L’ultima intervista di Mussolini

DSC_3077.jpgIl 20 marzo 1945 Mussolini sbarcò sull’isolotto di Trimelone, davanti a Brenzone sul Garda da un motoscafo che subito si allontanò.
Lo aspettava, in totale solitudine, Ivanoe Fossani, uno degli ultimi giornalisti rimasti a Salò. Giorni prima il Duce gli aveva detto: «Se un giorno ti mandassi a dire di volerti vedere, senz’altra indicazione, resta inteso che l’appuntamento è sull’isola di Trimelone, alle ventuno. Vieni solo, assolutamente solo».
I due uomini cominciarono a parlare senza che nessuno potesse ascoltarli. Fu l’ultima intervista del Duce.

Fossani la pubblicò nel 1952 con il titolo ‘Soliloquio’ (in effetti, nel testo pubblicato, è solo il Duce che parla), un editore romano lo ripubblicò con il titolo: ‘Latinità: Mussolini si confessa alle stelle.’ Anni dopo il testo fu inserito nella raccolta degli scritti di Mussolini curata da Marcello Veneziani (Vol. XVIII. Testamento politico) ma queste pubblicazioni sono di difficile reperibilità.
Fortunatamente un appassionato di storia del Garda, Livio Parisi, ne ha ripubblicato, a sue spese, un estratto integrale, in un’edizione fuori commercio (Livio Parisi (a cura di). Sotto le stelle sull’isola di Trimelone. Prefazione di Marcello Veneziani).

Il Soliloquio è di un interesse eccezionale. Vi sono lucide premonizioni, analisi storiche spesso azzeccate, flash sulle emozioni di un uomo che sa di essere alla fine dei suoi giorni.
Il testo pubblicato salta di palo in frasca, come se Ivanoe, a distanza di tempo, cercasse di ricordare le frasi e le parole del Duce nel modo più preciso possibile, pagando però il prezzo della perdita del filo logico.

Senza pretese di esaustività se ne dà qui un breve resoconto, riassemblato per argomento, con alcuni commenti. Le parole tra virgolette e in corsivo sono parole testuali di Mussolini così come riportate da Ivanoe Fossani.

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L’isolotto di Trimelone

Inizia così, in perfetto stile mussoliniano: «Ah! Ero stufo, sono stufo, sarò stufo della continua sorveglianza. Sono anni che, ad ogni passo, trovo una faccia che mi spia. Con la scusa della protezione sono costretto a far sapere ad altri quello che faccio».
Mussolini è riuscito a sfuggire al controllo delle SS per poco tempo, se ne compiace e lo utilizza per fare un bilancio della sua vita pubblica con l’amico giornalista Ivanoe.

«Le noie del potere sono due: dover trattare con ogni sorta di imbecilli ed essere controllato anche nelle cose intime. È una prigione dorata. I secondini si inchinano al tuo passaggio ma ti tengono in loro possesso. Hitler si è assunto l’incarico di farmi da scudo contro i ‘traditori’ italiani, ma intanto i miei gesti e le mie parole gli sono riferiti giorno per giorno. Anche quando ricevo i tedeschi mi ascoltano. Lo so di sicuro. La protezione è un aspetto legale dello spionaggio».
Il Duce sembra riferirsi, tra l’altro, agli incontri segreti che aveva con Claretta Petacci nella Torre San Marco di Gardone, un nido d’amore che era stato di D’Annunzio. Nel novembre del 1944 sua moglie Rachele lo seppe, non si sa da chi, e fece la famosa sfuriata a Claretta.

Poi incominciano la riflessioni sulla sua esperienza politica: «Io non ho creato il fascismo: l’ho tratto dall’inconscio degli italiani. Se non fosse stato così non mi avrebbero seguito tutti per vent’anni, dico tutti, perché un esigua minoranza, addirittura microscopica non può avere alcun peso. I gesti, i riti e le divise introdotti nella vita della nazione mi vennero imputati come una personale mania di grandezza. Personalmente mi avrebbero lasciato indifferente se non fossi stato sicuro di compiacere al senso pittoresco degli italiani… Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come quello italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell’oblio. Altro potranno dominare col ferro e col fuoco, ma non con il consenso come ho fatto io».
Si tratta di un ragionamento piuttosto sorprendente: ‘Io non ho fatto altro che seguire il senso del pittoresco delle masse’. Le esternazioni, che oggi ci appaiono così ridicole, non erano nelle sue corde. Le faceva solo per compiacere le folle. Si intravede anche un certo disprezzo per il popolo italiano di cui Mussolini sembra avere una concezione, per così dire, anglosassone: banderuole, tutte spaghetti e mandolino, una sensazione che si ha anche in altre parti del testo. Il consenso plebiscitario comunque ci fu, nonostante i numerosi distinguo a guerra finita, e una adeguata spiegazione non è stata ancora fornita.

