
Appena insediatosi nel gennaio 2025 Trump pose immediatamente mano al principale problema americano e mondiale, il rapporto con la Cina, anche se con lo stile piuttosto brusco che lo ha sempre caratterizzato.
Come si vedrà nel seguito, scelte apparentemente folli di Trump e del suo entourage hanno una logica sottile che magari non a tutti è immediatamente visibile ma che esiste e risulta altamente esplicativa.
I poteri che hanno portato Trump alla presidenza hanno perfettamente chiaro che gli Stati Uniti non sono più in grado di mantenere l’egemonia su scala mondiale, incalzati dalla crescita nuova superpotenza cinese, dal proprio declino industriale e soprattutto dall’entrata nel Grande Giubileo di biblica memoria (cioè la cinquantennale crisi del debito, il Grand Reset di Schwab, il più attuale Grande Debasement, o comunque lo si voglia chiamare – si veda qui).
Hanno tutti letto Destined of war di Graham Allison che già dal 2017 ci spiegava il funzionamento della Trappola di Tucidite: quando vi è una potenza in crisi che si confronta con una potenza emergente, la guerra è l’esito più probabile, nonostante le parti la vogliano evitare. Fu così al tempo di Tucidite con la rivalità tra Atene a Sparta che sfociò nelle Guerre del Peloponneso e fu così in ben 12 su 16 casi studiati da Allison negli ultimi 500 anni.
Trump e chi per lui stanno cioè cercando di evitare una guerra mondiale, anche se con metodi a volte imbarazzanti, e per farlo l’unica strada è un Accordo Quadro di grande portata con la Cina.
Su cosa si dovrebbe basare questo Grande Accordo? Inevitabilmente sulla reciproca accettazione di proprie aree di influenza.
Trump ha impostato le trattative in un perfetto stile wresling, come spiegato in un altro nostro articolo (qui), sparando minacce verbali ad alto volume. Lo stile può non essere apprezzato da tutti ma ognuno ha il suo retroterra culturale e bisogna tenerne conto. A primavera 2025 Trump varò una inaudita politica dei dazi contro tutto e contro tutti, ma soprattutto contro la Cina il cui messaggio era: ‘Attenzione, io sono grosso e non scherzo’.
Gli pseudo-alleati europei rincularono ma la Cina rispose da par suo: “gli Stati Uniti mettono dazi del 100%? Noi li mettiamo al 130% e soprattutto blocchiamo l’export delle terre rare”. La Cina cioè rispose: ‘Se tu sei grosso io sono ancora più grosso. Che si fa?’.
Non tutti sanno che le terre rare sono elementi essenziali per tutte le moderne tecnologie, smartphone, computer, Tv, auto elettriche, batterie, componentistica militare, etc. e che la Cina controlla il 60% della produzione mondiale e soprattutto il 90% della capacità di raffinazione. Il blocco delle esportazioni delle terre rare significava il blocco immediato dell’economia di tutto il mondo.
Panico.
In fretta e furia si imbastì una tregua a Ginevra, tra maggio e giugno 2025, in cui la Cina riapriva all’export della terre rare in cambio di una sostanziale e immediata riduzione dei dazi e in cui si costituì un comitato per studiare la questione.
Successivamente l’incontro di Busan tra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 ha dato origine a un accordo commerciale di pace seppure di durata limitata. L’accordo vale un anno, cioè scadrà il prossimo 30 ottobre, ma è rinnovabile. Nel frattempo Trump si è recato in Cina il 13 maggio 2026 e il prossimo 24 settembre, appunto, Xi si recherà negli Stati Uniti.
Sempre nel frattempo, il 20 febbraio 2026, la Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi trumpiani, che dovranno pure essere rimborsati, e ha posto fine al primo round che quindi si è concluso quindi in parità.
Alcuni potrebbero considerarla una figuraccia ma nel wresting non è così. La prima ripresa è solo una modalità di presentazione. Adesso tutti hanno capito che la partita si gioca tra USA e Cina e che gli altri attori sono comprimari.
L’incontro del 24 settembre tra Trump e Xi potrebbe concludere positivamente la querelle commerciale tra i due paesi, magari con una estensione dell’accordo in essere, magari ancora temporaneo, ma che disinnescherebbe una potenziale guerra economica. Nell’ottica della Trappola di Tucidite, si tratta di un successo e così sarà venduto.
Ma il Grande Accordo Quadro non può essere solo commerciale e presenta aspetti ben più delicati, sia territoriale che finanziari.
Esaminiamo per primi gli aspetti territoriali.
