Gli Ooparts (Out Of Place Artifacts) sono ‘oggetti fuori posto’ che non dovrebbero esistere ma che, purtroppo, ci sono. Stanno a testimoniare quanto poco conosciamo del Creato.
Le ‘Borsette Sumeriche’ sono note sotto molti nomi, tra cui il più diffuso nel mondo anglosassone è ‘The Gods’ Handbags’, le Borsette degli Dei e costituiscono uno dei più intriganti misteri dell’archeologia. Vedremo in questo articolo che probabilmente non sono borsette, non sono appartenenti agli dei e non sono neppure sumeriche.
Ecco la loro vera storia.
Nel 1845 l’archeologo inglese Austen Henry Layard scoprì le rovine di Kalhu (odierna Nimrud), la capitale del sovrano assiro Assurnasirpal II (883-859 a.C.). Il cosiddetto Palazzo di Nord-Ovest, il palazzo reale, doveva risultare davvero impressionante come imponenza e raffinatezza. Lo stesso Layard fece una litografia della sala del trono che ne metteva in risalto il poderoso impatto visivo che doveva aveva in origine e la splendida decorazione policroma.
Si possono subito notare nella litografia originale i giganteschi tori alati con testa umana, detti Lamassu, e delle strane figure con in mano della ‘borsette’.
Oggi i magnifici bassorilievi dei palazzi assiri sono sparsi per i maggiori musei del mondo, per fortuna, perché, causa la recente guerra dell’Isis, quello che era rimasto è stato totalmente distrutto.
La collezione maggiore di reperti assiri è al British Museum di Londra, ma altrettanto rilevanti se ne trovano al Louvre di Parigi, al Metropolitan e al Brooklyn Museum di New York e al Pergamon di Berlino.
Ecco come si presentano oggi, alcuni bassorilievi, ormai privi della originaria colorazione, che si trovano al Metropolitan Museum di New York.
Le enigmatiche figure hanno, rigorosamente nella mano sinistra, una specie di ‘borsetta’, una specie di cono o di ‘pigna’ nella mano destra e portano qua e là degli ‘orologi’, simboli dall’oscuro significato. Una precisazione: perché si chiamano borsette sumeriche se sono assire? L’impero assiro si colloca dal 900 al 600 a.C. circa, i Sumeri sono antecedenti di ben 2000-2500 anni. Possibile?
Il motivo c’era. Subito dopo la grande scoperta di Layard (nel nord della Mesopotamia), si cominciarono a trovare (nel sud della Mesopotamia, cioè nelle città più propriamente sumere), dei ‘sigilli’ cilindrici, dei timbri, che i sumeri usavano per imprimere sull’argilla particolari marchi. Sono oggetti piccoli, modesti ma che presentavano inequivocabilmente la stessa iconografia.
Nonostante l’enorme lasso di tempo trascorso dai sumeri agli assiri rendesse difficile accettare la cosa, non vi era alcun dubbio: il simbolismo era lo stesso. Figure misteriose che reggevano la ‘borsetta’ con la sinistra e una ‘pigna’ con la destra, che portavano ‘orologi’ e che accudivano a qualcosa che assomigliava a un albero.
A metà ottocento si cominciava già a decifrare la scrittura cuneiforme e quindi ci si poté fare un’idea di chi fossero questi strani esseri.
Essi si chiamavano Apkallu, in lingua accadica, o Abgal, in sumero, termine che può tradursi con ‘Sapienti’, ‘Saggi’. Non sono dei ma esseri semi-divini che insegnarono agli uomini i ‘Me’, ovvero le arti, i mestieri, il codice morale e in generale i principi della civiltà.
Gli Apkallu possono essere rappresentati o in sembianze umane o con una testa di rapace, o anche come uomini-pesce.
Qualcuno sostiene, erroneamente, che le borsette sumeriche fossero portate dagli Annunaki sumeri, che erano veri e propri esseri divini, ma non è vero. L’iconografia è sempre riferita agli Apkallu, che non erano Dei ma Saggi Guardiani, portatori di conoscenza alla razza umana.
