I Kazari, gli ‘ebrei’ che salvarono l’occidente

imperokazaroIl regno kazaro storico si estendeva a sud di Kiev, tra il Mar Nero ed il Mar Caspio, avendo come estremo confine sud i Monti del Caucaso. I kazari dominavano sui corsi meridionali dei fiumi Dnepr, Donec, Don, Volga e Ural e raggiungevano, solo marginalmente, il Lago D’Aral. Le terre kazare erano più spostate verso Ovest rispetto all’attuale Kazakistan anche se gli attuali Kazaki sono spesso considerati eredi di una parte delle popolazioni kazare.
Il centro dell’Impero erano i territori tra il Don, che sfocia nel Mar Nero, ed il Volga, che sfocia nel mar Caspio. Il mar Caspio era detto il Mare dei Kazari. La capitale inizialmente fu la fortezza di Balanjar, alle pendici nord del Caucaso, vicino al Mar Caspio, ma con il tempo si trasferì verso nord, prima a Samandar, sul mare e poi a Itil, sulla foce del Volga, vicino all’attuale Astrakhan.
L’impero kazaro prosperò tra il V ed il XIII secolo, quando soccombette definitivamente ai russi ed alle orde mongole di Gengis Khan. Il suo arco di vita fu quindi simile a quello dell’impero bizantino di cui fu spesso valido alleato.
Quando alla morte di Maometto, nel 632 d.c. gli eserciti del Califfato iniziarono la loro stupefacente espansione, travolgendo tutto ciò avevano di fronte, l’impero kazaro era già una forza organizzata in grado di fronteggiare gli eserciti musulmani. L’espansione araba fu fermata, da un lato, da Carlo Martello con la battaglia di Tours, alle porte di Parigi, nel 732 e, dall’altro, da una contemporanea grande vittoria kazara, a nord del Caucaso, sempre nel 732.
L’impero kazaro non permise per secoli alle forze musulmane di attraversare i monti del Caucaso e fu solo grazie ad esso che l’impero bizantino potè resistere agli eserciti arabi.
Gli arabi furono praticamente sempre sconfitti contro i Kazari e solo con l’arrivo dei turchi nel XII secolo l’Islam riuscì a penetrare nelle pianure della steppa.
Senza la tenuta secolare dell’impero Kazaro la storia del mondo occidentale sarebbe stata molto diversa da quella che conosciamo.
Ma nel 740 accadde l’imprevisto: il re, la corte e la classe militare si convertirono al giudaismo che divenne la religione di stato dei kazari. La popolazione non aveva origini etniche ebraiche a parlava una lingua del ramo turco-tataro. Le circostanza della conversione sono avvolte nella leggenda. Vi sono versioni che dicono che il Kagan chiamasse tre saggi delle tre religioni, cristiana, musulmana ed ebrea. Dopo giorni di discussioni il re chiese separatamente ai tre saggi: “Quale religione tra le altre due è più vicina alla tua?” Sia il cristiano che il musulmano risposero l’ebrea che vinse la sfida.
Nel 737, dopo la grande vittoria kazara, Costantino V, imperatore di Costantinopoli, sposò una principessa kazara. Il loro figlio divenne imperatore di Bisanzio con il nome di Leone IV il kazaro. Le principesse kazare avevano fama di essere le donne più belle del mondo.
Le descrizioni del popolo kazaro sono scarse. Un cronista arabo li descrive così: “hanno carnagione bianca, occhi azzurri, capelli fluenti e prevalentemente rossastri, corporatura robusta e temperamento freddo. L’aspetto generale è selvaggio.” Sono stati sempre visti dagli arabi come dei barbari feroci, senza possibilità di remissione.
Un geografo arabo li descrive invece così: “I kazari si distinguono in due specie: una chiamata Kara-Kazhar (kazari neri) con la carnagione scura tendente al nero, come se fossero una specie di indiani ed una specie bianca, chiamata Al-Kazhar, nella quale si trovano individui di sorprendente bellezza.” Il regno kazaro fu probabilmente un mosaico etnico in cui quelli che lo governavano, i Kazari bianchi erano in netta minoranza.
Il termine russo kasak (cosacco), l’ungherese huszar (ussaro) ed il tedesco Ketzer (eretico=ebreo) sono tutti derivati moderni del termini kazaro.
Sembra che la loro organizzazione politica si basasse su un Re Sacro, il Gran Kagan che non aveva contatti con il popolo né si occupava di amministrazione che invece era demandata ad un suo vice il Kagan Bek. La religione giudaica era considerata una religione dell’elite, non del popolo. Secondo uno storico arabo: “nella capitale kazara l’uso è di avere 7 giudici. Due per i musulmani, due per i kazari, che giudicano secondo la Torah, due per i cristiani ed uno per i rus e gli altri pagani. Il kaghan deve sempre appartenere alla stirpe imperiale e la successione è stabilita sempre all’interno della stessa famiglia. Egli viene elevato nella carica anche se non possiede neppure un soldo … la regalità viene conferita solo agli ebrei.”
Nel 965 i Kazari subirono una disastrosa sconfitta da parte dei russi. Il regno Kazaro rimase indipendente per altri tre secoli ma non ritornò più all’antico splendore. La diaspora kazara era peraltro già cominciata, anche se la vera fine del regno fu durante l’invasione di Gengis Khan nel XIII secolo. Le orde mongoliche distrussero tutto il sistema di irrigazione del delta del Volga, indispensabile per coltivare un terreno con così poche piogge, trasformando la fertile pianura kazara in una arida steppa.
Gli ebrei Kazari erano però già insediati a Kiev, che era stata una importante città kazara prima della conquista russa, in Crimea, in Polonia (a Krakovia in particolare), in Lituania, nei Carpazi, nelle province orientali dell’Austria, come dimostrano i numerosi toponimi. Un principato kazaro in Crimea sopravvisse fino al XV secolo. Un gruppo consistente si rifugiò nelle montagne del Caucaso nordorientale dove è conosciuto anche oggi come “gli ebrei della montagna” ed ammonta a circa 10.000 persone.
Ma la maggior parte dei kazari si rifugiò nell’est Europa dove ancora oggi è presente una setta ebraica tradizionalista detta Karaita che respinge l’insegnamento rabbinico. I karaiti parlano, nei loro riti, una lingua che è diretta discendente della lingua kazara, anche se la maggioranza dei Kazari abbandonò la loro lingua per la lingua franca Yiddish.
Intorno al 1600 si stima che gli ebrei kazari in Polonia fossero circa 500.000 cioè un 5% della popolazione.