Trump ha subito chiarito che vi sono alcune linee rosse che la Cina non dovrà mai superare. In primis l’America del Nord e del Sud dovranno essere sotto stretto controllo degli Stati Uniti.
Da qui l’operazione Venezuela, la sostituzione di Maduro con la sua vice Delcy Rodriguez che ha assicurato la gestione del petrolio venezuelano agli Usa. L’operazione è iniziata il 3 gennaio 2026 e sta concludendosi con successo proprio in questi giorni.
Da qui la disperazione di Cuba che, prendiamone atto, non ha proprio nessuna speranza di mantenere la sua autonomia dagli USA.
Da qui le esternazioni sul controllo della Groenlandia, importante per il controllo delle rotte artiche e per le materie prime. Da qui la querelle con il Canada dei Rothschild (il Canada è a tutti gli effetti una nazione ‘europea’ ed è sotto il controllo dei poteri bancari del Vecchio continente. Addirittura l’attuale Primo Ministro, Mark Carney, è stato a capo della Bank of England dal 2012 al 2020. Oltre che ovviamente Re Carlo III è re e capo di stato del Canada).
Cina e Russia non sono andate oltre blande proteste formali sulla richiesta americana di controllare l’intero continente americano e quindi sembrerebbe che questa prima parre del Grande Accordo sia acquisita.
Si tratterà successivamente di trovare un accomodamento con i banchieri europei. Trump non ha fretta di risolvere la questione perché il potere dei Rothschild e dei loro sodali in Europa è in veloce deterioramento.
Macron, come giustamente ha fatto rilevare lo stesso Trump, scomparirà per sempre dalla scena politica con le elezioni francesi del prossimo aprile (Macron è stato addirittura socio della banca Rothschild forse lo è ancora).
Merz, proveniente da BlackRock, non è in una situazione migliore. In Inghilterra, Starmer, il cui unico titolo di merito era essere amico di Lynn Rothshild, è già saltato nel luglio di quest’anno, e il nostro Mario Draghi, dopo il clamoroso fallimento nel voler diventare presidente della Repubblica italiana, è ben difficile che rientri in gioco.
Insomma il modello di mettere dei loro impiegati a capo delle nazioni europee, dopo secoli in cui i banchieri avevano utilizzato politici di professione, compiacenti sì, ma comunque del mestiere, non si è rivelata una scelta felice.
Che fosse una mossa della disperazione si era comunque già intuito. Nel collasso delle dinastie bancarie europee ha avuto un ruolo rilevante anche la guerra con la Russia, portata avanti con stolta determinazione oltre ogni limite di decenza. È pur vero che la Russia è stata l’ossessione delle nostre dinastie bancarie fin dal ‘700, che ci hanno provato prima con Napoleone, poi con Lenin, poi con Hitler, ma pensare che adesso ce la possano fare la Von der Leyen e la Kaja Kallas è sintomo di un evidente degrado cognitivo. Il fatto poi che la sconfitta dei democratici americani abbia loro tolto il supporto statunitense in itinere ha solo aggravato la situazione.
Per Trump insomma si tratta solo di aspettare per esaminare il problema Europa perché il tempo gioca a suo favore. La crisi europea farà il paio con la prossima crisi dell’euro, l’unica moneta fiat senza una stato a supporto. Quando i giochi si faranno duri quale esercito difenderà l’euro?
Lasciando per attimo da parte la sfortunata Europa, il problema di un accordo territoriale tra l’emergente Cina e i declinanti Stati Uniti non è invece affatto risolto. Restano in predicato l’Africa, l’Oriente, e soprattutto il Medio Oriente.
L’Africa ha già posto fine alla influenza francese. Per inciso la mancanza delle risorse africane e la fine del Franc Afrique, è uno dei motivi principali delle gravissime difficoltà del paese d’oltralpe e della esplosione del suo debito (una per tutte, dove metteranno i francesi le scorie delle loro 57 centrali nucleari se non possono rifilarle agli africani?).
In Oriente la rivalità tra Giappone e Cina sarà il leit motiv del futuro. Non a caso Taiwan, che è stata giapponese fino alla fine della seconda guerra mondiale, costituisce il più problema più serio. Ma la stessa collocazione di Indonesia, Filippine, Indocina è tutta da definirsi.
Ma in sostanza si tratta di problemi che per quanto gravi non sono urgentissimi: la loro eventuale soluzione o cronicizzazione richiede del tempo.
Il nodo più urgente in un eventuale accordo Usa-Cina non è territoriale ma finanziario. È il ruolo del dollaro e dello yuan perché, come sempre, il driver principale del potere è la moneta e la sua creazione (si veda Maurizio Agostini, Moneta e Potere).