In una tavoletta scoperta nel palazzo di Assurbanipal (685-631 a.C.), l’ultimo grande re assiro, si dice che i ‘Saggi’ furono sette. Erano emersi dall’abisso inviati dal dio Ea (che sarebbe l’Enki sumero) per insegnare le arti e i mestieri.
Erano i veri e propri consiglieri dei re antidiluviani e ce ne rivela i nomi:
1. Adapa/Oannes
2. U’an (Apkallu del re Ayalu)
3. U’anduga (Apkallu del re Alalgar)
4. Ammelu’anna (Apkallu del re Enmeduga)
5. Enmegalamma (Apkallu del re Ammegalanna)
6. Enmegulubba (Apkallu del re Enme’usumgalamma)
7. Utu’abzu (Apkallu del re Enmeduranki)
Da altre tavolette (ad esempio dalla ‘Liste dei re sumerici’) sappiamo che Ayalu regnò 28.800 anni, che Alalgar, 36.000 anni, che Enmeduga fece il record con 43.200 anni e che la durata compressiva dei regni antidiluviani fu di 241.200 anni.
Dopo il Diluvio universale, l’unico e ultimo Apkallu è Nungalpiriggal, consigliere del re Enmerkar di Uruk, dopodiché tutti gli altri re sumeri post-diluviani non hanno più associato un Apkallu ma un Ummânū, ovvero un consigliere del tutto umano e non più uno semi-divino.
Da varie fonti sappiamo anche che la ‘borsetta’ di chiama Bunduddu (l’accadico parlato dagli assiri è la prima lingua semitica, a differenza del sumero, e quindi abbiamo una idea di come suonasse – parlavano con la U come i sardi), che significa secchio in sumero e la pigna si chiamava Mulillu (o Mullilu) che non sappiamo cosa significa). Gli Apkallu hanno un ruolo protettivo e sono spesso raffigurati a fianco dei malati.
A questo punto il quadro si cominciava apparentemente a chiarire: la borsetta non era una borsetta ma un secchio, che conteneva, secondo l’interpretazione ufficiale, un liquido con il quale l’Apkallu ‘benedice’ o il sovrano o l’albero della vita, insomma niente di più di quello che fa un prete quando benedice una casa con un aspersorio pieno di acqua benedetta.
Esiste anche una versione, integrativa ma suggestiva: la pigna sarebbe quella del dattero maschio che, immersa in acqua, feconda manualmente le palme da dattero femmina. Sembra infatti che i contadini mesopotamici usassero questa tecnica perché altrimenti la palma da dattero non faceva frutti.
Il simbolismo ufficiale non potrebbe quindi essere più chiaro: I Sapienti inviati da Enki prima del diluvio, ci hanno pure insegnato a fecondare le palme, senza le quali non avremmo da mangiare. Essi ci proteggono e ci insegnano tutto.
Nel 1988 gli archeologi iracheni effettuarono una delle più importanti scoperte del secolo, proprio a Nimrud: diverse tombe di principesse assire ancora inviolate, con meravigliosi oggetti d’oro. Tra essi anche degli ornamenti a forma di orologio ma in oro e pietre preziose.
L’orologio quindi non era un orologio ma un semplice gioiello ornamentale che gli Apkallu, nella loro sapienza, amavano indossare e che le principesse assire avevano giustamente adottato, forse simbolo di Ishtar la dea della fecondità.
Abbiamo quindi scoperto che la borsetta non è solo sumerica ma anche assira, che non è una borsetta ma un secchio e che gli dei non sono dei, ma sono i Saggi Guardiani.
Sarebbe quindi più corretto cambiare nome alle famose borsette e ridefinirle ‘i Secchi dei Saggi’, che però oggettivamente non suona affatto bene.
Tutto chiaro quindi?
No, purtroppo no. Con grande scoramento dell’archeologia ufficiale, le cose si sono complicate assai.