Poi il Duce autoassolve la propria storia politica: «La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il fascismo ha avuto più morti degli avversari e il 25 luglio al confino non c’erano più di 30 persone. Io non ho soppresso nessuna libertà, tranne la licenza che turba, corrompe e intacca il sistema nervoso della società. Con il fascismo i lavoratori hanno ottenuto le otto ore, alti salari, continuità del lavoro, provvidenze assistenziali, ferie annuali, gite dopolavoristiche, magistrature apposite mentre i suoi figli più delicati venivano inviati nelle colonie montane o marine. Quando si afferma che noi siamo la guardia bianca della borghesia si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori più di quanto non fosse consentito dalla non lieta situazione del capitale italiano, che non è, non bisogna mai dimenticarlo, né quello americano né quello inglese… Tutti i dittatori hanno fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo ad essere in passivo: tremila morti contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura…
La gente del lavoro è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla… Per questo sono stato e sono socialista…
Noi combattiamo per imporre una più alta giustizia sociale. Gli altri combattono per mantenere i privilegi di casta e di classe. Noi siamo le nazioni proletarie che insorgono contro i plutocrati. Non può durare l’assurdo delle carestie artificiosamente provocate. Esse denunciano la clamorosa insufficienza del sistema».
Sono parole che non lasciano alcun dubbio: il vero fascismo è quello sociale, quello che sta dalla parte dei lavoratori che ne hanno tratto grandi benefici. E, come dittatore, sono stato troppo buono. O almeno questo era quello che il Duce credeva di essere e di aver fatto. L’appoggio, storicamente accertato, di una certa borghesia in funzione anticomunista non era stato, per lui, rilevante.
Uno dei motivi che giustificarono il supporto entusiasta della maggior parte degli italiani era però che molte cose dette erano vere, a partire dalle otto ore, dalla certezza del lavoro, dalle scuole e dalle colonie marittime.

Ma di chi è colpa se il fascismo è fallito? La diagnosi è cristallina: «Tra le cause principali del tracollo del fascismo, io pongo la lotta sorda e implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano e odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. E furono gli altri gruppi consimili sparsi per il mondo a inscenare un’oscura gazzarra e a premere con tutti i loro mezzi sui rispettivi governi il giorno in cui, stanco di vedere il sudore degli italiani sfruttato esosamente con dazi doganali e col gioco pitagorico del cambio monetario, iniziai il regime dell’autarchia. L’umile gente del lavoro mi ama e mi ha sempre amato».
Alcune frasi zoppicano ma è chiaro che il nemico mortale è individuato nel grande capitale globalista di stampo anglosassone, sia industriale che finanziario. Industriale perché la crescita dell’Italia come potenza regionale autonoma non era tollerata, finanziario perché la finanza italiana era in gran parte pubblica e indipendente dai potentati internazionali. Si sorvola sul fatto che il regime dell’autarchia fu imposto e non certo scelto dall’Italia.

A questo punto cominciano intriganti considerazioni geopolitiche: «Anche l’Inghilterra sconterà il suo egoismo. Finirà per perdere il suo impero coloniale e diverrà un semplice ponte di congiunzione tra l’America e l’Europa continentale».
P
rofezia di una precisione impressionante.

