Politica internazionale e wrestling

Il wrestling è quello sport americano in cui dei giganti nerboruti se le danno di santa ragione su un ring, ma per finta.
Da grande appassionato di wrestling Trump interpreta la politica internazionale seguendo le regole e le prassi del suo sport preferito, incassando un primo, apparente, successo.
Chi non è americano e non segue il wrestling resta indubbiamente imbarazzato di fronte a certi atteggiamenti e dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti ma le regole da lui seguite non sono poi così difficili da interpretare.

Riassumendo:
– Venerdì 13 giugno Israele attacca a sorpresa siti nucleari e militari iraniani mentre sono in corso negoziati tra Iran e Stati Uniti proprio sul nucleare iraniano. Verso sera l’Iran risponde con un centinaio di missili balistici su Israele. Molti superano le difese israeliane e provoco morti e danni.
– Sabato 14 giugno Israele colpisce di nuovo e uccide un numero imprecisato di alti ufficiali iraniani, dando prova di una capacità di intelligence quasi incredibile. L’Iran reagisce di nuovo e, di fatto, distrugge il porto di Haifa, terminale petrolifero, commerciale e soprattutto militare che non è più operativo.
– Il 17 giugno Trump chiede agli abitanti di Teheran di abbandonare la città e chiede all’Iran la resa incondizionata.
– Il 19 giugno Israele distrugge il reattore ad acqua pesante di Arak. L’Iran danneggia la Borsa di Tel Aviv, l’ospedale di Be’er Sheva e il quartier generale dell’intelligence israeliana.
– Domenica 22 giugno Trump bombarda con 14 missili tre siti nucleari iraniani semi-deserti e ipotizza, in un post sui social, il cambio di regime in Iran. In risposta l’Iran attacca, avvertendo preventivamente, la base americana del Qatar con altrettanti 14 missili che vengono tutti abbattuti.

– Ma, udite, udite, alla mezzanotte tra lunedì e martedì, Trump annuncia che la guerra dei 12 giorni è finita e che dalle 6 del mattino entrerà in vigore il cessate il fuoco. Netanyahu dichiara che l’operazione ‘Leone Nascente’ ha raggiunto tutti gli obiettivi e molto di più e che accetta la proposta del presidente americano per un cessate il fuoco. I vertici iraniani confermano.
– Trump dichiara che si tratta di un grande giorno per l’America e di un grande giorno per il Medio Oriente: “Vorrei congratularmi con entrambi i paesi, Israele e Iran, per aver avuto la resistenza, il coraggio e l’intelligenza per porre fine alla guerra dei 12 giorni… è una guerra che avrebbe potuto durare anni e distruggere l’intero Medio Oriente, ma non l’ha fatto e non lo farà mai! Dio benedica Israele, Dio benedica l’Iran, Dio benedica il Medio Oriente, Dio benedica gli USA e Dio benedica il Mondo”.

Il mondo osserva sbigottito e incredulo. ‘Dio benedica l’Iran’? Ci si può credere?

Ma il mondo che resta sbigottito è quello che non conosce bene il wrestling.

Il wrestling (detto anche lotta americana) è, nella sua essenza, uno ‘spettacolo’, non una vera lotta, che gioca, in modo sottile, tra realtà e rappresentazione.
Credere, o far finta di credere, che quello che si sta guardando sia ‘vero’ fa parte del gioco, anzi è la natura stessa del gioco.
D’altra parte, preso atto, come diceva Kant, che il noumeno, cioè la realtà, è inconoscibile, cosa resta da fare, secondo Schopenhauer, se non rappresentarla? (si veda a tal proposito l’indispensabile A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione).
Sbaglierebbe chi pensasse quindi che il wrestling è solo una espressione deteriore di quegli ‘ignorantoni’ degli americani, perché la ‘rappresentazione’ è, in fondo, l’unica realtà per la maggior parte delle tribù umane e anche pre-umane.
Basti ricordare le pseudo-battaglie tra babbuini, molto raramente cruente, che si concretizzano, in nuce, in rappresentazioni visive e sonore, atte a sovrastare l’avversario tramite grida belluine, pugni sul petto, latrati spaventosi e magari, uso di armi simboliche (nel caso specifico pezzi di legno sbattuti per terra per fare ancora più casino), evitando così spargimenti di sangue,.
Il wrestling non è altro che l’ultimo, nobile, erede delle rappresentazioni babbuiniche ma è anche la più fedele traduzione pratica della filosofia noumenica.
Infatti, cos’è in fondo il mondo se non rappresentazione?