Nel 1943 alcuni operai della compagnia petrolifera Pemex scoprirono una lapide in basalto a La Venta, nello stato di Tabasco, Mexico, il luogo dove erano state trovate le famose 17 teste colossali olmeche. L’oggetto, di cultura Olmeca, rappresentava Quetzalcoatl per gli Atzechi (Kukulkan per i Maya) sotto forma di un serpente piumato. Ciò stava a dimostrare che Maya e Atzechi avevano ereditato la cultura olmeca ma soprattutto che Quetzalcoatl, o chi per lui, con uno strano casco in testa, tiene in mano una borsetta sumerica!
Quetzalcoatl, o Kukulkan che dir si voglia, l’uccello-serpente, era il dio che aveva insegnato agli uomini la conoscenza, l’agricoltura, l’artigianato e le arti. Anche lui con il secchiello del sapere in mano.
Gran brutta storia. La lapide olmeca, la prima rappresentazione in assoluto del serpente piumato che vola, veniva fatta risalire tra il 900 e il 400 a.C., cioè a un periodo non troppo distante dalle rappresentazioni assire. Possibile che gli assiri fossero andati in America? E per di più a bordo di un serpente piumato volante?
Ma le complicazioni non finivano qui. Nel 2001 lo straripamento di un fiume nell’Iran meridionale portò alla luce migliaia di tombe a Jiroft, una località situata un centinaio di chilometri all’interno dello stretto di Hormuz, località ben lontana dalla Mesopotania.
Gli scavi condotti dagli archeologi iraniani, oltre a due grandi complessi fatti risalire al III millennio a.C., hanno portato alla luce una enorme quantità di manufatti in pietra ollare, ricca di clorite, finemente lavorati.
La cultura di Jiroft era, ed è, totalmente sconosciuta ma è già diventata famosa per l’arte della pietra di clorite. Qui però non trattava di secchi ma di vere e proprie ‘borsette’ di pietra.
L’archeologia ufficiale affrontò il problema negando qualsiasi correlazione: gli oggetti di Jiroft sono dei pesi per bilance e non hanno niente a che vedere con i secchielli degli Apkallu.
Nello stesso periodo comparvero però anche altre borsette come quella di Ur qui mostrata e risalente al 2500 a.C. conservata al British Museum. Possibile che tutti facessero pesi per bilance riccamente lavorate su una pietra dura che richiede un bel po’ di lavoro?
In Turchia, ad Altintepe, furono ritrovate due statuine di alabastro risalenti al regno di Urartu ottavo secolo a.C. che rappresentano due uomini-uccello.
Sembrava che all’improvviso in tutto mondo sputassero le borsette degli dei in ogni dove, tutte rigorosamente uguali.
Fino a che intorno al 2000 il colpo mortale: Gobekli Tepe. Nella città più antica del mondo, risalente al 10.000 a.C. fu trovato il Pilastro 23.
Anche qui, ormai onnipresenti, erano raffigurate le famose ‘borsette’. Da Gobekli Tepe, del 10.000 a.C., ai sumeri e iraniani del 3.000 a.C. agli assiri e agli olmechi del 900 a.C., nessuno riusciva a dimenticare il simbolo dell’antica sapienza che i Sette Saggi ci avevano donato.
E in America? Qui il fascino della borsetta-secchiello si estendeva anche a civiltà fiorite dopo Cristo. Come non notare gli Atlanti di Tula, giganteschi guerrieri in cima alla piramide (900-1100 d.C.).
O gli incredibili Murali di Tlalocan a Teotihuacan (500 d.C. circa), i più eplicativi di tutti, dove due Sapienti si accingono a innaffiare l’albero delle vita con l’immancabile borsetta nella mano sinistra, così come avevano fatto i Saggi sumerici, migliaia di anni prima e a migliaia di chilometri di distanza.
O il delizioso Caimano di Tairona, Colombia (datato tra il 200 d. C. e il 1600 d.C.) che questa volta tiene in mano un secchiello invece di una borsetta, sempre rigorosamente con la mano sinistra. Il secchiello qui sembrerebbe pieno.
