limes, una volta definito deve essere chiaro per tutti, amici e nemici, e rispettato da tutti. Noi non veniamo a impicciarci dei fatti di casa vostra e voi non venite a farlo a casa nostra. Se non riesce a fare questo è la sconfitta totale per cui si tratta della priorità uno.
Non a caso è quello che fu fatto immediatamente ancora prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, a Yalta, ma allora i vincitori erano essenzialmente due e i conti erano più facili. In un mondo multipolare come quello attuale le cose sono molto più complicate.
Forse un esempio di più duemila anni fa può contribuire a chiarire l’importanza della questione, tratto dal bel libro di Alberto Angela, Cesare[5].
Siamo nel 55 a.C., Cesare aveva appena conquistato gran parte della Gallia, dove era stato chiamato da Galli suoi alleati, per sostenerli contro una invasione degli Elvezi, che avevano oltrepassato il Rodano, poi contro un’ancora più imponente invasione dei Germani di Ariovisto che avevano superato il Reno con un forte esercito. Cesare aveva vinto entrambe le battaglie e se ne era tornato a svernare a Mediolanum.
Le notizie dalla Gallia però non erano buone, nuove popolazioni germaniche avevano di nuovo attraversato il Reno, precisamente alla confluenza tra il Reno e la Mosa. Questa volta erano popoli in fuga da altre tribù germaniche che aveva invaso le loro terre, gli Usipeti e i Tencteri. I quali non avevano un vero esercito, erano profughi con tutte le loro famiglie.
Cesare tornò precipitosamente in Gallia e ricevette gli ambasciatori dei due popoli germanici che gli chiesero umilmente di potersi stanziare in Gallia. Cesare disse: No, di qua dal Reno non potete venire ma se volete vi posso aiutare a stabilirvi nei territori di una tribù germanica alleata che vi potrà accogliere perché glielo imporrò io.
Gli Usipeti e i Tencteri accettarono ma implorarono Cesare di fermare il suo esercito che stava convergendo sul Reno dalla Loira. Cesare, subordorando l’inganno, rifiutò di fermare l’esercito ma lo rallentò dando tempo ai capi dei due popoli di pensarci.
Nel frattempo però un gruppo di cavalieri tedeschi massacrò un piccolo contingente gallico sul confine. Gli ambasciatori tornarono da Cesare chiedendo perdono, dicendo che era stato un errore e che non sarebbe successo mai più.
E Cesare? Cesare li fece prigionieri e ordinò alle sue legioni di attaccare.
Non fu una battaglia, fu un genocidio. Nessun popolo inerme poteva resistere alle legioni romane. Da lì a qualche giorno, Usipeti e Tencteri non esistevano più, cancellati dalla storia. Nei loro accampamenti giacevano 430.000 cadaveri, in gran parte donne e bambini. Gli unici sopravvissuti furono gli ambasciatori presi prigionieri.
Ma non bastò, Cesare portò la rappresaglia anche sul suolo germanico. Costruì un ponte sul Reno in soli 10 giorni, passò il fiume, massacrò un po’ di gente qua e la e dopo un paio di settimane ripassò il suo ponte e lo distrusse. Noi stiamo di qua e voi state di là. Non azzardatevi più a violare il limes, per nessuna ragione.
La brutalità del suo comportamento gli provocò critiche anche a Roma. In senato Catone arrivò a proporre di consegnare Cesare ai barbari per rimediare, ma Catone era un nemico giurato di Cesare. Il Senato prese atto che i metodi di Cesare erano stati sì ‘criticabili’ ma proclamò venti giorni di festeggiamenti per ringraziarlo della vittoria.
I Germani non provarono più ad attraversare il Reno per i successivi 40 anni e ciò diede tempo ai Romani di colonizzare la Gallia e diede anche tempo a molti Galli (non tutti, come vedrà chi leggerà il libro di Angela) di apprezzare la Pax Romana e di trasformarsi in fedeli alleati di Roma che li aveva difesi dagli invasori tedeschi.
L’esempio, al di là della sua crudeltà, aveva avuto effetto.
Questo edificante racconto vuole dimostrare che quando un impero deve stabilire il limes non va troppo per il sottile. Può piacere o non piacere ma è così.
L’operazione militare speciale di Trump in Venezuela è stata infinitamente meno crudele di quella di Cesare ma è andata esattamente nella stessa direzione.
Per i sovranisti americani è necessario stabilire il confine dell’impero e stabilirlo al meglio. Le risorse degli Stati Uniti dovranno essere impiegate per difendere il limes e non dovranno più essere disperse per fare guerre nelle aree di competenza altrui o per difendere interessi altrui. Al di fuori dei confini della lora area di influenza gli Stati Uniti non interverranno ma all’interno non ci sarà pietà.