L’analisi che segue è solo parzialmente nota, e cioè che lui aveva cercato in tutti i modi un accordo con Inghilterra e Francia ma che era stato rifiutato. Solo quando non c’era più nulla da fare si era legato alla Germania: «Se l’Inghilterra, invece di mandare la cavalleria di San Giorgio a creare zizzanie e odi insanabili, avesse fuso l’Europa in un blocco di ideali e di interessi, la nostra posizione sarebbe stata inattaccabile. Non ha capito che l’ora dei piccoli e spesso meschini interessi particolari è passata e che i problemi nazionali si sono fatti continentali. Prima di stringere il Patto d’acciaio ho tentato tutte le vie per trovare un’intesa con l’altra parte. Alla Francia ho ceduto per sempre Tunisi come primo segno di concordia. Avevo chiesto la sicurezza del pane per il mio popolo ma anche questo mi è stato negato. L’Inghilterra non ci ha voluti. Voleva la nostra neutralità e i nostri porti a sua disposizione e tutto questo, cioè l’ipoteca dell’avvenire e la nostra dignità, per un misero piatto di lenticchie. Quando ho visto che non c’era nulla da fare, mi sono legato con la Germania… La politica inglese è diabolica. Se ne accorgeranno gli americani quando si affacceranno alla politica europea. Nel momento in cui saranno impegnati nell’inevitabile duello mortale con la Russia, o cederanno al nodo scorsoio dell’Inghilterra o l’Inghilterra si alleerà con la Russia».
È vero che il Duce tenne spesso una politica dei due forni e che, fino agli accordi di Monaco, era visto, anche internazionalmente, come una garanzia di ragionevolezza mondiale, ma ciò rivela una certa contraddizione con quanto detto precedentemente.
Se il nemico mortale era il capitale globalista anglosassone, perché l’Inghilterra avrebbe dovuto appoggiare l’Italia e la sua autonomia? L’analisi presuppone che l’Inghilterra avesse potuto avere una politica diversa da quella del grande capitale, il che sembra davvero un’aspettativa un po’ infantile.
La politica inglese era, ed era sempre stata in Europa, divide et impera. L’Inghilterra sapeva di non avere la forza di dominare le nazioni europee, neppure singolarmente prese, e quindi aveva sempre cercato di dividerle, di metterle le une contro le altre, da secoli. Adesso Mussolini le chiedeva un colpo d’ala: abbandonare la sua politica secolare per farsi carico di una specie di Europa Unita insieme alla Germania. Che fosse una visione utopistica è il minimo che si possa dire.
Ma, in ogni caso, in tali considerazioni, vi è la lucida previsione di quello che sarebbe successo dopo la guerra: il tentativo di creare un’Europa Unita per porla sullo stesso piano di Stati Uniti e Russia, unendo insieme Germania, Francia, Italia e Inghilterra.
Tentativo lodevole ma che si è rivelato di ardua realizzazione. E che, oggi nel 2019, con l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, è da considerarsi definitivamente tramontato.
Infatti oggi l’Inghilterra, perso il suo impero coloniale e fallito il progetto di unione europea, è solo un’appendice degli Stati Uniti, come lucidamente aveva previsto il Duce più di 70 anni fa.
Se l’Inghilterra avesse dato ascolto al Duce, cioè si fosse fatta carico di creare un’Europa comune con la Germania, l’Italia e la Francia fin dagli anni ‘30, il mondo sarebbe stato diverso? Certamente sì. Ma avrebbe dovuto rinunciare per prima al suo impero, ai suoi privilegi, alla sua strategia di sempre per un’impresa del tutto ipotetica e molto probabilmente fallimentare, come poi si è rivelata. Il mondo non funzionava così.

Ma le considerazioni sul futuro non sono finite: «Adesso gli Alleati sembrano disposti a distruggere la Germania ma chi fermerà la Russia? La Russia è a Berlino prima degli altri e una volta in possesso dell’Europa centrale non vedo chi la possa far sloggiare».
In effetti così è andata per quasi 50 anni.
«I trattati di pace? Le armi segrete? I trattati li detta sempre il più forte e il segreto di uno non può impedire il segreto di un altro. Se lo stesso errore si commettesse per il Giappone, la Cina sfilerebbe in parata davanti ad un maresciallo bolscevico. E l’India cosa farebbe? Cosa farebbero gli altri Dominions? Cosa sarebbe del mondo intero? È mai possibile che l’America e l’Inghilterra non vedano un pericolo così grande? Hanno forse in mano l’esercito russo? Hanno pronta la mina da far scoppiare sotto il Cremlino?».
Altro che profezia, questa è una fotografia di quello che è successo nei decenni successivi. Impressionante non solo la lucidità con cui viene descritta la Guerra Fredda e la principale arma segreta, la bomba atomica. Sì l’Amerca ci era arrivata per prima ma ‘il segreto di uno non può impedire il segreto di un altro’ e la Russia ci era arrivata poco dopo.
Azzeccata in pieno anche la vittoria finale di Mao contro i nazionalisti in Cina, dopo la distruzione del Giappone, come si era fatto con la Germania. Ma limpida anche la visione del mondo attuale dove America e Inghilterra, ormai in declino, non hanno più il controllo di un mondo multipolare, con Russia, Cina e India ormai allo stesso livello di America e Europa.

