I Cavalieri Gaudenti

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Monaci, guerrieri o sapienti?
L’Ordo Militiae Mariae Gloriosae è stato chiamato negli anni in molti modi: Frati Gaudenti, Cavalieri Gaudenti, Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria, Cavalieri della Milizia  della Beata Vergine Maria Gloriosa e Cavalieri di Santa Maria.
Il nome di Gaudenti sembra derivasse dai “Sette Gaudi di Maria” che erano alla base del rosario francescano, detti anche “Misteri Gaudiosi”.
I Gaudenti costituirono un ordine monastico-militare, fondato nel 1233 e approvato da Papa Urbano IV nel 1261. Fu sciolto da Papa Sisto V nel 1588, dopo più di tre secoli di misteriosa esistenza. L’ordine fu fondato da sei Cavalieri, tra cui il domenicano Bartolomeo di Braganze, Loderingo degli Andalò e Catalano dei Malavolti.
La sua missione era quella di pacificare le città italiane, all’epoca dilaniate dagli scontri tra guelfi e ghibellini, e di garantire la pace cittadina anche con la forza delle armi. I Cavalieri dovevano poi assicurare la protezione agli orfani e alle vedove e contrastare le eresie.
L’ordine fu approvato da Urbano IV il 23 dicembre 1261 con la bolla Sol ille verus. Il pontefice affidò al francescano Rufino Gorgone il compito di redigere la loro Regola. I frati dovevano vivere normalmente in convento sottoposti alla regola agostiniana ma era prevista la possibilità che essi venissero esentati dall’obbligo della vita comune e del celibato. Se sposati dovevano comunque fare voto di castità. Non potevano, di norma, assumere cariche pubbliche. In realtà la regola non fu mai applicata, perché prevedeva comunque eccezioni ma soprattutto perché l’ordine era costituito da aristocratici molto addentro alla vita civile. I due maggiori esponenti Loderingo degli Andalò e Catalano dei Malavolti assunsero infatti la carica di Podestà in numerose città italiane  e furono per ben due volte Rettori a Bologna (nel 1265 e n el 1267).
A chiamare a Firenze i due frati Gaudenti fu Guido Novello, capo ghibellino di Firenze che, nonostante potesse disporre di ben 1500 cavalieri in città, si trovava a dover affrontare una rivolta popolare. Il malcontento di popolani e borghesi era dovuto ai forti tributi imposti dai ghibellini per mantenere i mercenari. Chiamando i due bolognesi, Loderingo di estrazione ghibellina, Catalano di estrazione guelfa, Guido sperava di creare una situazione di equilibrio tra le due fazioni che fosse gestibile. Loderingo e Catalano riformarono il governo della città costituendo un consiglio di 36 anziani, scelti tra guelfi e ghihellini. Il consiglio ristabilì l’antica divisione tra corporazioni d’arti e mestieri, riforma che andava a tutto vantaggio della borghesia e contro la nobiltà ghibellina.  Guido Novello cercò di sciogliere il consiglio ma i popolani impugnarono le armi e, nei pressi del ponte di Santa Trinità, respinsero la cavalleria ghibellina. Novello uscì di città. si rifugiò a Prato e non riuscì più ad rientrarvi. A qual punto, a vittoria ottenuta, i popolani rimandarono a Bologna Loderingo e Catalano e chiamarono un nuovo podestà da Orvieto. Da lì a poco Carlo D’Angiò entro a Firenze, nel tripudio del popolo che gli offrì la Signoria per dieci anni. Il Comune fiorentino ritornò guelfo e i ghibellini fiorentini, tra cui Dante, finirono esuli e perseguitati in tutta Italia.
Dante collocò entrambi i Cavalieri nella bolgia degli ipocriti all’Inferno (Canto XXIII), costretti a vagare per l’eternità sotto il peso di pesantissime cappe di piombo ricoperte da oro zecchino. Dante collocò all’Inferno anche un altro Frate Gaudente, frate Alberigo dei Manfredi (Inf. XXXIII, 118-150), tra i traditori degli ospiti.

