La Pietra di Casciarolo


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La scoperta della fosforescenza da parte di un umile ciabattino bolognese. I primi studi sui processi luminescenti nelle sostanze inorganiche risalgono agli alchimisti del ‘600. Nel 1602 Vincenzo Casciarolo, un calzolaio ed alchimista dilettante bolognese descrisse per primo un metodo per creare la “Pietra Bolognese” che aveva la magica proprietà di accumulare luce se esposta al sole e di emetterla al buio. La Pietra Bolognese è costituita da Solfato di bario (BaSO4). Per circa tre secoli Bologna deve il suo posto nella storia della chimica alla Pietra di Casciarolo in grado di produrre “fosfori” cioè materiali capaci di accumulare luce per poi riemetterla anche ore dopo.
La prima citazione della Pietra è dovuta a Giulio Cesare La Galla nel 1612 e la prima descrizione su come prepararla è di Pietro Poterio del 1622 che attribuisce la procedura a Scipio Bagatelli, famoso alchimista bolognese dell’inizio del ‘600. Ma già in due lettere tra alchimisti del 1634, la scoperta fu attribuita a Casciarolo. L’attribuzione divenne ufficale con la pubblicazione di Fortunio Liceti “Litheosforus sive de Lapide Bononiensis” nel 1640. Casciarolo fu lo scopritore che né parlò a Bagatelli che né parlò ad un professore di matematica, tale Magini, che né inviò campioni a suoi amici accademici tra cui Galileo Galilei e ad alcuni sovrani europei. Galileo cercò di spiegare il comportamento della pietra con una lettera a Leopoldo di Toscana.
Goethe si procurò alcuni esemplari della Pietra nel suo passaggio da Bologna e la citò nel Werther.
Si dovette attendere il 1940 per avere una qualche spiegazione del suo comportamento, nell’ambito della teoria quantistica.

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