Ma, al di là di considerazioni filosofiche, veniamo a una breve illustrazione delle stringenti regole formali del wrestling.
La sua nascita non è recente, risale infatti al secolo XIX, durante le fiere itineranti, dove parallelamente agli incontri di boxe si proponevano incontri di lotta libera, con poche o nessuna regola.
Ben presto però i wrestler si resero conto che, se volevano sopravvivere, dovevano mettersi d’accordo in qualche modo. Una lotta vera, senza regole, tra giganti di quel calibro finiva inevitabilmente con la morte di uno dei due o addirittura di tutti e due. Cominciò quindi a diffondersi la cosiddetta kayfabe (pron. keifeib), termine intraducibile che significa però qualcosa del tipo ‘facciamo finta che sia tutto vero’.
Gli impresari si accorsero ben presto che un match predeterminato intrigava il pubblico molto di più che un incontro vero. Infatti in un match vero i lottatori tirano indietro, hanno paura di farsi del male e, alla fine, sono molto poco spettacolari. Se invece lo svolgimento dell’incontro è predeterminato possono indulgere a mosse molto più coinvolgenti.
Inoltre i lottatori, in questo modo, sopravvivevano abbastanza a lungo per diventare beniamini del pubblico e ciò rendeva possibile costruire delle vere e proprie storyline, con rivalità esacerbate fintamente e che sfociavano in match ancor più seguiti.

I wrestler interpretano cioè dei personaggi ben definiti, detti gimmick, che vanno da personaggi di cartoni animati e personalità inventate e fantasiose. A volte indossano addirittura maschere per simulare una identità segreta.
A seconda del gimmick che interpreta, il wrestler può essere:
1) Face (buono). È quello buono, amato dal pubblico e che vince l’incontro.
2) Heel (cattivo). Personaggio cattivo, odiato dal pubblico e che inevitabilmente perde.
3) Tweener. Si comporta da cattivo ma il pubblico lo ama. Può anche vincere.
4) X-pac Heat. Antipatico a tutti anche se fa il buono. Perde.

Le rivalità tra i vari wrestler si chiamano feud (faide) e possono durare anni coinvolgendo anche decine di wrestler, divisi tra amici e nemici, e sono portate avanti anche fuori dal ring.

La storytelling è sostanzialmente sempre la stessa: i face (i buoni), tipo Hulk Hogan e John Cena, portano la bandiera americana e alla fine battono gli heel (i cattivi), tipo Iron Sheik (lo sceicco iraniano) o Nikita Volkoff (il nemico russo).

I tifosi si dividono sempre in tre categorie:
1) i mark, che accettano quello che vedono come del tutto reale, solitamente i bambini.
2) gli smart, smaliziati, sanno che è tutto predeterminato ma apprezzano la prestazione atletica e lo spettacolo.
3) gli smark, un mix tra i due precedenti. Sanno che le cose sono predeterminate ma preferiscono far finta di crederci ciecamente. In genere tifano per i face e fischiano gli heel, come fossero dei veri mark, ma, in certe circostanze, possono anche fare il contrario, pur sapendo di perdere.

Nonostante l’esito degli incontri sia predeterminato e le mosse siano ristrette a quelle meno pericolose, gli infortuni sono molto frequenti e a volte possono essere gravi. Si tratta pur sempre di una lotta tra giganti. Il vero smark dice: ‘Tutto finto? Neanche per idea, sono grandi atleti, gli infortuni sono reali, il sangue è reale. Provate a salire sul ring’.
In fondo il wrestling non è una novità: i gladiatori dell’antica Roma adottavano tattiche simili, più o meno nascostamente, altrimenti sarebbero morti tutti prima di diventare ricchi e famosi e i loro impresari sarebbero finiti sul lastrico.