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Il simbolo dei Gaudenti era una croce templare con due stelle a sei punte.
Fra’  Loderingo degli Andalò (Bologna, 1210 circa – Ronzano, 1293) era di famiglia ghibellina. Fu però imprigionato nel 1239 da Federico II. Ricoprì in seguito la carica di podestà in diverse città (tra cui Modena nel 1251). Insieme a Catalano dei Malavolti fece da paciere in varie città per conto di Papa Clemente IV. Nel 1267 Loderingo si ritirò all’Eremo di Ronzano dove morì nel 1293.
Catalano dei Malavolti (Bologna 1210 circa – Ronzano 1285) era di famiglia guelfa. Fu podestà a Milano nel 1243, a Parma nel 1250, a Piacenza nel 1260 ed altre città e Rettore della città di Bologna. In qualità di monaco guerriero comandò la fanteria bolognese nella battaglia di Fossalta contro Re Enzo, nel 1249. Guittone d’Arezzo (Arezzo 1235 circa, Ronzano 1294) fu il maggior poeta toscano-provenzale. Appassionato partigiano guelfo, divenne membro dell’Ordo militiae Mariae Gloriosae nel 1265. Il capolavoro di Guittone è considerato il lamento sulla battaglia di Montaperti del 1260 dove i ghibellini, guidati da Farinata degli Uberti, aiutati dai senesi e dalle truppe di Manfredi, sbaragliarono i guelfi fiorentini. Compose 50 canzoni, più di 25 sonetti, lettere, laudi e ballate. Trascorse l’ultima parte della sua vita a Ronzano con l’amico Loderingo, a cui dedicò alcuni componimenti, lodandone la pazienza e l’equilibrio.
Tra gli illustri fondatori dell’Ordine fu Bartolomeo di Breganze (1200 c.a.- 1270). Vescovo a Vicenza dal 1256 alla morte. In conflitto con Ezzelino da Romano fu costretto a fuggire a Parigi dove entrò nelle grazie di Luigi IX il Santo, il quale gli donò una delle spine della Corona di Cristo, gelosamente conservata nella Saint Chapelle. Tornato a Vicenza fece costruire la Chiesa di Santa Corona per custodire la preziosa reliquia. L’11 settembre del 1893 fu proclamato beato da papa Pio VI. Una delle colonne portanti dell’Ordine dei Gaudenti fu la famiglia Volta. Molti rappresentanti della famiglia si chiamavano Achille. Uno dei più importanti, figlio di Ludovico, si laureò in diritto civile presso l’Università’ di Bologna il 30 ottobre 1482 e insegnò diritto nello studio bolognese fino al 1493. Forse fu il primo ispiratore della Lapide di Aelia Laelia Crispis.
Un altro Achille, forse suo figlio o nipote, si recò a Roma, pochi anni dopo come segretario di monsignor Giovan Matteo Giberti, consigliere del papa Clemente VII. Nel 1525 Achille accoltellò Pietro l’Aretino per una amore conteso di una serva, la cuoca del Giberti, che aveva portato l’Aretino a scrivere un sonetto contro di lui ed il Giberti. L’aggressione avvenne nella notte fra il 28 ed il 29 luglio del 1525. L’Aretino, in primo tempo dato per spacciato per le furibonde coltellate di Achille, sopravvisse ma lasciò velocemente la città. Dopo l’aggressione a mano armata non solo il Volta non venne arrestato o inquisito, ma fu premiato. Clemente VII, nel 1527, lo nominò Maestro Generale dell’Ordine di Maria Gloriosa. Achille tornò a Bologna e visse nella Commenda di Casaralta, arricchendola di statue, giardini ed opere d’arte. Venne assassinato da Orazio Bargellini il 14 maggio del 1556.
Un terzo Achille Volta visse tra il 1627 e il 1676 e di lui sappiamo che ricopiò la Lapide originaria  perché ormai quasi illeggibile.

Per saperne di più: AA.VV. Ronzano e i Frati Gaudenti. Tipografia Sab. Bologna 1965.

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