Sabato 28 febbraio 2026 Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran e ucciso la Guida Suprema sciita Alì Khamenei.
Trump, che aveva vinto le elezioni sulla base dello slogan America First, per evitare di fare guerre in tutto il mondo a difesa di interessi altrui, nel giro di poche settimane ha rinnegato tutte le sue promesse elettorali e ha invischiato gli Stati Uniti nella guerra più pericolosa degli ultimi decenni.
Bisogna dargli atto di aver cercato in tutti i modi di evitare questa conclusione, ma dato che ci siamo da tempo stufati di perdere del tempo a spiegare l’ovvio, è palese che Trump e la sua famiglia sono sotto un ricatto pesantissimo da parte del Mossad e di Natanyahu a causa degli Epstein files e forse non solo.
La sua speranza di chiudere in fretta l’operazione, come successe lo scorso anno nella finta guerra dei 12 giorni, è subito tramontata perché l’Iran ha rifiutato sdegnosamente la proposta fattagli veicolare da alcuni paesi arabi e, si dice, anche dall’Italia di Crosetto. Il suo nervosismo è palese ma il suo suicidio politico è ormai un dato acquisito.
La sudditanza alla lobby sionista è ormai evidente anche ai sassi. Trump è oggi solo un burattino e se volete sapere cosa succederà dovrete chiederlo a Kushner e Netanyahu, non certo a lui che non conta più nulla.
Il tracollo della popolarità di Trump è stato devastante. In soli tre mesi la sua base elettorale si è squagliata come neve al sole e il Presidente ha fatto la figura di un Grillo qualunque che, giunto al potere, fa il contrario di quanto sostenuto in campagna elettorale. Italia semper docet. Certe credibilità non si recuperano più.
Il giornalista Roberto Mazzoni ce ne diede notizia nelle sue clips ormai tre mesi fa. Quando ascoltammo questa sua intervista (https://www.youtube.com/watch?v=qpv6LaVrx1g) ci preoccupammo non poco ma, col senno di poi, ci saremmo dovuti preoccupare ben di più. A noi certe conclusioni sembrarono allora azzardate o quantomeno premature, ma erano vere. Mazzoni era più vicino al luogo del delitto e sapeva, prima, quello che a noi sarebbe stato manifesto solo dopo.
Ci eravamo infatti illusi che Trump potesse essere il katekon che tutti aspettavamo per arginare lo strapotere della mafia finanziaria. Il suo eroico comportamento dopo l’attentato di cui era stato vittima ci aveva vieppiù confortato. Ma le sue azioni di questi giorni, inginocchiato senza pudori davanti alla lobby sionista, ha superato ogni limite di decenza. Alla disperata ricerca di una narrazione plausibile degli avvenimenti, è arrivato a sostenere che il responsabile degli attentati contro di lui era stato Khamenei. È stato il suggello di un fine politica e umana ingloriosa.
Adesso la guerra Iran-Impero Sionista è in atto e Trump non è più un soggetto decisionale. È ormai condannato a ubbidire agli ordini senza discutere se non vuole rischiare l’eliminazione fisica immediata, fatalmente e facilmente attribuibile al morto Khamenei.
Qual è quindi l’obiettivo del duo Netanyahu-Koshner, genero di Trump ma Presidente di fatto degli Stati Uniti?
Lo diciamo da tempo: è la guerra mondiale, per far pagare ai popoli i costi del Grande Reset finanziario, che su questo sito amiamo chiamare Grande Giubileo. Lo hanno sempre detto, chiaramente auspicato, non avrai nulla e sarai felice. Smettiamola una buona volta, anche qui, di perdere tempo a voler spiegare l’ovvio.
Le forze che l’Impero finanziario sionista, basato sull’asse Londra-Parigi dei Rothschild, può mettere in campo sono molte ma, attenzione, non sono più molto motivate.