Le cose, per amore dello spettacolo, non sono però mai totalmente prevedibili. Di recente c’è stato un voltafaccia spettacolare: John Cena, il face per antonomasia, il bravo ragazzo, ha fatto un vero e proprio heel turn, cosa rara, cioè è passato dai buoni ai cattivi, forse perché ha ormai 48 anni e pensa di abbandonare il wrestling e darsi al cinema. O forse perché non è un sostenitore di Trump ed è meglio che diventi un cattivo. Il mitico Hulk Hogan, che anche lui passò dai buoni ai cattivi negli anni novanta, invece è ferocemente trumpiano e il suo discorso nella convention repubblicana di Milwaukee è stato il più trascinante di tutta la campagna elettorale del 2024. Insomma un po’ di ‘ammuina’ aiuta sempre.

Non tutti sanno che Trump è sempre stato un grande estimatore del wrestling, come è facile intuire, anche come imprenditore. Ha organizzato in passato, al Trump Plaza di Atlantic City, le finali di WrestleMania diverse volte e addirittura a messo in scena una serie di litigi con Vince McMahon, il padrone della maggiore federazione di wrestling, culminati in uno spettacolare taglio di capelli del rivale sul ring nel 2007 a causa di un incontro perduto. La scena in cui Trump taglia i capelli a zero a un McMahon arrabbiatissimo è quella che forse rende meglio il concetto del wrestling: ti devi sottomettere, ma stai tranquillo che ti tocca la metà dell’incasso.

Naturalmente l’incontro era predeterminato (anche se una parte del pubblico non lo sapeva) ma lo scontro apparente tra i due è durato anche dopo, anche se, in fondo, McMahon è stato uno dei maggiori sostenitori di Trump alle elezioni del 2024.

Vero o falso? È la kayfabe, ragazzo.

Applicare la raffinata rappresentazione gladiatoria alla politica internazionale, cosa che ha solleticato Trump in modo subliminale, ha invero comportato una serie di problemi, essenzialmente perché il resto del mondo non può capirla immediatamente.

Infatti, Israele e Iran si erano imbarcati in una guerra vera, per motivi non ben chiari (sono trenta anni che Netanyahu sostiene che l’Iran è a poche settimane dal farsi la bomba atomica!) ma che dava avvisaglie molto pericolose. Non si era trattato solo delle grida belluine delle guerre tra babbuini ma ci si era scambiati missili veri.
Israele aveva confermato la sua assoluta superiorità aerea e di intelligence, riuscendo addirittura a uccidere molti generali iraniani, ma l’Iran aveva provato, per la seconda volta, che l’Iron Dome, la protezione antimissile israeliana, era un vero colabrodo e che poteva colpire istallazioni civile e militari a piacimento.

E adesso?

Una o più atomiche su Teheran e sulle altre città iraniane avrebbe comportato la distruzione dei entrambi paesi. Non sono necessarie infatti bombe nucleari per distruggere Israele, bastano poche termobariche (di cui l’Iran dispone) e Tel Aviv e l’intero Israele sarebbero diventati solo un ricordo.

Ecco quindi correre in soccorso The Donald, The Big Wrestler.
Minacce a iosa, pugni a calci prima del match, e ricordati, caro Iron Scheik iraniano, che io sono il face e tu sei l’heel e devi perdere, non scherziamo. Ma non dimenticare che ti spetta metà dell’incasso.

Pare che inizialmente la millenaria cultura iraniana sia stata spiazzata da questi comportamenti inusuali e che non sapesse proprio cosa fossero i face e gli heel, ma che una affannosa ricerca su internet e il provvidenziale aiuto del Mossad che gli ha spiegato, in una sola notte, la cultura del loro estemporaneo alleato, abbiamo spianato la strada a una maggiore comprensione tra le parti.

E, soprattutto, il bliz trumpiano, basato sul wrestling, è sembrato offrire una via d’uscita da una situazione assai complicata. Una finto attacco là, una finta risposta qua, noi abbiamo vinto e tu hai perso. Match finito. Ma ricordati che hai la metà dell’incasso, anche se hai perso. D’accordo?

Funzionerà? È tutto vero o è tutto falso?
Mah, chi lo sa?
È la kayfabe, ragazzo.

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