La cosa non sarebbe teoricamente impossibile come potrebbe sembrare a prima vista perché la Cina e gli Usa hanno visioni diverse sul ruolo delle loro monete nel nuovo ordine mondiale e in particolare, la Cina non ha intenzione di voler sostituire il ruolo del dollaro come valuta di riserva con il suo yuan. Le motivazioni sono complesse e di grande interesse ma esulano dal presente contesto e saranno trattate altrove. Per adesso basti prendere atto che non si tratterebbe di un lotta mortale tra le due valute, che porterebbe alla guerra nel 100% dei casi, ma che, almeno in teoria, un accomodamento si potrebbe trovare.
Infatti, nell’ottica di divisione delle reciproche aree di interesse anche in ambito monetario, sembra che Trump si sia recato in Cina già nell’ottobre 2025 con una bozza di proposta.
È però necessario un passo indietro per capirci. L’attuale sistema monetario mondiale è basato sulla creazione del dollaro come moneta fiat, senza alcun sottostante in oro e quindi ‘stampabile’ senza limitazioni, come fu deciso da Nixon il 15 agosto 1971, che aveva posto fine all’accordo di Bretton Woods vigente dal 1944. Kissinger, nel 1974, formalizzò quanto era stato deciso con un accordo quadro con i paesi Arabi che prevedeva che il petrolio sarebbe stato commercializzato solo in dollari, dandogli una domanda captive in grado, da sola, di sostenerne il valore. L’esercito degli Stati Uniti avrebbe pensato al resto. Chi provava a metteva in discussione il ruolo del dollaro, come Gheddafi e Sadam Hussein, veniva fatto fuori.
Il dollaro viene usato, dal 1971, nella grande maggioranza delle transazioni internazionali e costituisce la principale riserva di valore sia nel risparmio pubblico che privato del mondo. È stato ‘stampato’ quindi in quantità molto superiori a quelle che sarebbero state necessarie alla sola economia statunitense e il mondo è pieno di dollari anche al di fuori dagli States, i famosi petrodollari. Ciò ha dato agli Stati Uniti un ‘privilegio esorbitante’, quello di poter comperare ogni merce al mondo semplicemente stampando della carta di colore verde. Di contro il risultato è stato la deindustrializzazione degli Stati Uniti, perché è più semplice procurarsi gratis un bene che produrlo, che ha già raggiunto livelli drammatici.
L’impero americano non si basa sul dollaro, l’impero americano ‘è’ il dollaro. Se il mondo cominciasse a rifiutare il dollaro come moneta di scambio e di riserva l’impero collasserebbe immediatamente sotto il peso di una caterva di dollari fuori controllo non più in grado di comperare nulla e che nessuno saprebbe dove mettere.
Si comprende facilmente quindi che dividere le aree di influenza monetaria con la Cina senza provocare una catastrofe non è cosa semplice.
Se gli Stati Uniti non sono più in grado di sostenere il peso del mondo intero e devono re-industrializzarsi, per quanto possibile, se la loro finanza è messa in crisi dalla imminente grande remissione dei debiti cinquantennale, denominati in gran parte in dollari, bisogna accettare il fatto che non è possibile mantenere inalterato il ruolo mondiale del dollaro.
Il il dollaro dovrà ridursi alla sola area di influenza americana, cioè all’occidente allargato, con tutti i problemi di domanda e inflazionistici che ciò comporterà. E Trump, o chi per lui, lo sa benissimo.
In ogni caso se il dollaro è stato sovra-creato anche le altre monete fiat come l’euro e lo yuan hanno lo stesso problema. La sovra-stampa di tutte le monete ha comportato in questi anni una grande inflazione dei mercati borsistici, dove sono state relegate fino ad oggi, mentre i prezzi delle merci ne hanno risentito solo in parte. In Cina invece la sovra stampa dello yuan è finita soprattutto nel settore immobiliare.
Chiarito il quadro generale, la proposta di Trump alla Cina dell’ottobre del 2025 sembra che fosse la seguente: il petrolio dovrà ancora essere commercializzato solo in dollari ma in cambio siamo disposti a concedervi che il commercio delle terre rare sia invece denominato in yuan.
Xi prese però tempo, in perfetto stile cinese.
A prima vista la proposta sembrava decisamente modesta, il commercio mondiale di terre rare è di 10-11 miliardi di dollari l’anno, quello del petrolio di 1400 miliardi di dollari, ma è vero che la Cina non sembra avere interesse a fare della sua moneta il sostituto del dollaro e che le terre rare sono un bene strategico di cui la Cina ha il monopolio di fatto, che a quel punto sarebbe stato sancito da un accordo formale.