Partiamo dalla principale, gli Stati Uniti. È vero che oggi Trump è solo un pupazzo nelle loro mani, ma è un pupazzo riottoso e, sperabilmente, vendicativo. Ci rifiutiamo di pensare che una personalità come la sua si sia umiliata fino a questo punto senza neppure covare vendetta. Lo si vede, secondo noi, dalle espressioni che il suo viso ha in questi giorni.
L’impossibilità acclarata di ripetere la guerra ‘finta’ del giugno dello scorso anno, affondata dalla uccisione di Khamenei da parte degli israeliani, di cui dubitiamo che Trump stesso fosse a conoscenza, gli ha dimostrato che gli alti livelli del suo esercito non rispondono al loro Presidente ma a una catena di comando diversa.
Oggi può solo incassare ma, chissà, forse un domani… Accetterà di essere solo lo zerbino della lobby sionista per i tre anni che gli restano? Vedremo. Per adesso farebbe bene a incassare i colpi devastanti con un po’ più di garbo.
Ma gli Stati Uniti non sono solo Trump. Le stupefacenti dichiarazioni di Rubio (https://www.aljazeera.com/news/2026/3/2/rubio-suggests-timing-of-us-strikes-on-iran-was-influenced-by-israeli-plans) che sostiene che gli Stati si sono solo accodati a una iniziativa israeliana, dette da uno dei maggiori ‘falchi’ della amministrazione americana, sono assolutamente irrituali.
Le stesse ‘precisazioni’ di Vance (https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/03/03/vance-iran-non-sara-un-nuovo-iraq-o-afghanistan_237ada6d-af4b-419a-8559-33ba2e5f7b8a.html) che esclude a priori un conflitto lungo, lasciano il povero Trump in una situazione catastrofica.
Se l’Iran riesce a resistere solo alcune settimane la carriera politica di Trump è finita, altro che elezioni di novembre. Una richiesta di impeachment entro l’anno diventa sempre più probabile. È vero che Trump è noto per fare le cose velocemente ma distruggere il consenso che il popolo americano gli aveva confermato per molti lustri in così poche settimane è stato davvero stupefacente. Anche questa volta la realtà ha superato la fantasia, almeno la nostra.
E comunque, per il Popolo Maga, oggi Trump è ‘il traditore’. E attenzione, un conto sono i nemici, un conto sono i traditori, per i quali non può esistere nessuna pietà.
Ma anche se il conflitto con l’Iran dovesse finisse bene per lui, temiamo che il suo declino umano e politico sia, a questo punto, inarrestabile.
Insomma Israele ha sì il controllo delle elite statunitensi (vedasi gli Epstein files), anche se non assoluto, ma non ha il controllo del popolo americano e questo rende l’appoggio alla guerra non proprio così sicuro. Certo, dopo il collasso di Trump, manca un leader che possa coagulare il dissenso ma la probabilità di una vera e propria guerra civile, ‘Popolo contro Elite’, all’interno degli Stati Uniti non è più da escludere a priori.
I principali paesi europei, seppure irrilevanti, sono sotto il diretto controllo degli Impiegati dei Rothschild, con l’eccezione dell’Italia, che per ora mantiene un equilibrismo sempre più acrobatico e sempre meno sostenibile. Da notare che il solo Merz era stato avvertito della guerra imminente (neppure il Regno Unito!), a causa dei suoi rapporti con BlackRock di Larry Fink, cioè in fondo per motivi personali.
Ma l’appoggio popolare a questi pseudo-leader è ai minimi termini e molte elezioni sono alle porte.
Anche qui vale lo stesso schema: elite al comando, spudoratamente serve dei padroni e prive di qualunque credibilità, vs. popoli riottosi.
Riusciranno le elite sioniste a convincere le mamme italiche mandare a morire nella loro guerra i propri figlioli?
Difficile, la situazione ci sembra quantomeno instabile.
Ecco che però si spiega la apparentemente strana risposta dell’Iran agli attacchi di Israele e Stati Uniti.
Invece che prendersela direttamente con la testa del serpente, Tel Aviv, l’Iran sta bombardando le basi americane nei paesi arabi, rischiando una loro comprensibile reazione.
