Che giorno è oggi? Il grande Gregorio, papa bolognese

Che giorno è oggi?
Questa domanda è spesso fatta dai medici geriatrici per verificare lo stato di avanzamento del degrado cognitivo dei loro pazienti. I geriatri ignorano però che questa è una domanda a cui è difficilissimo rispondere, anche se per noi adesso sembra esistere una risposta ovvia.

Partiamo dall’inizio. Come si fa a sapere che giorno è oggi? La cosa più concreta da farsi è comperare un quotidiano e leggere cosa c’è scritto in alto in prima pagina (ci si perdoni se evitiamo i cellulari che in questo caso non servono).
Succede una cosa quasi incredibile: in tutti i paesi del mondo (con un’unica eccezione) c’è sempre scritto la stessa cosa: oggi, il giorno in cui scriviamo l’articolo, è lunedì 8 settembre 2025!

Oggi è oggi in qualunque paese del mondo. Anche in Cina o in Giappone o nei paesi musulmani, dove il Cristianesimo non hai mai avuto una grande fortuna, gli anni vengono misurati dalla nascita di Cristo, il giorno fa parte di una settimana ed è caratterizzato da un numero che rappresenta il giorno del mese in corso.
L’unica eccezione è costituita dall’Etiopia-Eritrea dove oggi è invece ‘Segnò 2 Yekatit 2018’. Segnò significa ‘secondo’, cioè è sempre lunedì se la settimana si fa partire da domenica, mentre Yekatit non si può tradurre perché in Etiopia hanno 13 mesi invece che 12. Comunque è il sesto mese dell’anno, il secondo giorno. E il 2018? È perché i copti pensato che Gesù sia nato sette anni dopo rispetto a quello che crediamo noi.

Per il resto del mondo è sempre lunedì 8 settembre 2025, fatto salvo naturalmente il fuso orario.
Il giorno, ovunque, è fatto di 24 ore ma, a causa della rotazione della Terra, l’ora è diversa. Infatti nell’Oceano Pacifico esiste una linea di cambio di data. A Est di tale linea (tipo alle Hawai) adesso (ora italiana 12,30) è lunedì ma a Kiribati è già martedì, anche se la differenza nell’ora solare tra i due paesi è solo un’ora. Tra un’ora sarà martedì anche in Nuova Zelanda.
A prescindere dall’ora, come è potuto succedere che in tutto il mondo (o quasi) oggi sia lo stesso giorno?

Il merito va ascritto all’uomo raffigurato in foto, un papa, Gregorio XIII (1501-1582), 226° papa della Chiesa cattolica. La sua statua domina Piazza Maggiore a Bologna, dall’alto del palazzo comunale, perché Gregorio fu il più grande dei tre papi bolognesi.
Non ci si lasci fuorviare dal fatto che sopra la statua ci sia scritto che rappresenta San Petronio, il santo protettore della città. Non è vero ma a Bologna niente è mai come appare.
È scritto così perché quando arrivarono in città le truppe di Napoleone nel 1796, Bologna faceva parte dello Stato pontificio e una statua di bronzo di un Papa nella piazza principale sarebbe stata inevitabilmente fusa per farne cannoni. I bolognesi le tolsero le insegne papali, vi scrissero sopra che rappresentava il protettore della città, San Petronio, e implorarono il generale francese di risparmiarla. I francesi ci cascarono e con questo piccolo trucco i bolognesi riuscirono a salvare il ritratto di uno dei più grandi Papi di tutti i tempi.

La statua infatti è incredibilmente realistica perché fu prodotta nel 1580, con Gregorio in vita è in salute, da una collaborazione tra lo scultore Alessandro Menganti e il Gianbologna. Menganti da Carpi produsse il modello in terracotta e ‘catturò’ i tratti del Papa mentre il Gianbologna, autore della prospiciente statua del Nettuno, la fuse con la sua nota maestria.
Ecco quindi il vero volto di colui che ha fatto sì che ‘oggi’ sia ‘oggi’ in tutto il mondo. Un Papa, sì proprio un Papa, bolognese, è riuscito a far accettare a tutti i paesi del mondo il calendario cattolico.

Nel 1582 infatti Gregorio riformò il calendario. Con la bolla Inter gravissimas del 24 febbraio 1582 creò il famoso calendario gregoriano, che da allora, poco alla volta, si è diffuso in tutto il mondo.