Dopo di che inizia una fredda analisi sul perché la guerra è stata perduta. Non sapremo forse mai se le cose siano andate come le descrive Mussolini ma la verosimiglianza è elevata. La guerra è perduta per gli errori dei tedeschi che non hanno seguito i suoi suggerimenti. Ma ascoltiamo le sue trancianti parole.
«Chi dice che ho sbagliato ha il dovere di dimostrare come si sarebbe potuto fare meglio. Io sono sempre pronto ad ammettere i miei errori. Non ho mai pensato di essere infallibile. Anche in questa guerra ho sbagliato ma meno degli altri (sic!). I tedeschi non mi hanno ascoltato e hanno fatto male. Hitler, che è il solo che mi stimi sinceramente, non ha voluto portare subito, come io intendevo, il centro della guerra nel Mediterraneo. Prese Malta e Gibilterra saremmo stati padroni del nostro mare e la Spagna, la Turchia e l’Egitto sarebbero venuti con noi, l’Africa sarebbe passata sotto il nostro controllo e l’Etiopia non sarebbe caduta. Inoltre avremmo tenuto lontana migliaia di chilometri la minaccia aerea». In effetti il Duce aveva pensato di attaccare Malta anche prima dell’inizio della guerra, fin dai tempi della sanzioni sull’Etiopia, dato che la flotta italiana era più forte di quella inglese di stanza nel mediterraneo. Fu dissuaso, oltre che da Hitler, anche dai suoi generali. Il sogno di dominare il Mediterraneo però con un esercito italiano che non fu capire di domare da solo neppure la Grecia, deve aver fatto pensare ai tedeschi che non era il caso di lanciarsi in avventure velleitarie.

«Io ero contrario all’attacco contro la Russia. Al posto del Fuhrer mi sarei fatto aggredire e sarei rimasto sulla difensiva. Avrei sfruttato il vantaggio morale di essere tradito e quello materiale di logorare il nemico. Hitler è caduto nella trappola di Stalin che è lo statista più furbo e più abile del mondo perché ha una direzione sola».
Col vantaggio morale di essere l’aggredito ci si può fare poco ma è vero che la Russia non si è mai avventurata profondamente nel cuore dell’Europa di sua spontanea volontà. Forse Stalin non sarebbe riuscito a far ingoiare ai russi 25 milioni di morti per una guerra di pura aggressione. Sì, attaccare la Russia fu, sempre col senno di poi, davvero sconsiderato. Comunque Mussolini era convinto che lo scontro con la Russia fosse inevitabile, che il patto Molotov-Ribbentrop era destinato ad essere violato da uno dei due firmatari, ma che era meglio difendersi che attaccare. Interessante l’apprezzamento su Stalin, il più furbo di tutti.

«Io ero sicuro dell’intervento americano, perché lo sviluppo storico ed economico dell’America lo esigeva. Vittoriosa, l’America balza alla testa del mondo, superando la sua antica dominatrice…»
Sembra una considerazione dei moderni geopolitici alla Brzezinski, inappuntabile. Se Pearl Harbour non fosse accaduta si sarebbe dovuta inventare perché lo sviluppo storico ed economico dell’America lo esigeva. Il mezzo-secolo americano cominciò qui e il Duce lo aveva visto lucidamente.

«I tedeschi hanno sparso le loro, e anche le nostre forze, su un arco troppo vasto. Bisognava invadere l’Inghilterra e non curarsi troppo delle molestie di poco conto. Si poteva. Invece Hitler ha avuto paura della Russia che, all’attacco, lontana migliaia di chilometri dalle basi di riferimento, non avrebbe rappresentato una minaccia allarmante. Non ha capito che o si vinceva così o la guerra sarebbe stata perduta, perché il fattore tempo era a nostro svantaggio. L’Inghilterra in piedi significava l’appiglio per l’entrata in campo dell’America…»
Non sappiamo davvero quanto Mussolini avesse insistito con Hitler per attaccare l’Inghilterra. Anche qui, con il senno di poi, la frase è convincente perché il tempo giocava contro le forze dell’Asse. Ma lo sapevano anche gli altri.