È stata bombardata l’ambasciata americana nella capitale saudita Riad (che dista 1800 km da Teheran) senza coinvolgere nessun altro edificio, una performance tecnologica di tutto rilievo.
Una infinità di altri presidi statunitensi, sia militari che non, sono stati colpiti con precisione chirurgica negli Emirati, in Giordania, in Siria, in Iraq, addirittura a Cipro.
Sebbene naturalmente la nostra stampa non ne abbia parlato né tanto meno chiarito il significato, sono state performance militari che hanno lasciato di stucco l’entourage occidentale.
Il messaggio è stato chiaro: così come avete fatto voi, uccidendo Khamenei a casa sua, così possiamo fare noi, uccidendovi a casa vostra (almeno nell’arco di 2000 km). Andatevene finché siete in tempo. Una minaccia che il personale occidentale ha preso molto sul serio, dato che non è certo dotato di impavido coraggio, fuggendosene a spron battuto.
La strategia è stata altrettanto chiara: costringere i già riluttanti Stati Uniti e il suo ricattato Presidente a ritirarsi senza condizioni. Non sarebbe la prima volta.
Se l’Iran riuscirà a resistere alle bombe israeliane per una certo lasso di tempo (da misurarsi in qualche settimana più che in mesi) gli Stati Uniti si dovranno ritirare.
Il popolo americano ne ha piene le scatole dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) la lobby sionista in USA che si è sempre vantata di poter fare eleggere i deputati e senatori da lei scelti. Oggi chi è appoggiato dall’AIPAC rischia di non essere eletto proprio per questo e i sionisti devono presentare candidati mascherati, che fanno finta di essere contro Israele, se vogliono avere qualche chance. Ne fa fede il sindaco islamico di New York.
Insomma la strategia iraniana è cercare di far implodere la coalizione sionista dall’interno, e non è molto diversa, in fondo, da quella russa in Ucraina.
Basterebbero infatti poche bombe termobariche (di cui l’Iran dispone) contro Tel Aviv e Haifa e Israele scomparirebbe dalla faccia della Terra. Ma in questo caso potrebbe essere una vittoria di Pirro, il mondo occidentale si potrebbe compattare contro i feroci musulmani che, non dimentichiamolo, sono nemici dei cristiani da 1500 anni. Meglio indebolire la coalizione dall’interno costringendo la debole amministrazione USA a prendere le distanze da una guerra non loro.
Le bombe termobariche su Tel Aviv possono aspettare. Meglio rischiare una reazione degli Stati arabi sunniti che, anche loro, hanno lo stesso problema degli occidentali: il popolo, che solidarizza con Iran, anche se sciita, e le elite, che si sono vendute agli ebrei.
Ecco quindi che si spiega la risposta asimmetrica iraniana, volta a far ritirare gli USA, che si è rivelata fin da subito molto pericolosa ed efficace.
Le sorti della guerra si decideranno nelle prossime settimana, non nei prossimi mesi, perché gli Stati Uniti possono resistere al massimo un mese, non solo per la montante opposizione interna ma anche per banali problemi logistici. L’attuale spedizione USA non è pensata per andare al di là di poche settimane per la grande distanza dal teatro delle operazioni. Andare oltre significherebbe una vera e propria campagna di terra, con centinaia di migliaia di soldati, supporti logistici di paesi limitrofi, costi alle stelle e richiederebbe l’approvazione del congresso e non solo del Presidente che, ricordiamolo, negli Stati Uniti ha sì pieni poteri ma solo in situazioni di emergenza. La bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema sta lì a ricordarlo.
Se l’Iran riesce resistere un mese e gli Stati Uniti si dovessero ritirare dall’avventura, cosa potrà trattenere la nuova leadership iraniana dallo sganciare le termobariche su Tel Aviv? La pietà umana?
E gli arabi sunniti dovrebbero riconoscere a quel punto a Teheran di aver fatto il lavoro sporco anche per loro.
Se questo accadrà si dovrà convenire che i destini dell’umanità sono determinati in primis da un solo fattore: la stupidità.