Non si trattò di un successo immediato. Nel 1582 il nuovo calendario entrò subito in vigore dai paesi cattolici, cioè in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, etc. ma fu immediatamente respinto da quelli ortodossi e protestanti. In Prussia esso fu accolto nel 1610 ma nel resto della Germania protestante si dovette attendere il 1700, come in Danimarca. L’Inghilterra si decise solo nel 1752. I paesi ortodossi si uniformarono ancora successivamente: la Bulgaria nel 1917, la Romania 1919, la Grecia addirittura nel 1923 e la Russia nel 1918 (ironia della Storia si dovette attendere la rivoluzione comunista atea perché si adottasse a Mosca il calendario cattolico!).
In Giappone divenne ufficiale nel 1873, in Cina nel 1912. In Cina esisteva un calendario ciclico di 60 anni combinato con anni imperiali che si ri-azzeravano a ogni cambio di imperatore. In molte culture antiche, come nella cultura Maya, il tempo era concepito come ciclico e non lineare come è stato invece nella cultura ebraico-cristiana (chi voglia saperne di più può leggere Maurizio Agostini, L’assassinio della Storia).
I paesi arabi, che pure avevano un calendario piuttosto raffinato basato sulla Egira, il giorno della fuga di Maometto dalla Mecca nel 622 d.C. e che era composto da 12 mesi lunari (33 anni maomettani equivalgono a 32 dei nostri) e che mantengono ancora per scopi religiosi, si cominciarono ad adeguare a partire dall’ottocento, con la colonizzazione europea, l’Algeria a partire dal 1830, la Tunisia dal 1881, il Marocco dal 1912. L’Egitto lo adottò nel 1875 e la Libia italiana dal 1911. La Turchia lo scelse nel 1924. L’Arabia saudita lo ha adottato ufficialmente solo nel 2023 per tutte le procedure ufficiali anche se la diffusione pratica era ormai consolidata.
Anche in Iran e Afganistan usano il calendario gregoriano ma lo affiancano nei titoli dei loro quotidiani con la data espressa nel calendario solare Hijri, simile a quello saudita. Anche il Nepal affianca all’uso del gregoriano quello di un calendario lunisolare locale. La Corea del Nord usava un calendario locale che partiva dalla nascita del padre della patria Kim II-sung nel 1912 ma nel 2024 Kim Jong-un lo ha definitivamente abbandonato per adottare quello gregoriano.

Prima di Gregorio era in uso in Europa il calendario giuliano, da Giulio Cesare che lo creò nel 46 a.C., che però nel frattempo aveva accumulato un grave ritardo rispetto alla realtà astrononica perché solstizi ed equinozi arretravano al ritmo di 12 minuti all’anno. Il solstizio d’inverno arretrò fino al 13 dicembre, Santa Lucia. In effetti Santa Lucia è ‘il giorno più corto che ci sia’ nel detto popolare proprio perché la tradizione risale a prima della riforma gregoriana. Così però non era più il Natale a riportare la luce. Per non parlare della Pasqua che rischiava di finire in estate. Bisognava fare qualcosa.

Già nel 1300 qualche Papa cominciò a interessarsi della cosa e a far elaborare progetti di riforma anche se fu nei primi decenni del 1500 con Leone X che la cosa cominciò a sembrare improrogabile. In ogni caso mettere d’accordo tutti non era evidentemente facile perché la cosa riuscì solo a Gregorio XII che nominò una commissione presieduta dal cardinale Sirleto, di cui faceva parte il gesuita Cristoforo Clavio, che scelse il progetto di un certo Luigi Lilio (o Giglio per altri), calabrese, per la sua linearità e semplicità.
Per ridurre l’eccedenza dei 12 minuti bisognava togliere alcuni anni bisestili. Lilio propose di togliere gli anni secolari non divisibili per 400, cioè ad esempio il 1700, il 1800, il 1900, etc.
Gli altri, cioè il 1600, il 2000, il 2400, il 2800 restavano bisestili. Questo semplice intervento era sufficiente per ridurre l’eccedenza a 24 secondi all’anno e per rendere perfetto il calendario per i successivi 3500 anni.
Naturalmente poi bisognava correggere l’eccedenza accumulata. Si cancellarono quindi 10 giorni (dal 5 al 14 ottobre 1582) e si passò, nei principali paesi cristiani, direttamente dal 4 al 15 ottobre.