Il museo di Bogotà, dove è conservato commenta:
Quella che gli utenti sul web scambiano per una borsetta da passeggio è la curvatura geometrica e decorata della base o del cesto rituale che l’animale antropomorfo sorregge, un simbolo di altissimo rango politico e spirituale usato dai capi indigeni durante i grandi raduni precolombiani’.
Se hai un altissimo rango politico e spirituale magari sei un ‘Saggio’.
La carrellata potrebbe essere ancor più vasta (perché le borsette compaiono anche in India e in Cina) ma terminiamo con una deliziosa statuetta d’oro, sempre proveniente da Tairona, Colombia, e conservata al Museo di Bogotà. Nella mano sinistra doveva avere la solita borsetta ma nella mano destra ostenta orgogliosa un cono, forse un frutto, la ‘pigna’ di sumera memoria.
Ecco che abbiamo visto come tutto il mondo, in tutte le epoche, condivida una storia, una storia segreta, una storia che si cerca goffamente di mascherare. Sì, perché molto di quello che vi è stato raccontato è falso o fuorviante, molti reperti sono stati fatti scomparire o sono resi difficile da vedere e le spiegazioni ufficiali sono per lo più patetiche .
Dobbiamo però ringraziare un grande collezionista svizzero, il dott. Marcel Ebnöther (1920–2008), che donò la sua collezione privata nel 1991 alla città di Sciaffusa, oggi conservata al Museum du Allerheiligen della città. Tra i pezzi più importanti vi è un bucket, un secchiello, risalente al Regno di Urartu, il regno armeno che fiorì dal 900 al 600 a.C., confinante con il regno assiro coevo, la cui capitale era sul lago Van, oggi in Turchia. Il reperto è datato 810 a.C. Gli ebrei storpiavano il nome di Urartu in Ararat, infatti il monte dove approdò Noè ha preso proprio questo nome.
Il secchiello di argento ha una fascia dorata dove si raffigurano i nostri Sapienti che accudiscono all’albero della vita. Eccola, ingrandita.
Come al solito tengono il secchiello con la mano sinistra, perché non sono mancini e, con la destra, stanno raccogliendo il frutto dell’Albero della Vita, quello che dona la vita eterna, un frutto che è conico, simile ad una pigna.
Ecco perché hanno il secchiello! Ma per riporvi il frutto che avevano colto!
Non impollinavano proprio niente, né benedicevano alcunché, ipotesi che già suonavano improbabili e sospette anche prima di vedere il secchiello svizzero.
I Sapienti mandati da Enki, non solo ci insegnarono l’agricoltura, le arti e la civiltà ma si assicuravano che che i Re antidiluviani fossero adeguatamente riforniti del frutto che dava l’immortalità. E infatti come ci dicono le tavolette sumeriche, essi vivevano decine di migliaia di anni. Ecco in cosa consisteva l’antica sapienza.
Era tutto scritto in bella vista sotto i nostri occhi ma era difficile da vedere, fuorviati come sempre da una attenta regia.
Ma, per una volta, il secchiello del dott. Ebnöther è sfuggito alla censura, forse per poco tempo ancora, sperduto com’è in un piccolo museo di un paesino svizzero, e la verità è apparsa subito evidente.
Sì, non era una borsetta, era un secchiello, e serviva a raccogliere il frutto dell’Albero della Vita (anche se usare una borsetta non farebbe poi molta differenza).
Ed ecco cosa rappresentava l’orologio: il tempo, che è stato finalmente domato.
La maggiore conoscenza che gli Apkallu apportavano alla razza umana era soprattutto questo l’eterna giovinezza di una vita (quasi) eterna.
Dopo il Diluvio gli Apkallu sono scomparsi e noi non possiamo più mangiare il frutto della Vita.
Ma, dopo aver letto questo articolo, almeno sappiamo cosa ci vogliono raccontare quelli che ci mostrano i simboli del secchiello, della pigna e dell’orologio, una storia segreta sì, ma una storia condivisa da tutta l’umanità.