Poco è cambiato dal tempo di Giulio Cesare.
Quali saranno quindi i confini dell’Impero Americano?
Non si può dire che Trump non sia stato chiaro. Tutto il continente americano vi deve essere compreso, dalla Groenlandia, al riottoso Canada, sotto influenza britannica, al Messico, al Brasile e tutta l’America del Sud. Anche per Cuba non ci faranno eccezioni.
Poi naturalmente tra i desiderata e la realtà c’è distanza. Bisogna riuscirci e vedremo cosa succederà ma non vi è dubbio che oggi la definizione dei confini è la motivazione dominante del comportamento americano.
Si propone ai Cinesi e ai Russi di stare fuori dai ‘confini’ americani con il patto che gli Usa non verrano più a distrubare i loro. L’Ucraina, con buona pace di BlackRock che ci aveva investito tanti dollari, farà parte dell’area di influenza russa. Si stabilirà un confine in Europa e quello sarà rispettato.
Anche il Medio Oriente interessa poco agli USA, che sono comunque autosufficienti come produzione di petrolio e che disporranno delle risorse dell’America del Sud. Sul resto del mondo ci si metterà d’accordo. La Francia ha già perso tutta la l’Africa sub-sahariana? Fatti suoi. India-Pakistan, Cambogia-Tailandia? Chissenefrega.
C’è solo una patata bollente su cui la soluzione è davvero critica: Taiwan. Che Taiwan possa essere sic et simpliciter assimilato alla Cina continentale non è infatti scontato, anche al di là della storia recente. In particolare il Giappone ha sempre mostrato un forte interesse per l’isola, fin da una tentata invasione nel 1616. La Cina continentale ne controllava una parte ma esistevano regni indipendenti abitati da aborigeni il che diede origine a vari incidenti. Dopo la prima guerra cino-giapponese l’isola fu ceduta al Giappone nel 1895 e rimase giapponese fino al 1945. In realtà al momento della cessione al Giappone la Cina ne controllava circa la metà mentre il resto era in mano agli aborigeni.
In Giappone vi era una corrente di pensiero che riteneva che coreani e taiwanesi fossero etnicamente giapponesi e che avrebbero dovuto essere integrati a pieno titolo nella nazione. Ma la popolazione sotto il controllo della Cina si riteneva, ed era, culturalmente cinese.
Dopo il 1945 il Giappone restituì Taiwan alla Repubblica di Cina sorta nel 1912. Ma nel 1949 la Repubblica di Cina fu sconfitta dalla Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse Tung sul continente e sopravvisse solo sull’isola di Formosa da dove rivendicò, fino ad oggi, la legittimità sul controllo dell’intera Cina continentale, persa solo per una guerra civile.
Insomma la questione Taiwan è molto intricata e considerarla facilmente risolvibile con una banale annessione alla Cina Popolare è ingenuo, tanto che la popolazione sembra intenzionata a combattere per difendere la propria indipendenza.
Di sicuro c’è solo che gli interessi americani a considerarla all’interno dell’impero sono pochi mentre per il Giappone, il suo maggiore alleato nel Pacifico, in via di veloce riarmo, sono molto più forti.
Potrebbe essere che gli Stati Uniti appaltino la questione al loro stato alleato Giappone e che questo possa servire da modello anche per molte altre situazioni simili che sono pronte a deflagare nel resto del mondo, anche nel Mediterraneo. Si pensi solo alla questione cipriota tra Grecia e Turchia. Finito l’impero americano cosa succederà nella zona? Davvero bisognerà inventarsi qualcosa per dirimere queste situazioni ma, ad oggi, i più non vedono neppure i problemi, figurarsi le soluzioni.
Poi resta il nodo europeo. L’antica allenza dei poteri finanziari ai due lati dell’Atlantico traballa vistosamente e la componente europea, che fa capo ai Rothschild, è tutti i giorni più debole. L’insistenza a voler sconfiggere la Russia con tutti i mezzi sembra più patetica che intelligente. Non ci sono riusciti Napoleone e Hitler, figurarsi se ci riescono la Von der Leyen e la Kaja Kallas. Insomma i ragionamenti della finanza europea non sembrano essere propriamente lucidi. Non è chiaro come finirà (la questione groenlandese crediamo sarà rimandata) ma oggi è troppo presto per fare previsioni.
Il 2026 quindi vedrà in primo piano il dispiegarsi le attività di definizione dei confini tra le aree di influenza delle varie nazioni, non più sotto l’ombrello unipolare statunitense, e il fatto che, proprio ad inizio anno, abbiamo assistito alla presa di posizione USA sul Venezuela è stato un anticipo emblematico di quello che verrà.