Se qualcuno vi dice che un certo avvenimento è accaduto il 10 ottobre 1582 non credeteci perché questo giorno non è mai esistito nei paesi cattolici.
Ma attenzione, se chi ve lo dice è inglese credeteci pure perché in Inghilterra è una data come un’altra. Quando l’Inghilterra adottò il calendario gregoriano nel 1752 abolì i giorni dal 3 al 13 settembre di quell’anno. Tra il 1582 e il 1752 l’Inghilterra era avanti rispetto alla Francia o all’Italia di una decina di giorni.
Era davvero difficile sapere che giorno fosse in quegli anni!

Gregorio XIII compì, consciamente o meno, la prima grande ‘globalizzazione’: dotare il mondo di una data universale.

Era davvero una persona eccezionale sotto molti aspetti. Nato Ugo Boncompagni da famiglia benestante si laureò in giurisprudenza alla facoltà di Bologna nel 1530 e divenne professore di diritto di allievi famosissimi come Alessandro Farnese e San Carlo Borromeo. Era quindi a tutti gli effetti un insigne professore di legge esperto in diritto canonico. Ma alle soglie dei quarant’anni, nel 1539, fu chiamato a Roma perché il papato aveva bisogno di lui. Divenne subito primo giudice della capitale e successivamente l’esperto di diritto canonico all’interno del Concilio di Trento (1545-1563). Il prezzo da pagare fu lieve: dovette diventare sacerdote (nel 1542).
Non tutti sanno però che, durante le sessioni del Concilio di Trento che si tennero a Bologna dal 1547-48, successe un fatto imbarazzante. Ugo ricevette dal padre una grande eredità perché il fratello maggiore era morto senza eredi. Si trattava di un problema molto serio. Ugo, il secondogenito, era stato avviato alla carriera ecclesiastica (e che carriera!) mentre il fratello maggiore avrebbe dovuto occuparsi dei beni di famiglia. Ma che sarebbe successo ora che suo fratello era morto al patrimonio familiare?

Ugo prese una decisione epocale: decise di avere un figlio dalla sua amante tale Maddalena Fulchini da Carpi, una donna di origini modeste, senza sposarla e senza rinunciare al sacerdozio. Il figlio, chiamato Giacomo, nacque a Bologna proprio durante le sessioni del Concilio di Trento nel 1548 e fu immediatamente legittimato diventando erede universale.
Forse a un altro la cosa avrebbe potuto costare la carriera ma le sue eccezionali capacità lo rendevano indispensabile.

L’audace operazione riuscì perfettamente. Giacomo non deluse le aspettative del padre e la famiglia fu salva, anzi prosperò ulteriormente. Divenuto Papa, Ugo nominò il figlio Capitano Generale delle truppe pontificie e Giacomo divenne una figura di primo piano nella corte papale. Accumulò principati, marchesati e contee, sposò una figlia illegittima di un principe Farnese dalla quale ebbe ben sette figli. Il primogenito, Ugo in onore del nonno, nella piena tradizione continuò la linea famigliare, la primogenita Maria Maddalena, in onore della nonna, sposò addirittura Ranuccio I Farnese duca di Parma, gli altri figli maschi furono avviati alla carriera ecclesiastica o militare mentre le femmine Camilla e Orazia sposarono rispettivamente il duca di Bracciano e il Principe di Piombino. Insomma meglio di così non poteva andare. A tutt’oggi il loro sangue familiare è presente in numerosi rami nobiliari italiani, come i Boncompagni-Ludovisi.

Nel centro di Bologna, in via del Monte, a pochi passi dalla statua di Gregorio, il palazzo Boncompagni, costruito dal padre di Ugo nel 1537 (non è però più di proprietà familiare), ospita mostre di arte moderna di pregevole e rara qualità.

Durante il Concilio (che durò quasi vent’anni) Ugo girò l’Europa, diventando legato pontificio in Francia, in Belgio e poi in Spagna, dove divenne amico del Re Filippo II. Al termine del Concilio di Trento divenne cardinale e infine segretario di papa Pio V. Alla morte di Pio V nel 1572 fu eletto Papa da uno dei conclavi più brevi della storia: solo due giorni.