Dato che Xi temporeggiava un po’ troppo, il 28 febbraio 2026 Trump ha ceduto alle sirene israeliane, attaccando l’Iran, uccidendo Khamenei e decimando gran parte della sua dirigenza.
Se l’operazione fosse riuscita, il ruolo futuro del dollaro nel mercato petrolifero sarebbe stato mantenuto de facto, senza bisogno di un consenso cinese. Il tentativo di colpo di stato in Iran sarebbe quindi da inquadrarsi, principalmente, sul mantenimento del ruolo della moneta americana, come le defenestrazioni di Gheddafi e di Sadam Hussein.
Ma l’operazione non è riuscita. La leadership iraniana è rimasta in piedi e continua a vendere petrolio in yuan in particolare alla Cina e non solo.
Ad oggi, in vista del nuovo incontro con Xi del prossimo 24 settembre e della scadenza dell’accordo temporaneo di Busan a fine ottobre, sembra che la proposta trumpiana sia ancora sul tappeto ma di certo la sua attrattività ne risulta ridimensionata.
Il problema principale, secondo chi scrive, è che il tempo, in questo caso, non gioca a favore degli Stati Uniti. Per rimandare, o meglio tamponare, la crisi del debito le elite bancarie si sono dovute inventare prima il Covid poi la guerra in Ucraina, adesso quella iraniana. Per quanto tempo ancora riusciranno nel loro intento?
Purtroppo ancora per poco perché la bolla della AI sta per scoppiare.
Il gigante del settore, Open-AI, è ormai in una situazione drammatica e la probabilità di un suo fallimento già nel 2027 sono molto elevate. La società sta bruciando cassa per circa 1 mld. di dollari al mese e la società stessa non preve di avere flussi di cassa positivi prima del 2029-2030 quando il flusso di cassa negativo cumulato raggiungerà i 143 mld. di dollari. Chi la rifornirà di tutta questa cassa? Il sistema bancario non può farcela e l’unica speranza è una quotazione in borsa che abbia un sostegno entusiastico degli investitori, quotazione che è già stata rimandata. Se non avverrà nei primi mesi del 2027 il suo destino è segnato: fallimento.
Ciò potrebbe essere l’inizio del crollo della bolla della intelligenza artificiale. Il Grande Giubileo deve pur cominciare da qualche parte ma l’effetto dello scoppio della bolla dell’AI sarà sistemico e si propagherà velocemente a tutto il sistema economico.
Le crisi del debito, peggio se prolungate artificialmente come quella attuale, tendono infatti a presentarsi secondo schemi tipici della Teoria delle Catastrofi, descritta dal grande matematico Rene Thom, già negli anni sessanta. Il che significa, in pratica, avere un andamento simile a quello del 1929, in cui le Borse mondiali, sia azionarie che obbligazionarie, collasseranno in tempi brevissimi per poi riposizionarsi su livelli inferiori a quelli di lungo periodo, secondo una dinamica tipo Serie di Fourier.
In quelle condizioni parlare di accordo Usa-Cina sarebbe davvero molto difficile, forse un’utopia. I maligni insinuano che la Cina stia aspettando proprio questo evento drammatico per proporre un accordo da posizioni di forza anche se, ma in ogni caso, la crisi coinvolgerebbe anche la Cina, sia nelle borse che nel settore immobiliare, già fortemente esposto.
La crisi debitoria cancellerebbe in un attimo gran parte della moneta in eccesso emessa in questi ultimi cinquant’anni (si ricordi che il denaro fiat non è come l’energia, non si conserva) ma ad un prezzo esorbitante in termini di trasferimenti reali di ricchezza, di fallimenti e di inflazione dei prezzi al consumo, derivata dal denaro in uscita dagli investimenti finanziari.
Insomma in caso di esplosione della crisi prima del raggiungimento del Grande Accordo, lo spettro della guerra mondiale diventerebbe molto concreto.
Bisogna dare atto a Trump, e a chi per lui, di cercare di ridisegnare una nuovo sistema mondiale senza ricorrere a una guerra mondiale, cosa assai difficile perché considerata già di per sé poco probabile dagli studiosi alla Allison che si sono occupati del problema.
Il gioco della Cina invece sembrerebbe molto più pericoloso, considerato che c’è chi crede che una larga parte delle elite finanziarie, soprattutto europee, non solo consideri la guerra mondiale inevitabile ma anzi la stia attivamente perseguendo quale unica strada che possa salvare il loro dominio. Almeno su quella parte di umanità che rimarrà.
Ecco perché l’incontro tra Trump e Xi del 24 settembre prossimo, nel bene o nel male, sarà decisivo per il prossimo futuro del mondo.