«Ma la verità vera è che Hitler, noncurante della forza di difesa del colosso russo, ancora intatto, aveva un sacro rispetto per l’Inghilterra e non voleva umiliarla, nella speranza di averla alleata nella sistemazione dell’Europa. Le offerte di pace fattele dopo Dunkerque erano tali da soddisfare non solo gli interessi degli inglesi ma anche il loro orgoglio. Hitler è duro, qualche volta feroce, eppure ha degli abbandoni sentimentali da lasciare stupiti. Hess non ha tradito, né soggiaciuto ai capricci dei nervi. È andato in Inghilterra a compiere una missione che aveva l’aspetto dell’isterismo. I capi inglesi, che hanno tutti i nervi di quel vecchio leone di Churchill, hanno capito e giocato sulla psicologia».
Non c’è dubbio che se la Russia fosse rimasta fuori dalla guerra le cose sarebbero andate diversamente. E non c’è dubbio che se le l’Inghilterra avesse accettato i negoziati di pace le cose sarebbero, anche qui, andate diversamente. Ma non è successo.
Intrigante il concetto che la guerra è stata persa per il complesso di inferiorità di Hitler nei confronti degli inglesi e non per fattori di pura forza geopolitica.
Ma, se questa fosse stato il suo pensiero anche prima degli avvenimenti, perché Mussolini non aveva fatto nulla per evitare una sconfitta certa e aveva pedissequamente seguito l’alleato tedesco? Forse perché le sue armate erano di cartapesta e non aveva quindi nessuna autorità e nessuna autonomia? In quelle condizioni dare illuminati consigli all’alleato tedesco, dopo la figuraccia con la Grecia, era forse un po’ ridicolo e Mussolini, rassegnato, sembra saperlo.
E’ storicamente documentato che Hitler lo avvertì di aver invaso la Russia a cose fatte ma ciò avrebbe potuto essere un buon motivo per restarne fuori.
Molto interessante la conferma che la misteriosa missione di Hess in Inghilterra era un tentativo di lanciare trattative di pace.

Ma eccoci alla più sconvolgente rivelazione del Soliloquio: «Ma io la guerra avrei potuto vincerla ugualmente se fossi stato meno sensibile al rispetto umano. Se fossi stato un dittatore come amavano definirmi gli ignobili pennaioli stranieri, anime perdute nelle mani dei falsari della storia, e come spesso mi rimproveravo di non essere, avrei obbligato Marconi, magari con la tortura, a consegnarmi la sua scoperta, la più grande di questo secolo. Quando io ho detto al mondo che se l’Italia fosse stata costretta a prendere le armi avrebbe sorpreso per il suo genio inventivo, non bluffavo. Io non ho mai bluffato. Ho alzato spesso la posta, ma mai ho puntato alla cieca sulla carta della fortuna. Là dove non avevo la forza avevo la certezza politica…

A cose fatte un ambasciatore mi disse che avevo sfidato l’Inghilterra con un due di bastoni. Lo stesso ambasciatore, dopo il discorso delle ‘armi strabilianti’, andò da Ciano a dire che se avessi posseduto realmente quelle armi mi sarei ben guardato bene dal farlo sapere. Invece io lo dicevo per frenare gli stimoli alla guerra, di questa stramaledetta guerra, che io sentivo avvicinarsi col passo felpato dei criminali.