Nei suoi tredici anni di pontificato fu lui che portò al successo la Riforma cattolica in tutta Europa contando in particolare sulla collaborazione dei Gesuiti, che teneva in grande considerazione e che furono protagonisti anche nel processo di riforma del calendario. La Polonia tornò ad essere totalmente cattolica e in Germania e nei Paesi Bassi si arrestò l’espansione protestante. In Francia dopo la notte di San Bartolomeo e il massacro degli ugonotti, proclamò un giubileo speciale per assolvere tutti i responsabili. Poi commissionò degli affreschi al Vasari per celebrare l’evento e fece coniare pure una medaglia celebrativa.

Da buon professore universitario fece costruire la nuova grande sede del Collegio Romano, l’istituzione dei Gesuiti fondata nel 1551 da Ignazio di Loyola per la formazione del personale ecclesiastico, su cui spicca ancora oggi il drago senza ali, stemma dei Boncompagni, e che oggi è sede del Ministero della Cultura. Gregorio riservò proprio ai gesuiti l’evangelizzazione della Cina e del Giappone.
Da buon giurista, nel 1582 fece pubblicare il Corpus Iuris Canonici, raccolta di leggi e decreti che regola la vita della Chiesa e l’anno dopo il Martyrologiun Romanum, l’elenco unificato dei santi relativo al nuovo calendario.
Ultimo ma non ultimo iniziò la costruzione del Palazzo del Quirinale nel 1580 (dove però non fece in tempo a trasferirsi) e della chiesa del Gesù, chiesa madre dei gesuiti.
È sepolto nella basilica di San Pietro nella tomba in figura.

Ma come è stato possibile che intere civiltà dove il cristianesimo è considerato addirittura un nemico si siano assoggettate a usare un calendario non solo cristiano ma addirittura cattolico?

Sebbene la risposta non sia certo facile né univoca (qualcuno potrebbe addirittura invocare la Divina Provvidenza vista la straordinarietà del fatto) crediamo possano essere di aiuto alcune considerazioni storico-astronomiche.

In occidente prima della formazione dell’impero romano nessuno avrebbe saputo rispondere alla domanda che i geriatri considerano così facile al giorno d’oggi (con la possibile eccezione dei Maya che tratteremo un’altra volta).
Per saperlo fare infatti bisogna specificare varie cose: in primis in che anno siamo, poi in che giorno dell’anno siamo, che noi indichiamo, invero in modo assai bizzarro, con un numero associato a un mese.
I più pignoli specificano anche il giorno della settimana ma ciò non è matematicamente necessario. La settimana nasce da una consuetudine religiosa di ascendenza ebraico-babilonese che imponeva che un giorno alla settimana, ad es. il sabato, non si doveva lavorare. Inserire un altro numero non sembrava opportuno e quindi si scelsero dei nomi da dare ai giorni. Tratteremo questo fatto marginalmente in quanto, pur utilissimo per le attività quotidiane, rimane inessenziale per la misura del tempo per cui necessitano solo due numeri: l’anno e il giorno all’interno dell’anno.

Anno e giorno sono concetti che derivano direttamente dall’astronomia e che quindi necessitano di un certo livello culturale per essere precisati. In quelli che oggi per noi sono il 20 marzo e il 22 settembre la durata del giorno è esattamente uguale a quella della notte, in quello che per noi è il 21 giugno la luce diurna raggiunge il suo massimo e in quello che per noi è il 21 dicembre è invece la notte ad avere la massima durata. Questo nel nostro emisfero perché nell’emisfero australe è esattamente il contrario. Si tratta dei famosi equinozi e solstizi.

Fino a qui creare un calendario non sembrerebbe poi così complicato: basta fissare un anno base, che so, la nascita della repubblica francese, ad esempio il 22 settembre 1792, solstizio di autunno, dividere l’anno in dodici mesi di 30 giorni ciascuno (ciò dipende da una antica consuetudine babilonese), chiamarli Fructidor, per circa il nostro settembre, Vendemiaire, per circa il nostro ottobre, Brumaire (Brumaio per novembre si usa ancora oggi in ambito aulico), Frimaire per circa dicembre, poi per l’inverno i meno fantasiosi Nivose, Pluviose e Ventose e così via. Ecco fatto.