Il Gran Kaghan Giuseppe
La fonte principale dell’ebraismo dei kazari è la cosiddetta Corrispondenza cazara, uno scambio di lettere in ebraico tra Hasdai, primo ministro ebreo del califfato di Cordova ed il re kazako Giuseppe, del 960. Hasdai scrisse: “Mi preme sapere la verità, se esiste realmente un posto su questa terra nel quale Israele perseguitato possa governarsi da sé …”
Il kagan Giuseppe gli rispose raccontando una storia sulla conversione simile a quella riportata precedentemente e aggiungendo che il regno kazaro faceva diventare bugiardi tutti coloro che dicevano che: “Lo scettro di Giuda è caduto per sempre dalle mani degli ebrei … Già i nostri padri si sono scambiati amorevoli lettere che sono conservate nei nostri archivi.” Poi fa risalire la loro discendenza al terzo figlio di Noè, Jafet, tramite suo nipote Togarma: “Togarma ebbe 10 figli e noi discendiamo da Khazar il settimo figlio.”
Poi forniva la propria discendenza da un grande riformatore religioso kazaro, Obadiah: “Iskia, suo figlio e suo figlio Manasse, e Chanukah, fratello di Obadiah, e Isacco suo figlio, Manasse suo figlio, Nissi, suo figlio, Menhaem suo figlio, Beniamino, suo figlio, Aaron suo figlio, ed io sono Giuseppe, figlio di Aaron il Benedetto. Noi siamo tutti figli di re e a nessun straniero è mai stato consentito di occupare il trono dei nostri padri.”
Giuseppe diede poi una toccante descrizione della vita kazara. Viveva a Itil, la capitale, alla foce del Volga (Idel è ancora oggi il nome del fiume, in tartaro), vicino alla moderna Astrakhan. Raccontò che la città era divisa in tre parti, una per i kazari, una per gli stranieri ed un’isola dove risiedeva lui stesso con i principi ed i vassalli: “ Viviamo in città tutto l’inverno, ma in marzo usciamo fuori ed ognuno va a lavorare il suo campo ed il suo giardino: ogni clan ha una sua proprietà ereditaria, nella quale si ritira nei momenti di giubilo e di gioia; nessuna voce di intrusi vi si insinua, nessun nemico è in vista. Il paese non ha molte piogge, ma vi sono per contro molti fiumi con una moltitudine di grossi pesci e parecchie sorgenti; il terreno è fertile e ci sono campi e vigneti, giardini e frutteti che vengono irrigati dai fiumi e danno ricchi frutti … e con l’aiuto di Dio io vivo in pace.”