Se quel diplomatico fosse stato con me ad assistere agli esperimenti di Marconi sarebbe rimasto di sasso. Sulla strada di Ostia, ad Acilia, Marconi ha fermato i motori delle automobili, delle motociclette e dei camion. Nessuno sembrava rendersi conto dell’improvviso guasto e poterono ripartire soltanto quando lo volle il grande inventore. L’esperimento venne ripetuto sulla strada di Anzio, con i medesimi risultati. Ad Orbetello, due apparecchi radiocomandati vennero incendiati a oltre duemila metri di altezza. Marconi aveva scoperto il ‘raggio della morte’ e lo aveva perfezionato in modo da poterlo usare con discreta facilità e con una spesa relativamente modesta. Col ‘raggio della morte’ si sarebbe andati in capo al mondo nel giro di tre mesi. Quando parlai ero sicuro di quello che dicevo. Senonché Marconi, che negli ultimi tempi era diventato religiosissimo, ebbe uno scrupolo di carattere umanitario e chiese consiglio al Papa, e il Papa lo sconsigliò di rivelare una coperta così micidiale. Marconi, turbatissimo, venne a riferirmi sul suo caso di coscienza e sull’udienza papale. Io rimasi esterrefatto. Gli dissi che la scoperta poteva essere fatta da altri e usata contro di noi, contro il suo popolo, quindi; che io non gli avrei usato nessuna violenza morale, preferendo che risolvesse da solo il suo caso di coscienza, sicuro che i suoi profondi sentimenti di italianità avrebbero avuto il sopravvento. Pochi giorni dopo Marconi ritornò e sul suo viso erano evidenti i segni di una tremenda lotta interiore tra i due sentimenti, religioso e patriottico. Per rasserenarlo lo assicurai che il ‘raggio’ non sarebbe stato usato se non come estrema risoluzione. Il grande scienziato se ne andò barcollando. Io avevo ancora fiducia di poterlo convincere gradatamente dell’assurdità della sua posizione. Infatti lo scienziato non può essere responsabile del cattivo uso che si può fare della sua invenzione. Invece Marconi moriva improvvisamente, forse di crepacuore. Da quel momento temetti che la mia stella incominciasse a spegnersi».

Marconi aveva inventato un’arma che avrebbe cambiato le sorti della guerra? Detta così sembrerebbe un’affermazione di un folle, di un uomo ormai uscito di senno. Forse il giornalista aveva capito male, o si era inventato qualcosa.
Ma le cose non sono così semplici. Chi frequentava Mussolini negli ultimi giorni riferiva che non finiva mai di recriminare sull’arma marconiana (Denis Mack Smith, Mussolini, BUR. 1981).
Vi è poi la testimonianza indipendente di Rachele Mussolini che conferma tutto, in un suo libro di memorie di molto posteriore (Rachele Mussolini. Mussolini privato. Rusconi.1980).
E vi sono anche una infinita quantità di ‘pizzini’ dei servizi segreti dell’epoca, sia italiani che non, che citavano il Raggio della Morte di Marconi con grande preoccupazione (Marc Raboy. Marconi, the man who networked the world. Oxford University Press. 2016).
No, Ivanoe Fossani non aveva capito male. Questo è ciò che disse veramente Mussolini nei suoi ultimi giorni. E la cosa ha del clamoroso.

In ultimo la previsione della sua fine: «Quando muta il vento della fortuna, la massa cambia direzione alle vele. Ma il vento della fortuna è assai mutevole e cambia per tutti. Il giudizio di oggi non conta. Conterà quello di domani, a passioni sopite, a confronti stabiliti. vent’anni di fascismo nessuno potrà cancellarli dalla storia d’Italia. Non ho alcuna illusione sul mio destino. Non mi processeranno perché da accusato diverrei pubblico accusatore. Probabilmente mi uccideranno e poi diranno che mi sono suicidato, vinto dai rimorsi. Chi teme la morte è vissuto anche troppo».
Previsioni corrette a parte il fatto che la rabbia che aveva suscitato non prevedeva un’uscita di scena soft, come un finto suicidio, ma solo una vendetta pubblica, la più eclatante possibile.

DSC_3067terChi volesse leggere l’edizione integrale dell’ultima intervista del Duce può fare riferimento a: Livio Parisi (a cura di). Sotto le stelle sull’isola di Trimelone. Ed. fuori commercio. 2015, prefazione di Marcello Veneziani.
Il commendatore Livio Parisi è oggi proprietario del ristorante ‘Osteria del Pescatore’ a Castelletto di Brenzone, comune di cui è stato anche sindaco. Sua moglie Rosy cucina il miglior pesce di lago di cui si abbia notizia. Chi fosse interessato a richiedere a Livio una delle ultime copie del volumetto, farebbe bene a fare una visita preventiva al suo ristorante. Non se ne pentirà.

Certo è stupefacente che, nell’Italia del 2020, la reperibilità di un documento storico così importante come l’ultima intervista di Mussolini sia affidata solo alla volenterosa iniziativa di un privato e al piccolo contributo di questo blog.

Per chi volesse indagare sul ‘Raggio della Morte’ e sul ruolo di Marconi si veda: Maurizio Agostini. La Terra canta in Do – L’arma segreta di Guglielmo Marconi. 2019.

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