Ma ecco che qui comincia a sorgere un primo problema: 12 per 30 fa 360 mentre l’anno è di 365 giorni e un po’. Restano quindi fuori 5 giorni che non fanno parte di nessun mese. Poco male, pensarono i rivoluzionari francesi, li aggiungiamo e diamo loro il nome di sans-culotides.
Purtroppo le cose non andavano ancora bene perché l’anno non è proprio uguale a 365 giorni. Già Giulio Cesare si era accorto che era un po’ più lungo, circa 6 ore in più.
Anche qui, pensarono Robespierre e i suoi sodali, poco male. Basta aggiungere ogni quattro anni un giorno in più, il ‘Giorno della Rivoluzione’, una specie di anno bisestile.
Purtroppo non sarebbe andato ancora bene perché l’anno non è proprio 365 e sei ore ma un po’ meno (365 giorni, 5 ore, 48 minuti e più o meno 45 secondi).
Se fosse in vigore oggi il calendario repubblicano non sarebbe più preciso perché avrebbe accumulato un giorno di differenza rispetto alla realtà astronomica.
La grande festa del primo giorno dell’anno secondo il calendario della rivoluzione, il giorno dell’equinozio di autunno, non sarebbe più il giorno dell’equinozio ma il giorno dopo. Davvero una figuraccia.
Il calendario della Repubblica Francese rimase in vigore dal 26 novembre 1793 al 31 dicembre 1805 quando Napoleone capì che la Republique si era cacciata in un ginepraio senza uscita e lo abolì, ritornando al calendario gregoriano.

Fu un vero peccato perché avremmo potuto rispondere alla domanda dei geriatri che oggi, lunedì 8 settembre 2025 secondo il calendario gregoriano, è Duodì 22 Fruttidoro dell’anno 233, Noisette.
Duodì sarebbe una specie di martedì e Noisette sta per nocciola perché ogni giorno aveva un nome tematico dedicato alla natura. Sarebbe stata proprio una risposta eco-sostenibile che sarebbe piaciuta molto a Greta Thumberg, vezzosamente frou frou .

Questo ironico resoconto serve però a illustrare il principale problema dei calendari, la precisione.
Problema che nasce perché l’anno e i giorni dell’anno non sono congruenti, cioè l’anno non corrisponde a un numero di giorni preciso ma a una frazione, pure leggermente variabile.
E proprio questo fatto che dà al calendario cattolico un grande vantaggio: è il più preciso di tutti perchè accumulerà un ritardo di un giorno solo fra 3500 anni.

Abbiamo visto che prima del calendario gregoriano era in uso in Europa il calendario giuliano, adottato nel 46 a.C. da Giulio Cesare. Anteriormente a quella data i romani usavano indicare gli anni con i nomi dei consoli invece che con dei numeri ma è facile capire che così si faceva una bella confusione. I Greci tenevano memoria delle Olimpiadi e in Egitto vi erano liste di faraoni più o meno fantasiose ma per capire il rapporto degli antichi con il tempo è bene ricordare le prime frasi con cui Tucidite, il primo storico occidentale, apre la sua ‘Guerra del Peloponneso’:
‘Sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti è impossibile raccogliere notizie sicure e chiare per la troppa distanza nel tempo. Ma sulla base dei documenti e di una indagine approfondita, ritengo che non si siano verificati avvenimenti di rilievo, né sotto il motivo militare, né per altri aspetti’. Cioè la Storia cominciava con le Guerre del Peloponneso. Prima non era successo niente (per saperne di più su come nacque la Storia si veda Maurizio Agostini, L’assassinio della Storia).