David El Roy
Nel dodicesimo secolo nacque in Kazaria un movimento messianico volto a conquistare la Palestina tramite una vera e propria crociata ebraica. L’iniziatore del movimento fu un certo Solomon ben Roy che si diceva Elia mentre suo figlio Menahem diceva di essere il Messia. Menahem fu il personaggio più rilevante del movimento perché, raggiunta la maturità, prese il nome di David el Roy e, con una considerevole forza armata, passò il Caucaso per dirigersi a Gerusalemme. Morì assassinato di lì a poco, nel Kurdistan, probabilmente tradito dal suocero.
La spedizione quindi fallì prima ancora di diventare un realtà concreta ma, ciò non di meno, David El Roy divento ben presto oggetto di venerazione tra tutti gli ebrei del medio-oriente. La sua spedizione fu la prima ideazione di uno stato di Israele dopo la diaspora ebraica del primo impero romano. La moderna bandiera di Israele, la stella di Davide a sei punte, era appunto lo stendardo delle donchisciottesche truppe di David al Roy. La sua figura ispirò Benjamin Disraeli che gli dedicò il romanzo storico “La meravigliosa storia di David Alroy”.

Gli ebrei askenaziti
Le popolazioni ebraiche europee si possono dividere in sefardite (cioè provenienti dalla Spagna, Sepharad in arabo, e askenazite, provenienti da Germania ed est Europa. Gli askenaziti sono circa 20 volte più numerosi dei sefarditi.
Ashkenaz nella Bibbia era un popolo che viveva nelle vicinanze del monte Ararat e dell’Armenia. Ashkenaz era il Fratello di Togarma, da cui il Gran Kaghan Giuseppe sosteneva di discendere. Ashkenaz era anche il nome della Germania in ebraico medievale. Askenaz era il figlio di Gomer, figlio di Jafet, figlio di Noè. Nei testi rabbinici è considerato essere l’antenato dei tedeschi, degli Scandinavi, degli Slavi e di tutte le genti ariane in genere. Semanticamente “ebreo askenazita” significa “ebreo ariano.” Nel medio evo Askenaz divenne infatti il nome ebraico della Germania.
Gli ebrei askenaziti sono i discendenti delle comunità ebraiche medievali della valle del Reno.
Molti ebrei askenaziti emigrarono dalla Germania e dall’Europa Centrale, formando altre comunità in quasi tutto il mondo occidentale. Ma soprattutto, degli ultimi due secoli, si registrò un’ingente emigrazione askenazita negli Stati Uniti d’America.
Se nell’XI secolo si calcola che gli askenaziti costituissero solo il 3% della popolazione ebraica mondiale, essi giunsero, al massimo della loro espansione demografica (1931) a rappresentarne il 92%, ed oggi sono grosso modo l’80% del totale. La maggior parte delle comunità ebraiche con una lunga tradizione in Europa sono askenazite, ad eccezione di quelle delle regioni mediterranee. Una gran parte degli ebrei che negli ultimi due secoli hanno lasciato l’Europa diretti in altri continenti, in particolare verso gli Stati Uniti, sono Ashkenazim.
Molti storiografi e teorici delle teorie sioniste, fanno risalire le origini dei Rothschild all’antico impero del Khazar, da cui eredita lo stemma della dinastia che darà il nome alla famiglia (Rothschild tradotto significa infatti scudo rosso) .
Dato che per molto tempo si è ritenuto che la culla della razza ariana fossero proprio i monti del Caucaso, non si può non notare la bizzarria della storia che assegnerebbe agli ebrei attualmente viventi una della maggiori concentrazioni al mondo di sangue ariano, trasformando l’olocausto nella farsa più crudele che la storia abbia mai inscenato.
Ma può incuriosire anche il fatto che la prima sconfitta dei nazisti fu proprio nella battaglia di Stalingrado, sconfitta che si rivelò decisiva per il prosieguo della guerra. Stalingrado, oggi, Volgograd, era il centro geografico dell’impero kazaro, situata proprio sulla “strada della seta” kazara tra il Don ed il Volga.

Il testo principale, di difficile repribilità, per approfondire il tema dei Kazari è Arthur Koestler. La Tredicesima tribù. Utet università. 2003.

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