In questo contesto stabilire in che anno fosse accaduto un certo avvenimento era un vera impresa ma la cosa non sembrava poi così rilevante.
Solo intorno al primo secolo avanti Cristo si cominciò a desiderare di collocare gli avvenimenti nel tempo. Padre fondatore di questa esigenza fu senza dubbio Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), il più dotto dei Romani. Fu proprio Varrone a stabilire, dopo approfonditi studi, che Roma fu fondata il 21 aprile del 753 a.C.
Dato che Cristo doveva ancora nascere Varrone non si espresse così ovviamente ma indicò l’anno della sesta Olimpiade più 2. Non vi era una pretesa di precisione storica ma il senso del calcolo era il tentativo di fissare l’inizio della Storia. Da quel momento si poterono finalmente definire gli anni ab urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma.
Per il giorno e il mese fino al 46 a.C. (cioè fino all’anno 707 ab urbe condita) i Romani usavano mesi lunari da 28 giorni per cui avanzavano 22 o 23 giorni tutti gli anni che non si sapeva dove mettere ma Varrone poté già beneficiare della riforma di Cesare, che creò un calendario di 12 mesi di 30 e 31 giorni (con Februarius di 28 o 29) che si è tramandato fino ad oggi.
Non vi erano le settimane e i giorni si indicavano dividendo il mese in tre parti, le Calende (sempre il primo del mese), le None e le Idi che cadevano rispettivamente il 5 o il 7 e il 13 e il 15 a seconda dei mesi. Gli altri giorni si indicavano in base alla distanza da queste scadenze a ritroso, cioè ad esempio il 5 marzo era III Nonas Martii, cioè 3 giorni prima delle None di marzo. L’equinozio di primavera era il 25 marzo. L’anno giuliano iniziava il primo gennaio mentre precedentemente iniziava il 1 marzo. Il fatto che prima di Cesare l’anno cominciasse a marzo provoca una lieve incertezza sulle date precedenti il 46 a.C (in realtà anche dopo perché molti amano fissare l’inizio dell’anno dove gli pare). Si può anche trovare infatti che Roma fu fondata nel 754 a.C. invece che nel 753 a.C. in dipendenza da dove si fa iniziare l’anno.

L’anno del calendario giuliano era di 365 giorni e 6 ore. Le sei ore davano origine ogni 4 anni ad un anno bisestile che durava 366 giorni perché si aggiungeva un giorno a febbraio.
Ecco che quindi solo dall’epoca di Cesare in poi si può finalmente rispondere alla domanda ‘che giorno è oggi?’, prima no, davvero non si poteva.

Nella pratica l’uso della locuzione ‘ab urbe condita’ rimase confinato nell’ambito colto e si preferì fare riferimento all’anno di incoronazione di un imperatore più importante di altri, un po’ come fece il Duce con l’era fascista, ma la cosa non aveva molta importanza perché il calendario restava lo stesso.

Come si è visto però l’anno non è proprio di 365 giorni e 6 ore ma un po’ meno, circa 12 minuti in meno. Sosigene di Alessandria, il grande astronomo che elaborò il calendario per Cesare non poteva saperlo e aveva fatto davvero il massimo per l’epoca.
La lunghezza dell’anno un po’ maggiore della realtà provoca un arretramento dei solstizi e degli equinozi tant’è che già al Concilio di Nicea nel 325 d.C. ci si accorse che l’equinozio di primavera era arretrato al 21 marzo e il solstizio di inverno al 21 dicembre e non era più il 25, dove doveva essere perché era da lì che il giorno doveva cominciare ad allungarsi. Il Natale cadeva quindi già un po’ dopo il solstizio. Costantino decise però che non era il caso di fare nulla e lasciò le cose come stavano.

Nel 525 d.C. il monaco Dionigi il Piccolo inventò l’Anno Domini, cioè il numero di anni dalla nascita di Cristo per sostituire il riferimento alla fondazione di Roma e quello più comune (che prendeva a riferimento l’ascesa al trono di Diocleziano) e che risultava utile per il calcolo della Pasqua. Cercò, con le fonti in suo possesso, di trovare la data più probabile, anche se probabilmente si sbagliò di qualche anno, e la fissò come Anno 1.

All’epoca non si conosceva il concetto di ‘zero’, introdotto in occidente da Fibonacci nel 1200, e quindi Gesù non è nato nell’anno zero, come molti pensano ingenuamente, perché l’anno zero non è mai esistito. Tra l’anno 1 a.C. e l’anno 1 d.C. non vi sono due anni, come nella matematica moderna, ma uno solo.

L’uso della datazione avanti Cristo e dopo Cristo si diffuse lentamente durante l’alto medioevo ed ebbe un certo impulso con Carlo Magno. Sebbene fissare l’anno in modi diversi non sia in fondo molto importante, perché il resto del calendario rimane lo stesso, stessi mesi, stessi anni bisestili, etc., la consuetudine di usare sempre l’anno di nascita del Signore divenne totalitaria in Occidente proprio dopo Gregorio XIII, il papa bolognese che creò la data universale.

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